(da Parigi) “La visita del Papa chiede a tutti di metterci in suo ascolto. Ma anche il Papa viene per ascoltare e conoscere questa Chiesa che è in Francia”. Sarà dunque un viaggio caratterizzato da grandi eventi con grandi numeri ma segnato anche da incontri più discreti e di ascolto reciproco come quello a Parigi all’Istituto cattolico di Parigi con i membri dell’assemblea sinodale provinciale e alla Maison Bakhita, con le associazioni che si occupano sul territorio di vulnerabilità e migrazione. Alla vigilia della partenza di Papa Leone, è mons. Laurent Ulrich a raccontare al Sir la Chiesa e il Paese che il Santo Padre troverà. L’arcivescovo parte proprio da questo “movimento” di persone, per la maggioranza giovani adulti sotto i 40 anni, che chiedono di battezzarsi. Un numero mai visto prima, in un Paese fortemente secolarizzato, segnato dagli scandali degli abusi sessuali, che gli stessi vescovi davano ormai in via di “sparizione”. E invece quest’anno la Francia ha registrato a Pasqua più di 20.000 battesimi di adulti e adolescenti, con un aumento del 20% rispetto all’anno precedente (2025) che già aveva fatto segnare il record del numero più alto di battesimi di adulti a Pasqua negli ultimi due decenni. La maggior parte dei convertiti sono giovani adulti tra i 18 e i 25 anni, seguiti da vicino dalla fascia tra i 26 e i 40 anni.
Mons. Laurent Ulrich, arcivescovo di Parigi (Foto Sir)
Eccellenza, partiamo da qui. Lei personalmente come si spiega questo movimento?
C’è una generazione di giovani sotto i 40 anni che sente di non aver ricevuto molto, dal punto di vista spirituale, dalla generazione precedente, quella dei propri genitori. Non voglio dire che i genitori della generazione precedente non abbiano trasmesso nulla. Ma, sembra che fossimo concentrati più sul benessere e su tutto ciò che vi ruota intorno, e meno sulla costruzione di una struttura interiore capace di aiutarci ad affrontare le sfide della vita. E’ ciò che sta facendo Papa Leone, così come aveva fatto, in modo diverso e con un temperamento diverso, Papa Francesco. Oggi questi giovani, parlo della generazione sotto i 40 anni, desiderano una vita spirituale che li aiuti a vivere concretamente a vivere i propri impegni: al servizio degli altri, della nazione, della pace, dell’educazione e di tutte quelle che sono le grandi questioni della vita. La cosa interessante è che non si tratta semplicemente di una generazione, diciamo, di persone ‘pie’.
È una generazione che desidera avere una fede strutturata, capace di sostenere i propri impegni e le proprie scelte di vita. Sono cercatori di senso e desiderosi di agire.
Quali sono le sue aspettative rispetto a questa novità che si è manifesta nella vostra Chiesa?
La questione è: come può la Chiesa accogliere queste persone? E come può la Chiesa lasciarsi trasformare dal loro arrivo? Perché inevitabilmente questo movimento cambierà la Chiesa. Ma come? E quanto siamo disposti noi a accogliere il nuovo che entra? Ne parleremo con il Papa sabato mattina all’Istituto Cattolico di Parigi, davanti all’assemblea incaricata di riflettere su questa questione.
Che Paese troverà il Papa?
Troverà un Paese che, diciamo, sta attraversando una fase di difficoltà e fatica a delineare un progetto per il futuro.
Un Paese che ha reagito con vigore ma che è stato profondamente segnato dalla crisi sanitaria del Covid nel 2020 e nel 2021. Da una parte, c’è stata una forte capacità di reazione da parte dello Stato e, più in generale, della collettività, che si è mobilitata per prendersi cura gli uni degli altri, aiutarsi e sostenersi a vicenda. Ma la pandemia ha messo il Paese in una situazione economica difficile, dalla quale sentiamo di non esserci ancora ripresi del tutto. E questo, credo, sia molto preoccupante. È probabile che, per molte persone, sia stato anche il punto di partenza di una ricerca.
Il Paese sta vivendo anche un periodo politico estremamente caldo in vista delle elezioni presidenziali il prossimo anno. Cosa ci si aspetta dal Papa?
Il Papa non viene per risolvere o curare un clima pre-elettorale. Il Papa non si presenta come un politico e non arriva con un programma politico. Si presenta piuttosto con quelle che lui definisce ‘parole disarmanti’: parole cioè capaci di ristabilire la comprensione all’interno di un popolo e un certo senso di unità. Credo che in un momento come questo, i diversi partiti e i possibili candidati abbiano soprattutto bisogno dal Papa di parole che aiutino la riconciliazione, piuttosto che di parole che potrebbero ferire ulteriormente l’unità nazionale. Quindi possiamo aspettarci che pronunci parole rassicuranti, capaci di ispirare il desiderio di vivere insieme e di costruire un Paese unito. Ma non credo che si possa dire molto di più. Del resto, spetta al Papa dire quello che deve dire.
E poi ci sono stati gli abusi sessuali che hanno causato dolore, delusione, perdita di fiducia. Pensa che questa visita del Papa possa contribuire a sanare queste ferite?
Il Papa incontrerà alcune vittime e, attraverso questo incontro, vuole semplicemente mostrare il normale atteggiamento di un pastore che incontra e ascolta la gente.
Non cercherà di fare scalpore, né di dare l’impressione che tutto questo possa essere risolto con un semplice incontro.
Conosce e ha letto i dossier. Non è estraneo a questa realtà. Ha familiarità con tutti i rapporti che sono stati pubblicati e con tutto ciò che ne è seguito. Per questo, non è venuto per dimostrare qualcosa a proposito delle organizzazioni e delle misure che la Chiesa in Francia ha messo in atto, in particolare dopo il famoso rapporto CIASE del 2021. Non è questo ciò che vuole dimostrare. Egli intende dire che la Chiesa è pronta a mettersi di nuovo in ascolto e ad accompagnare le persone con grande vicinanza, amicizia e rispetto, mantenendo al tempo stesso la giusta distanza. Ciò che il Papa ritiene essenziale è permettere a coloro che sono stati feriti di sentirsi ascoltati e accompagnati. Ed è proprio questo ciò che siamo chiamati a fare. Quindi il Papa dice, in sostanza: «Ciò che voglio dimostrare è che vi ascolto e che non posso dimenticare né ignorare la vostra sofferenza». E questo è il segno più importante che posso darvi.
Quali sono le sue attese?
Ho molte attese anche per l’incontro di preghiera a Notre-Dame. Il Papa viene a Notre-Dame non per visitarla da turista, ma per vivere Notre-Dame come luogo di preghiera e di pellegrinaggio. Poi la veglia con i giovani allo Stade de France e la visita alla Maison Bakhita, per mostrare la sua personale vicinanza alle persone migranti e rifugiate, alle persone con disabilità, alle persone senza dimora, spesso segnate da esperienze legate alla prostituzione, al consumo e al traffico di stupefacenti. C’è, quindi, anche un modo concreto di essere cristiani, presenti e vicini a queste persone e a questi impegni. Sono questi gli argomenti sui quali ci si aspetta che intervenga e sui quali anch’io mi aspetto che parli. E sono felice che tutto questo avvenga qui, a Parigi.

