Per i cristiani la Croce non è soltanto lo strumento sul quale Gesù ha affrontato la Passione, ma il simbolo di un dono che attraversa la storia: quello del Figlio offerto dal Padre per la redenzione del mondo. Un segno che, da strumento di condanna e di supplizio, è diventato annuncio di speranza, presenza di Cristo e fondamento della fede.
(Foto Calvarese/SIR)
“La Croce è tutto, è il segno dell’amore con cui Dio ci ha amato, fino a donare suo Figlio per la salvezza dell’umanità”, spiega al Sir don Remo Chiavarini, parroco della basilica di Santa Croce in Gerusalemme, a Roma. “Lui è l’agnello immolato, che si offre volontariamente alla volontà del Padre, sale sulla Croce”. È da questo dono che nasce il significato cristiano della Croce gloriosa, non più soltanto memoria di una condanna, ma albero della vita e segno della vittoria sulla morte. Nei primi secoli del cristianesimo, ricorda don Chiavarini, la Croce veniva raffigurata prevalentemente senza il corpo di Gesù, come segno della gloria di Cristo risorto. Nel corso del tempo si è diffusa sempre più anche la rappresentazione del Crocifisso, che richiama il corpo donato e la sofferenza attraversata da Gesù per amore dell’umanità. “Non possiamo assolutamente pensare Gesù senza la Croce”, sottolinea il parroco, perché essa è “nel cuore stesso della nostra fede”. Una fede che, nella storia, ha cercato anche luoghi e testimonianze capaci di mantenere viva la memoria degli eventi evangelici. È in questo contesto che si inserisce la tradizione legata a sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino, e al viaggio in Terra Santa che avrebbe compiuto tra il 326 e il 328. Secondo la tradizione, l’imperatrice si recò nei luoghi della Passione e della Risurrezione di Cristo e riportò a Roma reliquie legate alla vita di Gesù, insieme a terra proveniente da Gerusalemme.
Le reliquie trovarono posto nel complesso imperiale del Sessorium, dove sorgeva la residenza legata alla famiglia di Costantino. Fu qui che, per volontà imperiale, venne allestito un luogo di culto destinato a custodire quelle memorie. La basilica di Santa Croce in Gerusalemme, le cui origini risalgono al IV secolo, conserva ancora nel nome il legame con la città santa: una Gerusalemme evocata nel cuore della capitale dell’Impero. La tradizione racconta che la terra portata dalla Terra Santa venne sparsa nell’area della cappella dedicata a sant’Elena, mentre le reliquie della Passione furono custodite nel complesso. Nel corso dei secoli la chiesa è stata trasformata e ampliata, fino ad assumere l’aspetto attuale, ma ha continuato a rappresentare un punto di riferimento per la devozione cristiana. È anche una delle tappe della tradizionale visita alle 7 chiese di Roma, il percorso di pellegrinaggio che affianca alle 4 basiliche papali altri luoghi significativi della fede. Il legame con Gerusalemme si esprime soprattutto nei segni custoditi nella Cappella delle Reliquie: i frammenti della Vera Croce, conservati nella stauroteca realizzata da Giuseppe Valadier nel 1803; il Titulus Crucis, la tavola di legno di noce che, secondo la tradizione, sarebbe il cartiglio posto sopra la croce di Gesù con l’iscrizione “Gesù Nazareno re dei giudei”; il Sacro Chiodo e due Spine della Corona.
La loro importanza, tuttavia, non si esaurisce nel valore storico e artistico. Le reliquie sono anzitutto segni che rimandano a una persona e a un evento: Cristo che offre la propria vita per l’umanità. Non sono oggetti da considerare isolatamente, ma testimonianze che possono aiutare i credenti a entrare più profondamente nel mistero della Passione. Don Chiavarini, arrivato da alcuni mesi alla guida della comunità parrocchiale, racconta di aver percepito con particolare intensità il desiderio dei pellegrini di accostarsi alle reliquie, anche durante il periodo in cui la cappella è rimasta chiusa per i lavori. “Ho potuto vedere una cosa, il desiderio grande di voler vedere, venerare queste reliquie e il dispiacere che a volte arrivava fino al pianto da parte di alcuni pellegrini, che venivano anche da lontano”. Una devozione che non conosce confini confessionali. “È un desiderio trasversale, ecumenico”, osserva il parroco, pensando ai cristiani d’Oriente, agli ortodossi europei, russi, ucraini e rumeni, ma anche ai copti africani e ai fedeli indiani. “Tanti proprio con grande desiderio vengono e magari si mettono attualmente alla porta chiusa, ma già lì percepiscono una presenza grande. Questo è veramente qualcosa che mi commuove”. È in questa attesa che si comprende anche il significato della riapertura della Cappella delle Reliquie, prevista per venerdì 23 ottobre alle ore 16,30, alla presenza del cardinale vicario Baldo Reina. La cappella era stata chiusa alla fine di aprile per consentire, in sicurezza, i lavori di ristrutturazione della volta soprastante, disposti dal ministero della Cultura, attraverso la Soprintendenza speciale archeologia belle arti e paesaggio di Roma, e dal vicariato di Roma. Torneranno così accessibili alla venerazione dei fedeli e dei pellegrini le memorie della Passione custodite nella basilica. Il significato di questo simbolo non riguarda soltanto il passato o la devozione davanti a una reliquia. Per il parroco, la Croce parla anche dell’esperienza concreta della sofferenza, un tema da affrontare con delicatezza, senza trasformare il dolore delle persone in una spiegazione astratta. “Se la si affronta insieme con il Signore, quella croce diventa sopportabile e si può portare anche avanti. Se la si affronta da soli, senza il Signore, è qualcosa che ci schiaccia, probabilmente”. Un richiamo che, precisa don Chiavarini, deve accompagnarsi al rispetto per la storia e la vita di ciascuno, senza banalizzare le prove che le persone sono chiamate ad affrontare. La fede non cancella il dolore, ma invita a riconoscere una presenza che accompagna chi soffre.
La riapertura della cappella diventa così un’occasione per riscoprire il significato di un patrimonio che appartiene alla comunità di Santa Croce in Gerusalemme, ma che parla all’intera Chiesa. “È un tesoro che deve portare poi a tutta la cristianità”, afferma il parroco. E l’auspicio è che la venerazione non si fermi al gesto esteriore, ma diventi occasione di incontro con Cristo: “Che tutto serva per poter capire sempre di più chi è questo Gesù che è venuto, ci ha fatto conoscere il Padre, il volto di Dio e si è donato a noi”. Perché la Croce, prima ancora di essere custodita in un reliquiario, è la memoria viva di un amore che continua a rivolgersi al mondo.
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