Ottant’anni, una bella età, ma anche un pieno vigore. Così la Repubblica italiana. Quest’anno la festa della Repubblica, il 2 giugno ripristinata da Ciampi, celebra un anniversario tondo, che è anche una responsabilità, quella di essere un riferimento in un mondo sempre più incomprensibile e violento.
Certo, con la piena consapevolezza dei suoi limiti, pure evidenti. Tuttavia l’Italia deve giocare un ruolo nell’Unione e l’Unione Europea deve giocare un ruolo in un mondo in ristrutturazione. Tanto più perché non sembrano esserci alternative, come ha detto il premier canadese: o sei al tavole, o sei nel menù.
A questo punto tuttavia il discorso si trova dinanzi ad un salto. Ovvero il tema del consenso nazionale. Per giocare un ruolo occorre un consenso ampio tra le forze politiche o comunque nella cittadinanza, nelle realtà sociali ed istituzionali sui fondamentali, sugli indirizzi di fondo.
E qui sta il problema. O, più esattamente, sta uno dei caratteri del nostro sistema politico. Durante la cosiddetta prima repubblica circa un quarto del Parlamento era occupato da un partito finanziato fino all’ultimo dall’Unione Sovietica, salvo che il terz’ultimo segretario del Partito comunista a un certo punto dichiarò che si sentiva più tutelato dalla Nato che in una posizione neutralista. Durante la cosiddetta seconda repubblica il quadro internazionale è diventato più semplice, mentre la contrapposizione tra i poli è cresciuta, con toni sempre più alti. Tanto da mettere in evidenza un problema strutturale di legittimazione reciproca. Verrebbe da pensare anzi che toni sempre più accesi e radicali in realità coprono difficoltà strutturali.
Dunque mettiamoci il cuore in pace: appelli all’unità che abbiano come destinataria la politica, i partiti, tanto più nel corso di una campagna elettorale lunga più di un anno aperta da un referendum che ha inferto una botta significativa al governo, lasciano, con tutto il rispetto, il tempo che trovano.
E allora forse questo tema, dell’unità come base perché la Repubblica faccia la sua parte appieno nell’Unione e di conseguenza in un mondo in guerra, deve poggiare su qualche base più solida. Si tratta di ri-orientare il discorso pubblico sulle istituzioni, su quello che possano significare, al di là del variare delle maggioranze e del consenso ai partiti e ai poli.
Ritorniamo ad ottant’anni fa: nella fondazione della Repubblica i partiti giocano un ruolo fondamentale e sicuramente positivo, di ancoraggio e anche di supplenza. Anche per rendere più democratica una struttura dello Stato transitata nel fascismo. Allora i cattolici, riuniti in un partito che ne esprimeva l’unità, hanno giocato con convinzione questo gioco. Che ha dato grandi frutti. La storia della Repubblica è una storia di successo.
Oggi, senza più un partito unitario, i cattolici potrebbero proprio aiutare questa imputazione di unità alle istituzioni e ai tanti soggetti del pluralismo sociale. Il magistero di Leone XIV, che ha proprio l’unità al suo centro e che apre una nuova stagione di dottrina e di azione sociale con la sua prima enciclica, può essere anche per questa intrapresa di bene comune il propellente giusto.
80 anni di Repubblica italiana: un riferimento in un mondo sempre più incomprensibile
Scritto il 01/06/2026
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