Che significato ha la forza liberante della Pasqua quando si vive dietro le sbarre? La risurrezione con la vittoria definitiva della vita sulla morte può essere l’invito più potente per un detenuto a una vera conversione per abbandonare la vita gravata da pesi per le colpe commesse e guardare al futuro con speranza? Di questo parliamo con don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane.
Foto Calvarese/SIR
Don Raffaele, la Pasqua porta speranza anche tra le mura delle carceri?
La Pasqua è un evento di fede che coinvolge tutti, anche emotivamente, e soprattutto nel carcere la Pasqua è molto sentita, perché quel Gesù crocifisso, quel Gesù disprezzato, condannato, flagellato, riporta un po’ l’immagine anche di tanti detenuti che sono all’interno degli istituti penitenziari. Tante volte molti di loro sono anche innocenti, quindi con quel Cristo, che è stato innocentemente condannato, c’è questo tipo di somiglianza, questo tipo di rapporto intimo. Chiaramente tutta la Settimana Santa, iniziando dalla domenica delle Palme fino al Sabato Santo, oltre che a Pasqua, nelle carceri si vivono momenti di spiritualità: i cappellani e i volontari coinvolgono tutti, non soltanto i detenuti, ma anche gli operatori che svolgono il loro servizio all’interno degli istituti penitenziari.
La presenza assidua in questo tempo vuole rafforzare ancor di più il dialogo tra la Chiesa locale e il carcere.
Quale difficoltà s’incontra nel portare la Buona Novella della Pasqua in luoghi di privazione e sofferenza, dove si sconta una pena per aver compiuto qualcosa di brutto?
In vista della Pasqua il detenuto si spoglia di se stesso e soprattutto si avvicina al mistero dell’amore: tutta la Settimana Santa ci parla del grande amore che Dio ha per l’umanità. La Pasqua ci ricorda soprattutto che il Signore va a cercare ciò che è perduto, va a cercare la pecorella smarrita: la speranza nei nostri istituti penitenziari nasce proprio dalla consapevolezza di questo amore di Dio sempre pronto a cercarci e a tenderci una mano, anche quando ci smarriamo, e dalla fede profonda che ognuno ha e che si nutre di questo rapporto intimo con Dio. Il Signore è la nostra unica e vera speranza, questo l’abbiamo detto anche in tutto l’Anno giubilare, la nostra speranza è Gesù Cristo.
Aiutano a vivere più intensamente la Pasqua anche i gesti che si compiono nelle carceri durante la Settimana Santa?
Sì, in tante carceri italiane, nel Giovedì Santo i cappellani svolgono il rito della lavanda dei piedi e questo è molto bello:
Gesù lava i piedi a tutti nel Cenacolo, anche a Giuda, e questo ci fa capire soprattutto che il Signore non ha problemi ad amare tutti, anche chi lo tradisce.
La croce di Cristo, la Sua sofferenza, il testamento d’amore che Gesù ci lascia attraverso l’Eucaristia, tutto ci dona una grande speranza che entra tra le mura delle carceri dove il pesante legno della croce, costituito dalla pena che devono portare i detenuti, viene sollevato soprattutto da Gesù che diventa per tutti i carcerati il loro Cireneo.
La luce della risurrezione che cosa rappresenta, secondo lei, per i detenuti?
La luce della risurrezione per noi che stiamo fuori e per loro che stanno dentro comporta sempre un atto di grande responsabilità. Se vogliamo che la luce del Risorto illumini veramente la vita di ognuno di noi, in modo particolare di coloro che stanno in carcere, c’è bisogno di un vero cammino di conversione, di un vero cammino di riscatto, di un vero cammino di rinascita, altrimenti la risurrezione di Gesù diventa soltanto un evento ma non tocca il cuore e la vita della persona. Per noi celebrare l’evento della risurrezione in carcere è certamente motivo di gioia e di speranza, ma quella speranza deve avere le radici in un cammino di conversione che permette a Cristo Risorto di risorgere in ognuno di noi e in modo particolare nei detenuti che hanno commesso anche gravi reati e che tante volte si sentono schiacciati dai loro errori, da questo pesante masso delle colpe che hanno potuto commettere. Gesù è Colui che ci dà forza per rialzarci, che ci dà la forza di risorgere.
Tutto si gioca con una conversione reale del cuore…
Sì, è la conversione che ci fa comprendere che quel Gesù che ha lavato a tutti noi i piedi, quel Gesù che noi abbiamo adorato sulla croce, ci chiede di risorgere, ci chiede di essere accolto.
È Gesù che bussa alla porta del nostro cuore e ci chiede di entrare,
quindi la risurrezione non è altro che spalancare la porta del proprio cuore, mettere da parte la propria vita e lasciarsi illuminare dalla luce della risurrezione, che è soprattutto speranza.
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