Teologia dal Mediterraneo. De Simone: “Solo nel ‘tra’ possiamo vivere la ricerca della verità, custodire la speranza, edificare un mondo più giusto”

Scritto il 22/06/2026
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La Rete Teologica Mediterranea (RTMed) ha reso pubblico, in occasione degli Incontri mediterranei di Barcellona, il documento “Note di metodo” per una teologia dal Mediterraneo, frutto di un percorso di ricerca e confronto che ha coinvolto teologi, teologhe e istituzioni accademiche delle diverse sponde del Mediterraneo. Il testo è stato consegnato, a Barcellona, a Leone XIV come contributo della Rete internazionale impegnata a sviluppare una riflessione teologica capace di interpretare le sfide del presente e promuovere una cultura dell’incontro, della pace e del dialogo tra i popoli e le religioni. Delle “Note” parliamo con Giuseppina De Simone, coordinatrice della RTMed e docente presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia meridionale, Sezione San Luigi.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Professoressa, perché la Rete Teologica Mediterranea, dopo il Manifesto per una teologia dal Mediterraneo presentato a Marsiglia nel 2023, ora ha pubblicato le Note di metodo per una teologia dal Mediterraneo?
Le “Note di metodo” sono uno sviluppo del “Manifesto”. La prospettiva riguarda qui il “come”. Come si costruisce una teologia dal Mediterraneo, secondo quali criteri? E soprattutto, cosa comporta quel “dal”, cosa vuol dire pensare teologicamente a partire dai vissuti? Papa Francesco ha più volte invitato a un cambio di paradigma a una sorta di rivoluzione culturale. Ecco, per noi si è trattato di riflettere sul paradigma di pensiero e di pensiero teologico che il Mediterraneo esige e che, in qualche modo, lascia emergere. I vissuti del Mediterraneo, nella loro drammaticità ma anche nella loro innegabile ricchezza, chiedono una ermeneutica teologica che ha bisogno di essere compresa nei suoi tratti qualificanti per coglierne l’apporto. Del Mediterraneo si possono dare tante letture e tutte sono sicuramente importanti. Ma noi riteniamo che una lettura teologica ha qualcosa di prezioso da offrire, perché può aiutare a ritrovare la vocazione spirituale di questo mare, il profondo senso dell’umano che contraddistingue le culture mediterranee nei loro molteplici intrecci.

Parlare di Mediterraneo come luogo teologico cosa comporta? Quali sono le premesse da cui ci si muove?
Vuol dire ricordare che la teologia, in virtù del principio dell’incarnazione che regge la nostra fede, è sempre una teologia in contesto. I luoghi non sono indifferenti al nostro modo di fare teologia, ossia all’intelligenza della fede: non lo sono i vissuti delle nostre Chiese e della nostra gente.

Dire che il Mediterraneo è luogo teologico vuol dire che in questo specifico contesto di vita, di storia, di legami, è dato di comprendere il Vangelo in una luce particolare.

Qual è il criterio interpretativo per una lettura teologica del Mediterraneo?

È sicuramente “il criterio vivo della Pasqua”. Il mistero della Pasqua è il centro della nostra fede, un centro irradiante alla luce del quale leggere la storia e la nostra esistenza.

È la presenza di Dio che risolleva, rigenera, prende tra le sue mani la nostra vita per condurla verso la pienezza, per aprirla, sempre di nuovo, alla possibilità della comunione in cui l’umano si compie e verso cui tendiamo con tutto il nostro essere. Il mistero della Pasqua agisce al cuore della storia, anche nelle situazioni più disperate: nel grido di chi vede la propria umanità calpestata e negata, come accade ai migranti respinti e resi merce di scambio da una politica miope, o nella tragedia di popoli sacrificati da una logica di dominio indifferente alla sofferenza dell’altro. È quel che consente di non rassegnarci alla disumanizzazione, ma di alzare lo sguardo, proprio come invitava a fare lo slogan che ha accompagnato le giornate di Barcellona. Alzare lo sguardo, per lasciare che la luce venga da Dio, vuol dire imparare a vedere più in profondità e scorgere la possibilità della speranza, anche nelle piaghe più profonde. Una speranza che ci rende capaci di assumere la responsabilità per la storia, di impegnarci a costruire un mondo più umano. La luce della Pasqua, come ricordava Papa Francesco a Napoli nel 2019, ci fa cogliere i segni del Regno, il fiorire talvolta inaspettato del bene, a cui fare spazio da contribuire a far crescere; ma ci fa anche vedere i segni dell’anti-Regno, quel che mortifica l’umano e sfigura il volto di Dio, che dobbiamo avere il coraggio di denunciare e di contrastare con tutte le nostre forze.

Al centro della proposta vi è la categoria del “tra”: cosa significa?
Il “tra” è quanto il Mediterraneo ci consegna come cifra dell’umano. Non è semplicemente l’essere in relazione, ma l’imprescindibilità della relazione. Non si può essere senza l’altro, senza lo “scambio di doni” che la relazione rende possibile, quell’andare e venire dall’uno all’altro, da una sponda all’altra, che neppure la violenza o le dominazioni di ieri e di oggi possono giungere a impedire del tutto. Così è stato, ed è, per ogni popolo, per ogni cultura, per ogni fede. Il “meticciato” che questo mare ha reso possibile è la cifra di un umano che si costruisce nella relazione. Ed è nel “tra” che la presenza operante della Pasqua si lascia avvertire, come “luce gentile” che emerge dall’incontro e illumina la storia e l’esistenza degli esseri umani.

Solo nel “tra” possiamo vivere veramente la ricerca della verità, custodire la speranza, edificare un mondo più giusto.

Il “tra” è il “tra” del dialogo interculturale e interreligioso, della trandisciplinarietà. Ma è anche il “tra” delle strade, della concretezza del vivere; ed è per noi la cifra di un pensiero teologico “implicato”, “compromesso” nella storia, dalla parte dei più deboli, di chi cerca la giustizia, di chi costruisce trame di fraternità.

Quale può essere il ruolo di una teologia dal Mediterraneo oggi? A quali sfide deve rispondere? Può aiutare a crescere nel dialogo e in una cultura della pace?

La teologia può sicuramente aiutare a tessere trame di pace, alimentando esperienze di dialogo e di fraternità vissuta. Nel Mediterraneo non mancano simili esperienze ed è forte il desiderio di incontro e di condivisione, soprattutto tra i giovani e la gente comune.

C’è bisogno di sostenere questo desiderio, di aiutare a coglierne la radice e a scorgerne la prospettiva ultima di senso. La teologia può fare molto. Può dare voce ai vissuti, contribuire alla consapevolezza di quanto già si vive, dare parole e forza al desiderio del cuore perché possa trasformarsi in cultura, aiutare ad attraversare le ferite perché in esse si aprano percorsi di riconciliazione, accompagnare l’annuncio liberante della Chiesa così che se ne colga la portata umanizzante. Ma per fare questo, la teologia deve vincere la tentazione di autoreferenzialità, ritrovare la sua dimensione ecclesiale e popolare, il suo essere per tutti e di tutti.

Come sono andati gli Incontri mediterranei di Barcellona?
A Barcellona c’erano le reti impegnate a diverso livello nella tessitura di una fraternità evangelica nel contesto del Mediterraneo, insieme ai vescovi e a tanti giovani provenienti dalle diverse sponde. Abbiamo vissuto una bellissima esperienza di ecclesialità e di sinodalità, sicuramente da ripetere e rafforzare ulteriormente, perché cresca il gusto di camminare insieme.

(Foto Rete Teologica Mediterranea)

Avete consegnato al Papa le Note di metodo a Barcellona: vi ha dato un incoraggiamento?
Poter mettere nelle mani di Papa Leone il testo delle “Note di metodo” è stato per noi motivo di grande commozione e di profonda gioia. Le “Note” sono frutto del confronto e dell’approfondimento condotto insieme in questi anni, intrecciando gli sguardi e le sensibilità culturali tra una sponda e l’altra del Mediterraneo; ma donarle al Papa ha significato esprimere il nostro desiderio di essere pienamente dentro il cammino di comunione che le Chiese del Mediterraneo stanno compiendo e che Papa Leone ha chiaramente incoraggiato, del nostro desiderio di accogliere fino in fondo l’invito, che da lui viene, a disarmare i cuori, perché trovi spazio la bellezza che Dio ha posto nella nostra umanità e che nessuno ha il diritto di calpestare.

Come prosegue il cammino della Rete Teologica Mediterranea?
Ora si tratterà di far conoscere le “Note di metodo”, di farne occasione di dibattito a livello scientifico, culturale, ecclesiale, perché siano generative di ulteriori percorsi a servizio della vita della Chiesa, della costruzione della pace e della promozione di un umanesimo relazionale.

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