Chi di noi umani ha lasciato la dimensione dello spazio e del tempo viene indicato e indicata come defunto, trapassato o morto, nell’espressione più esplicita.
È ben noto che nascere al tempo e allo spazio è già un morire, vale a dire ben sapere che esiste un inizio ma esiste pure una fine.
Come superare l’angoscia che ci investe?
Intendiamo una fine oppure un fine?
Tutto il sentire, il riflettere e l’indagare di filosofi, teologi o semplici persone rimanda e richiede il confronto con la fede: siamo certi (o almeno intuiamo) che la vita ci è donata dall’Altissimo con una missione speciale, particolare, unica per ognuno e ognuna degli umani? LodarLo e diventare autentici fratelli e sorelle fra di noi.
Siamo certi che Egli ci chiama a superare la nostra dimensione di spazio e tempo quando la missione è stata portata a termine, alla sua completezza? E allora lasciamo la nostra dimensione per incontrarLo?
Siamo tutti e tutte indubbiamente individui personali ma, nel contempo, legati e collegati a chi ci ha generato. Possiamo quindi risalire, nei secoli, a un albero genealogico che non sarà quello della grande casata regnante oppure del ricchissimo magnate, ma è il mio, personale e unico, quello che ci inanella a chi prima di noi è entrato nello spazio e nel tempo e poi li ha lasciati per entrare… dove? Verso Chi?
Non sappiamo descrivere e non abbiamo esperienza diretta o affidabile del “dove”, possiamo chiamarlo paradiso, giardino dell’Eden…
Possiamo invece descrivere e aver sperimentato il CHI.
Il Volto del Padre che ha creato il mondo e lo sostiene, che ci invia lo Spirito perché ci suggerisca le vie migliori nel nostro quotidiano, che ci ha donato il Figlio Salvatore.
Quando superiamo la nostra soglia consueta e per noi abituale, allora in quel momento di trasparente verità incontriamo il Volto del Padre che ci accoglie dicendoci: “Vieni, figlio mio! Vieni, figlia mia!”
Il percorso storico, cronologico, indubbiamente è concluso, rimane però la sua irradiazione e di più, rimane l’indissolubile legame con il tempo e lo spazio, con la storia.
Essere accolti dal Misericorde e dimorare in Lui significa prendere parte alla storia, soccorrere come Egli soccorre, suggerire come Egli suggerisce.
Quando l’incontro con il Volto del Padre, tutto fuoco di amore, avviene in un turbinio di fuoco, la creatura diventa pura e libera.
Quando ricordiamo chi ci ha lasciato veniamo lambiti da questo fuoco ardente che purifica e sospinge a trovare strade di dedizione, di servizio, di fraterna accoglienza.
Possiamo anche rendere sempre più vivo il fuoco, con la supplice richiesta che i nostri trapassati, defunti o morti che dir si voglia, penetrino sempre più non solo nel fuoco ma nel Fuoco che è il Volto del Padre, del Figlio e dello Spirito. Nella Bellezza, unica e assoluta.
Allora la preghiera si incendia e li incendia, ma si espande su tutti noi che viviamo nel tempo e nello spazio, si spalanca quella dimensione di Chiesa sempre tesa al Volto dell’Amore Trinitario e a ogni persona, si lasci o meno incendiare.
K. Rahner ha sintetizzato il mistero della fede in poche righe: “La risurrezione di Gesù è come la prima eruzione di un vulcano, mostra che all’interno del mondo già arde il fuoco di Dio, che ricondurrà ogni cosa ad un bagliore benedetto nella sua luce”.
Ricordare con il suffragio, commemorare, allora significa pensarli nel Risorto, pensare noi stessi con loro e con tutta la Chiesa in comunione piena.
Ne consegue che trapassati, defunti o morti possono acquisire una nuova denominazione, perenne e infuocata:
Viventi nel Vivente!
Viventi nel Vivente: la preghiera che si fa fuoco
Scritto il 02/11/2026
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