Il Papa invoca il risveglio delle coscienze contro la logica delle armi e del potere dominante

Scritto il 01/01/2026
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Sono tante le speranze di pace che si rincorrono sullo scenario mondiale, mentre si chiude l’Anno Giubilare della speranza. Un’ansia di pace che Papa Leone XIV raccoglie nel Messaggio per la 59ª Giornata mondiale della Pace, per guardare oltre l’oscurità delle situazioni che viviamo: “vedere la luce e credere in essa è necessario per non sprofondare nel buio”.

Attraverso la luce si manifestano aspirazioni, aspettative, letture e dati da cui traspare che il senso della pace è qualcosa che appartiene al vivere di persone e comunità. Ma questo non fa dimenticare comportamenti, azioni, calcoli politici e forze dominanti che l’allontanano dalla vita della famiglia umana.

Un dato ancor più vero in un contesto internazionale ormai cambiato nel modello di coesistenza e nel sistema di regole. Lo esprime molto bene l’aumento delle preoccupazioni per il dilagare dei conflitti, preannunciati e posti in atto come fossero l’unico strumento per affrontare le questioni, anche quelle più ordinarie, che incombono nelle relazioni tra gli Stati. Costatazione a cui si accompagna il comportamento di coloro che – tra paradosso e volontà – agiscono da mediatori o si pongono come possibili decisori, ma con l’obiettivo di aumentare il ricorso alla forza per determinare solo condizioni di non guerra. Un comportamento ritornante nella storia e da sempre veicolo di contrapposizioni e conflitti mai risolti. Anzi, sempre di più sfuggenti ad ogni strategia di pacificazione poiché frutto di regole violate, politicamente ingombranti, strutturalmente asimmetrici o volutamente legati al successo delle armi che mai darà soluzioni definitive. E allora come colmare il desiderio di pace dei popoli della Regione dei Grandi Laghi, del Bacino del Nilo, dell’Africa centrale, del Medio Oriente, del Sud-Est Asiatico, dell’Europa orientale…?

Guardando le strategie e i fatti, e non solo i dati, a preoccupare non è l’aumentato volume del commercio di armamenti, attività che rimane intreccio d’interessi economici e geopolitici, come pure di uso della scienza al servizio della distruzione e non della qualità della vita umana. A scandire seri timori sono le politiche di riarmo, avviate come novelle sorti progressive in molti Paesi anche a costo di sopprimere interventi per l’effettive necessità del vivere sociale.

Politiche finalizzate a dimostrare che è di tutti il diritto di porre minacce, mentre rimane solo l’effetto di emulare il più forte o assecondare la sua legge. Fino a dimenticare che la stessa azione militare per essere coerente – e meglio si direbbe per raggiungere il suo effetto – ha bisogno di una visione del governare non solo nel fare, ma nel prevedere e intuire gli effetti delle decisioni assunte: “Sembrano mancare le idee giuste, le frasi soppesate, la capacità di dire che la pace è vicina”.

Proporre, dunque, il disarmo come fa il Messaggio, non è una semplice esortazione ad abbandonare le armi, quanto piuttosto una linea alternativa al riarmo. In questo senso il magistero poggiandosi su due pilastri, l’enciclica Pacem in terris e, nel sessantennio del Vaticano II, la Gaudium et spes, fa avanzare la visione di ciò che per la chiesa significa disarmo, svincolando il principio della legittima difesa dall’esasperazione di comportamenti che si confondono con desideri di sopraffazione e vendetta, con spinte imperialistiche o con l’essere veicolo per irrompere negli altrui ambiti sovrani. Disarmo che non è un’utopia, né un’immagine ideologica, ma è “il rinnovamento del cuore e dell’intelligenza” e quindi una capacità che appartiene alla libertà di tutti gli abitanti del pianeta e trova fondamento e coerenza nel loro essersi “interiormente liberati dall’inganno della violenza”.

Oggi, con l’avanzare della tecnologia, la responsabilità di fronte alla storia e ancor più alla coscienza comune dell’umanità nell’uso delle armi, deve confrontarsi non solo con la disponibilità di armamenti atomici in grado di annientare ogni forma di esistenza. Infatti, nelle guerre in atto sono sempre più utilizzati sistemi d’arma che annullano ogni responsabilità umana, anche di fronte a evidenti crimini internazionali considerati come necessari effetti collaterali, ad iniziare dall’annientamento di civili inermi o dalla modifica della composizione etnica di territori. Fatti di fronte ai quali la minaccia non si esaurisce più nella deterrenza, ma risiede nell’impunità sorretta da quell’immunità che preclude i processi di riconciliazione o rende inefficaci le forme di giustizia di transizione. Allora non basta più solo la denuncia, ma si impone “il risveglio delle coscienze e del pensiero critico” su cui costruire il dialogo, abilitare il negoziato a proporre la pace e non improbabili tregue sottoposte alla logica della potenza per cui “la giustizia e la dignità umana sono più che mai esposte agli squilibri di potere tra i più forti”.

È questo il disarmo che può disarmare. Quello che consente di annientare sentimenti di contrapposizione che partendo dal cuore di ognuno sono in grado di determinare decisioni collettive o ancor prima essere da supporto al “crescente tentativo di trasformare in armi persino i pensieri e le parole”.

Il mondo, il nostro mondo, assiste a un quotidiano confronto tra le forze in campo in ogni ambito della realtà sociale. Eppure non ne ha alcun bisogno. Anche perché sono proprio gli interminabili confronti e i conflitti bellici in atto a mostrare chiaramente che nessuno è in grado di prevalere. Anzi i processi negoziali per cercare almeno una conciliazione o il cessate il fuoco, trovano limiti e persino completo sovvertimento perché nessuno tra i contendenti è pronto a non vincere. A perdere, infatti, sono a vario modo a tutti. E non sul piano territoriale, economico, politico, ideologico come si potrebbe facilmente individuare sulla base dei canoni tradizionali di interpretazione della conflittualità, ma nei poveri che aumentano, nell’esclusione, nelle vite recise, nelle generazioni che mancheranno e nell’impossibilità, almeno nel breve periodo, di un’ordinata coesione sociale. Gli effetti sono descritti da sottosviluppo, deportazioni, spostamenti forzati, perdita di radici e affetti, fino alle forme di distruzione di identità dalle quali non è assente il senso del credere e la dimensione del trascendente.

Pertanto, l’affidare, come fa il Messaggio, al diritto internazionale, agli organismi intergovernativi o anche a quelli sovranazionali, il compito di garantire la pace non è un appello a quegli ambiti superiori tradizionalmente posti a governare i rapporti tra i popoli. Si tratta del punto focale di una visione che abbandona la semplice aspirazione alla pace, ma ne fa un metodo che va utilizzato in concreto e per la cui attuazione bisogna anche volere e saper combattere. La pace, infatti, non è una semplice alternativa alla guerra, per questo richiede operatrici e operatori di pace preparati e competenti in grado di resistere “alla contaminazione delle tenebre, come sentinelle nella notte”.

Ai credenti poi, è fatto monito di non “trascinare le parole della fede nel combattimento politico, benedire il nazionalismo e giustificare religiosamente la violenza e la lotta armata”. Il rischio è di oscurare “il Nome Santo di Dio”.

La pace disarmata e disarmante si affaccia nel linguaggio delle relazioni internazionali come una condizione nella quale interessi in conflitto, idee diverse, contrapposizioni che possono nascere nella vita di relazione tra popoli e tra Stati, trovano soluzione non nel giusto equilibrio tra le Potenze, ma nella retta ragione per la quale “la pace esiste, vuole abitarci, ha il mite potere di illuminare e allargare l’intelligenza, resiste alla violenza e la vince”.

Nella visione di Isaia, che Leone XIV pone a conclusione del Messaggio, forgiare aratri in luogo di spade e trasformare lance in falci non è una riconversione o il cambio di un programma o di una politica, ma è l’emergere dell’autentica realtà dell’umano che si impone in ogni ambito di relazione. Esercitare l’arte della pace è possibile, se si comprende il fallimento a cui conduce la guerra.

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