La perdita dell’affetto più caro a volte li colpisce in tenerissima età. Lo stigma di una società, spesso li marchia lungo la crescita. In Italia, i minori orfani a causa di un femminicidio rappresentano una sfida per tutti: chiedono protezione, accoglienza, riconoscimento. Non hanno bisogno di pietismo e certamente non di lezioni sulla moralità di chi li ha generati ma ha azzerato la famiglia.
Ai figli delle vittime di omicidi e violenze di genere è stato dedicato un convegno presso la Biblioteca del Senato, promosso dall’Associazione mondiale delle giornaliste e scrittrici (Ammpe Italia) per guardare a ciò che è stato fatto finora e al grande sforzo ancora da compiere, per sostenere e non dimenticare.
Quali componenti vitali della società, il giornalismo e la letteratura sono chiamati in causa direttamente. “Assumono una responsabilità civile ed etica enorme nel raccontare le storie di femminicidio”, ha detto in apertura Alba Kepi, presidente della Ammpe Italia. “Se il giornalismo ha il compito di informare con rispetto e profondità, trasformando la cronaca in un atto di responsabilità sociale, la letteratura possiede la capacità unica di dare voce ai silenzi e alle paure dei bambini, trasformando il dolore individuale in memoria collettiva”.
La testimonianza di Maria Giovanna Russo (Foto Sir)
Per la senatrice Valeria Valente la legislazione italiana in materia è all’avanguardia ma le criticità ancora esistono. “Rammarica – ha osservato – constatare che lo Stato non riesca a mappare tempestivamente gli orfani, dovendo spesso fare affidamento sull’intermediazione delle associazioni per raggiungere i beneficiari. Sebbene esistano proposte per istituire un nuovo registro degli orfani, vorrei ricordare che il Parlamento ha già approvato all’unanimità la legge 53/2022, che prevede la raccolta di informazioni immediate in caso di femminicidio”. Oggi la sfida principale è superare il paradosso delle risorse: i fondi per gli orfani di femminicidio ci sono, ma restano spesso inutilizzati a causa di un sistema che non viaggia a pieno regime. “È un corto circuito inaccettabile – ha ribadito Valente – se i soldi avanzano mentre i bisogni persistono, significa che il meccanismo va corretto. Dobbiamo aumentare il sostegno economico alle famiglie affidatarie, poiché i 300 euro attuali sono decisamente insufficienti, e garantire un’assistenza psicologica costante non solo ai ragazzi, ma anche a chi si fa carico del loro sostegno emotivo”.
Da uomo, l’onorevole Andrea De Maria, ha commentato: “emerge con forza la necessità di scardinare quegli aspetti della cultura maschilista e quelle forme di prevaricazione che ancora persistono nella società. Parallelamente, chiunque operi nel mondo dell’associazionismo, della comunicazione e dell’informazione ha la responsabilità etica di mantenere un’attenzione altissima su questo fenomeno, ponendosi prima di tutto in una condizione di ascolto rispettoso”.
Un ruolo fondamentale è giocato dai soggetti del terzo settore. Simona Rotondi, vice coordinatrice Attività Istituzionali di “Con i bambini”, impresa sociale che ha lo scopo di attuare i programmi del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, ha spiegato come dal 2020 sia stata attivata un’iniziativa che unisce 107 soggetti tra scuole, università, comuni e terzo settore. “Il cuore dell’intervento – ha detto – risiede nella presa in carico degli orfani attraverso percorsi personalizzati. Questi strumenti non sono semplici sussidi economici o voucher, ma piani d’azione su misura che mirano a potenziare le opportunità formative, culturali e ricreative dei bambini, affrontando al contempo il benessere psicofisico e la salute mentale”.
Patrizia Schiarizza, presidente de “Il Giardino Segreto” e responsabile de il Progetto Airone, realizzato grazie al contributo di Con i Bambini, ha parlato dei passi compiuto con il bando “A braccia aperte”. “Ascoltando le parole dei familiari – ha ricordato –, emerge con forza una verità drammatica: la negazione del diritto al lutto. Quando una madre dichiara di non poter piangere la propria figlia perché travolta dall’urgenza di accudire i nipoti, ci troviamo di fronte a una situazione innaturale che scardina l’ordine biologico della vita. I nonni si ritrovano improvvisamente proiettati in una responsabilità totale, senza il tempo necessario per elaborare il proprio dolore. Davanti a questo scenario, la nostra responsabilità non è solo un obbligo giuridico dello Stato, ma un imperativo morale collettivo. Grazie a una dotazione finanziaria di 3,3 milioni di euro destinata a sei Regioni, il progetto “Il Giardino Segreto” ha potuto sperimentare un modello di intervento innovativo. La sfida principale è stata operare su un fenomeno quasi privo di dati certi, una lacuna che impedisce di conoscere la reale entità del problema e le necessità quotidiane delle famiglie. I numeri non servono per statistica, ma per orientare l’azione: i 253 minori attualmente presi in carico sono il punto di partenza per comprendere cosa accada realmente dentro le case e come evolvano i bisogni nel tempo”.
I dati raccolti dall’organizzazione evidenziano l’importanza cruciale della tempestività: “grazie ai progetti in corso – ha sottolineato Rotondi –, il tempo medio di intervento dopo il femminicidio è sceso da 8 a 3 mesi, offrendo uno spazio vitale di 5 mesi per prevenire che il trauma diventi una ferita indelebile. Su 253 casi seguiti, 28 sono stati gestiti in regime di emergenza immediata”.
L’analisi statistica inoltre rivela che il 40% dei minori era presente al momento del delitto e che la maggior parte degli orfani seguiti abbia un’età compresa tra i 7 e i 17 anni, mentre il 25% si trova nella fascia 18-21. I risultati dell’impegno dell’iniziativa però sono tangibili: “mostrano una diminuzione – ha aggiunto Rotondi – del 15% dei casi di depressione e ansia tra i minori, accompagnata da un incremento del 30% della presenza scolastica. Oltre al supporto clinico ed educativo, il terzo settore ha svolto un ruolo sussidiario fondamentale nel colmare il divario burocratico: il 70% delle famiglie, infatti, non aveva accesso ai benefici della Legge 4/2018 per mancanza di informazioni o complessità amministrativa”.
Ancor più efficace dei numeri, è stata la testimonianza di Maria Giovanna Russo, madre di Annalisa Rizzo, uccisa ad Agropoli nel 2024 dal marito da cui voleva separarsi, e nonna di Alessandra, oggi 15enne rimasta orfana. “Mi ritrovo a crescere mia nipote e, sebbene non voglia usare parole dure, sento il peso di responsabilità che non dovrebbero più appartenermi alla mia età. Vivo per la mia nipotina, ma porto dentro il dolore lacerante di aver perso una figlia”. La signora ha ricordato come abbia scritto alle istituzioni per ricordare chi fosse Annalisa: “una donna realizzata – ha ribadito –, con un lavoro, una casa e una famiglia solida. Ciò che mi ha ferito profondamente, però, è stata la reazione di parte del Paese. Sentir dire ‘se l’è meritato’ è atroce, specialmente perché queste parole sono pronunciate da altre donne. Mi chiedo – ha concluso – come sia possibile per una donna arrivare a pensare o a dire una cosa del genere; è qualcosa di veramente incredibile e inaccettabile”.
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