Pastorale giovanile: don Pincerato, “Come il lievito nella farina. Dentro la vita dei giovani”

Scritto il 22/10/2026
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Una sessantina di incaricati diocesani di pastorale giovanile a Sacrofano per “Lieviti di comunità”, terza tappa dell’itinerario formativo del Servizio nazionale: strumenti per abitare la complessità, oasi per la propria interiorità. Il regno di Dio, dice Gesù, è simile al lievito che una donna prende e mette in tre misure di farina (Lc 13,20-21). Tanta farina, poco lievito. Nel testo greco la donna lo ‘nascose’: il lievito sparisce nella pasta e lavora dall’interno, finché tutta non è lievitata.

L’appuntamento “Lieviti di comunità”, vissuto a Sacrofano dal 12 al 15 ottobre da una sessantina di incaricati diocesani di pastorale giovanile, porta nel nome questa immagine. È la terza tappa dell’itinerario formativo che, come Servizio nazionale per la pastorale giovanile della Cei, proponiamo a chi ha ricevuto dal vescovo o dal suo superiore questo compito. “Con il passo giusto” accompagna chi comincia e ha bisogno anzitutto di capire per chi è stato mandato; “io, noi, comunità” offre un luogo per fare il punto quando le attese dei primi anni si misurano con la fatica.

Lieviti appartiene alla formazione che non finisce, quella che sostiene il servizio lungo gli anni, quando le domande diventano più complesse delle risposte imparate all’inizio.

L’obiettivo era consegnare strumenti per leggere la complessità, abitarla, esserne consapevoli. Non per vincerla: la complessità dei territori, delle comunità e delle vite dei giovani non è un avversario da battere né un problema da risolvere una volta per tutte. Si abita, come il lievito abita la farina, senza rifugiarsi nella nostalgia di una pastorale più semplice né nella ricerca di una ricetta valida ovunque. Leggerla significa vedere il sistema in cui ci si muove: le persone, le appartenenze, le storie, i conflitti che nessuno nomina. Così, da ostacolo, la complessità diventa perfino una fonte di informazione sul contesto. Se una proposta raccoglie adesioni in città e silenzio nei paesi, quel silenzio non è soltanto un insuccesso da archiviare: parla delle distanze, dei calendari, dei legami che reggono e di quelli che si sono allentati.

In quei giorni tra gli incaricati si sono costruite relazioni che non sono un contorno della formazione: per chi lavora spesso con pochi collaboratori accanto, una rete di colleghi con cui confrontarsi è uno strumento tra gli altri, forse il più duraturo. C’è stato il tempo per raccontarsi e per mettere in comune buone pratiche ed esperienze, perché la fatica di una diocesi raramente è soltanto sua e una soluzione nata altrove può essere ripensata a casa propria.

C’è stato il tempo per accogliere le proposte che Gigi Cotichella ed Emanuele Bortolazzi, di Ago Formazione, ci hanno consegnato: schede di progettazione e di verifica, giochi di collaborazione che insegnano attraverso l’esperienza ciò che una lezione frontale fatica a spiegare. Lungo le giornate si aprivano le oasi, momenti in cui ciascuno poteva rileggere ciò che aveva appena vissuto. Non erano semplici pause: erano il luogo in cui il fare diventava esperienza. Strumenti per la complessità, oasi per la propria interiorità: le due cose si tengono. Lo strumento che non passa dalla rilettura diventa tecnica; la rilettura che non trova strumenti resta un’impressione. È la differenza tra formare operatori e formare persone.

Valutare un’esperienza formativa è difficile, perché non la si può misurare: un progetto si verifica, ciò che accade nelle persone chiede altri tempi. Il lievito non si vede mentre lavora; si riconosce quando la pasta è cresciuta.

La prova vera verrà quando gli strumenti incontreranno i volti dei giovani e delle comunità. Qualcosa, tuttavia, si coglie già: un respiro ampio e disteso, che nei ritmi ordinari non è scontato.

Il nome “lieviti di comunità” chiede molto, eppure nella parabola il gesto decisivo non appartiene al lievito: appartiene alla mano che lo nasconde nella farina. Chi è chiamato a essere lievito resta anche farina che ha bisogno di lievitare. Gli incaricati sono tornati nelle loro realtà con questa consapevolezza: la strada potrà essere lunga, a tratti faticosa, ma il lievito buono continua a metterlo il Signore.

(*) Responsabile Pastorale Giovanile Conferenza Episcopale Italiana

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