“Io e mio marito Ionel lavoriamo entrambi nelle stesse serre. Ci alziamo presto, alle cinque del mattino, e prendiamo l’autobus per raggiungere il lavoro. Ci occupiamo di pomodori, peperoni, melanzane, dipende dalla stagione. È un lavoro pesante, schiena piegata tutto il giorno, con il caldo soffocante delle serre”. Sono le parole di Magda, 20 anni, nata in un villaggio della Moldavia, in Romania. Nata e cresciuta in campagna, tra lavoro domestico e cura dei fratelli, oggi vive in Sicilia con il marito e due figli, nella cosiddetta “fascia trasformata” a Marina di Acate, in provincia di Ragusa. Un territorio trasformato – appunto – da chilometri e chilometri di serre per la produzione intensiva di ortaggi, frutta e verdure, dove gran parte dei lavoratori vengono sfruttati per pochi euro al giorno, esposti ad ogni forma di abuso. Intere famiglie vivono in questa terra di nessuno in condizioni di povertà e degrado. Pochi sono quelli con contratti regolari e condizioni di vita dignitosa, anche se negli anni l’azione di advocacy e denuncia delle associazioni e dei sindacati ha contribuito ad una maggiore consapevolezza dei datori di lavoro e alla conoscenza della situazione a livello nazionale. Ad occuparsi di loro da anni è la Caritas diocesana di Ragusa, insieme a Save the children e l’Associazione I Tetti colorati, con scuole e centri di animazione per i bambini, presidi sociali e sanitari e per i diritti, distribuzione di indumenti e generi di prima necessità. All’interno del progetto “Liberi dall’invisibilità” è stato organizzato un laboratorio di scrittura narrativa in lingua romena, coordinato da Ciprian Apetrei, professione di filosofia e lingua romena, scrittore e giornalista.
I lavoratori romeni sono una comunità storicamente molto presente, insieme ai tunisini, nella “fascia trasformata”. “Ho perso il conto delle persone di nazionalità romena incontrate in questi undici anni di lavoro, prima con il progetto Presidio di Caritas italiana, poi con gli altri progetti. Ultimamente stanno arrivando anche molti lavoratori bangladesi”, spiega al Sir Vincenzo La Monica, della Caritas diocesana di Ragusa: “In questi anni abbiamo avuto molte soddisfazioni, soprattutto dai bambini e giovani che abbiamo seguito. Molti hanno studiato, alcuni vanno addirittura all’università”.
Vincenzo La Monica, Caritas diocesana di Ragusa – (Foto Caiffa/SIR)
Gli invisibili hanno trovato una voce”.
Come la storia di Maria, “con molti figli rimasti in Romania”, da più di cinque anni nelle serre, tra pomodori e peperoni spruzzati in continuazione con prodotto fitoterapici malsani per aumentarne la produttività, in modo da avere più raccolti l’anno. Tutti questi ortaggi finiscono poi nel grande mercato ortofrutticolo di Vittoria e poi nei supermercati italiani, con la denominazione “Sicilia”. Maria racconta l’arrivo in Italia con un connazionale: “Ci disse che ci avrebbe aiutato a trovare un lavoro. Ci prese i passaporti per ‘farci i documenti’ ma da allora non li abbiamo più visti. E i soldi…ci dava quanto voleva lui.
Lavoravamo tutto il giorno, dall’alba al tramonto, e ricevevamo solo quel tanto che bastava per comprare un po’ di cibo.
Uscivamo dalla fattoria solo per andare al negozio, a prendere pane e qualche patata, ma sempre in fretta, per non parlare con nessuno”.
Le condizioni di vita di una famiglia che vive nelle serre della “fascia trasformata” – foto: Caiffa/SIR
Qui il racconto si riempie di dettagli che sfiorano la disumanità. “Vivevamo ammassati, in tanti, in una stanzetta. L’odore era sgradevole, d’inverno faceva freddo e d’estate si moriva di caldo. A volte non c’era abbastanza acqua. Ci lavavamo a turno, in un secchio, e i nostri vestiti erano sempre sporchi di terra e di sudore. (…)
Ci trattavano come schiavi, con parole dure e, a volte, anche con schiaffi, se non ci muovevamo abbastanza in fretta”.
L’incontro con Caritas Ragusa. La fortuna di Maria, come delle altre donne che hanno reso visibile la loro storia grazie al laboratorio di scrittura creativa, è stata quella di incontrare gli operatori di Caritas Ragusa e delle altre organizzazioni: “Adesso va meglio. Siamo arrivati al centro di Marina di Acate e lì ci hanno dato da mangiare, vestiti, e soprattutto ci hanno fatto sentire che non siamo soli. (…) Qui ho cominciato ad imparare un po’ d’italiano, abbiamo iniziato a sistemare i documenti, e i miei figli non piangono più per la fame.
The post Nelle serre del ragusano un laboratorio di scrittura narrativa dà voce alle braccianti romene first appeared on AgenSIR.Qui, per la prima volta dopo tanti anni, ho sentito che qualcuno ci vede davvero, che siamo esseri umani, non solo braccia da sfruttare”.

