India. Suor Beena Madhavat Devasia: “Il vero sviluppo si misura da come vengono protetti i più vulnerabili”

Scritto il 06/06/2026
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L’India è un Paese di straordinari contrasti e complessità. Per comprenderne meglio realtà e contraddizioni, abbiamo parlato con suor Beena Madhavat Devasia, religiosa orsolina, medico e direttrice dell’Holy Family Hospital di Mumbai, una delle più importanti istituzioni sanitarie cattoliche della città, profondamente impegnata al servizio delle persone di ogni provenienza sociale e religiosa.

Suor Beena, dall’estero l’India viene spesso percepita come una potenza globale in rapida crescita. Quale realtà vede ogni giorno attraverso il suo lavoro all’Holy Family Hospital?

Vedo due India che convivono negli stessi corridoi di un ospedale di Mumbai: una moderna e tutelata, l’altra fragile, fatta di migranti e lavoratori senza assicurazione, costretti a rimandare le cure finché anche una malattia lieve diventa grave. Le tensioni globali — dal costo del petrolio ai conflitti in Medio Oriente — aggravano ulteriormente la loro condizione, facendo salire il prezzo di beni essenziali e cure. In questo scenario, l’ospedale diventa uno specchio del Paese: accanto a pazienti ben coperti, arrivano persone segnate da precarietà e paura per il futuro. Lo stesso contrasto attraversa Mumbai: città lanciata verso lo sviluppo, tra tecnologia e ambizioni globali, ma circondata da un’umanità invisibile che affolla le baraccopoli senza lavoro stabile, casa sicura o protezione sociale.

La pandemia di Covid-19 ha colpito profondamente l’India e il suo sistema sanitario. Che cosa le ha insegnato quell’esperienza, sul piano personale e professionale?

Ha messo in luce le disuguaglianze ma anche una grande solidarietà. Mi ha insegnato che la sanità deve essere accessibile a tutti e fondata sulla dignità e la compassione e il vero progresso deve essere misurato anche dal fatto che i più vulnerabili si sentano protetti, rispettati e inclusi. Senza compassione e giustizia sociale, lo sviluppo rimane incompleto. È stata una delle esperienze più difficili e trasformative della mia vita, sia personalmente sia professionalmente. Ha rivelato non solo la fragilità dei sistemi sanitari, ma anche le profonde disuguaglianze presenti nella società che sono diventate ancora più visibili. Ricordo vividamente la paura negli occhi dei pazienti mentre entravano da soli nei reparti di emergenza, perché ai familiari non era permesso entrare. Alcuni avevano accesso immediato alle cure private e ai trattamenti più avanzati, mentre altri trascorrevano giorni alla ricerca di un posto letto o di ossigeno. È stato commovente vedere lavoratori migranti che avevano perso sia il lavoro sia un alloggio, anziani isolati dai loro cari e famiglie disperate in attesa di aggiornamenti al telefono. Eppure, in mezzo a questa sofferenza, ho assistito anche a una straordinaria umanità. Gli infermieri lavoravano instancabilmente per ore interminabili sotto i dispositivi di protezione. Gli addetti ai reparti confortavano i pazienti spaventati quando le famiglie non potevano essere presenti. I medici continuavano a prendere decisioni difficili nonostante l’esaurimento emotivo e fisico. Ricordo famiglie che condividevano il cibo con estranei nelle sale d’attesa e pazienti di religioni diverse che pregavano silenziosamente gli uni per gli altri.

Quanto è importante la convivenza interreligiosa nella vita quotidiana di un ospedale come il vostro?

La malattia unisce e mette al centro l’umanità e la solidarietà. La missione dell’Holy Family Hospital è offrire cure e assistenza compassionevole a chiunque ne abbia bisogno, indipendentemente da casta, credo, religione, lingua o condizione economica. Questo principio è al centro di tutto ciò che facciamo. Ogni persona viene accolta con la stessa dignità e attenzione. Pazienti, medici, infermieri e personale provengono da tradizioni religiose e culturali differenti, eppure lavorano insieme con rispetto reciproco e con una comune dedizione alla guarigione. Il motto del nostro ospedale è “La salute è armonia”. Crediamo che la vera guarigione avvenga quando esiste armonia dentro la persona, nelle famiglie, nelle relazioni e nella società. Così l’ospedale diventa non solo un luogo di cura, ma anche un luogo di incontro, speranza, guarigione.

Quale contributo specifico può offrire oggi la Chiesa cattolica alla società indiana?

Sebbene i cristiani siano una minoranza in India, la Chiesa cattolica continua a offrire un contributo significativo alla società. Il suo ruolo va oltre la religione e si concentra sull’istruzione, la sanità, il servizio sociale e la promozione della dignità umana. Uno degli aspetti più straordinari è il contributo delle religiose cattoliche nella sanità. Circa 1000 religiose-medico, di cui l’80% opera in regioni remote, rappresentano spesso l’unico riferimento sanitario per molte comunità. Attraverso una rete di oltre 3.500 istituzioni, la Catholic Health Association of India raggiunge più di 21 milioni di persone ogni anno, garantendo cure e assistenza anche nelle zone più povere e marginalizzate. Oltre alla sanità, la Chiesa promuove giustizia sociale, diritti umani e inclusione, lavorando con gli ultimi e favorendo dialogo, pace e valori etici nella società. Curano malattie, assistono ai parti, gestiscono emergenze, promuovono la prevenzione e accompagnano le persone nei momenti di sofferenza con compassione e rispetto. Un altro contributo importante riguarda l’impegno per la giustizia sociale e il servizio agli emarginati. La Chiesa lavora accanto ai dalit, alle comunità tribali, ai migranti, alle donne e ai bambini, sostenendo diritti umani, uguaglianza ed emancipazione.

Quali le sfide più grandi e i cambiamenti più urgenti?

L’India affronta sfide serie: disuguaglianza, disoccupazione, polarizzazione, problemi ambientali e accesso diseguale a sanità e istruzione. Molte persone provenienti da aree rurali e tribali continuano a lottare per accedere a cure sanitarie adeguate, istruzione, lavoro e persino ai bisogni umani fondamentali. Lo stress economico, la migrazione, i pesi familiari, le relazioni spezzate, l’abbandono degli anziani, le dipendenze, la depressione e le pressioni della vita moderna aumentano ulteriormente la sofferenza umana e indeboliscono il tessuto emotivo delle famiglie e delle comunità. Un’altra preoccupazione è il crescente isolamento sociale vissuto dagli anziani. Anche quando i loro bisogni materiali sono soddisfatti, spesso soffrono profondamente di solitudine, mancanza di compagnia, insicurezza e trascuratezza affettiva. Un cambiamento fondamentale, al quale tutti dobbiamo contribuire, è quindi comprendere che il vero sviluppo non può essere misurato soltanto attraverso la crescita economica o il progresso tecnologico, ma anche dal fatto che i più vulnerabili si sentano protetti, rispettati e inclusi. Senza compassione e giustizia sociale, ogni sviluppo rimane incompleto.

Cosa le dà speranza per il futuro del Paese?

Sono soprattutto le persone, in particolare le donne e le nuove generazioni. Le donne – che purtroppo spesso continuano a essere considerate inferiori o limitate da stereotipi tradizionali – sono potenti agenti di compassione, cura, educazione e trasformazione sociale. In particolare nella sanità e nel servizio sociale, diventano spesso il volto della cura, del sacrificio e della dignità umana. Ogni giorno inoltre incontro tanti giovani che desiderano non solo il successo personale, ma anche un cambiamento significativo nella società. Trovo speranza anche nella straordinaria diversità dell’India. Nonostante tensioni e difficoltà, persone di religioni, lingue e culture differenti continuano a vivere insieme e a interagire quotidianamente. La forza dell’India è sempre stata la sua capacità di accogliere le differenze mantenendo l’unità. Come persona impegnata nel ministero della salute, credo che la speranza nasca ogni volta che continuiamo a servire con sincerità, soprattutto dove il bisogno è maggiore. Il futuro dell’India non dipenderà soltanto dalle politiche o dagli indicatori economici, ma dalla capacità di preservare la nostra umanità, il senso di solidarietà e l’impegno reciproco. Ed è in questo che continuo a sperare.

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