Mentre cresce di giorno in giorno, e ciò succederà per molto tempo ancora, il bilancio dei morti provocati dalla duplice scossa di terremoto del 24 giugno scorso, il Venezuela inizia, necessariamente, a “fare i conti” della ricostruzione, il che significa, prima di tutto, avere un quadro dei danni che il sisma ha provocato su edifici e altre strutture, e chiedersi il motivo di un tale disastro. Una notevole esperienza, in questo campo, è quella della Facoltà di ingegneria dell’Università Cattolica Andrés Bello di Caracas, gestita dalla Compagnia di Gesù, che si candida, se le sarà “consentito” dalle attuali istituzioni di governo, ad avere un importante ruolo nella futura ricostruzione, in genere un compito impressionante, impari per l’attuale struttura economica, sociale e istituzionale del Venezuela. Il Sir ha interpellato la decana della Facoltà, la professoressa Mayra Narváez, che mette, anzitutto, in evidenza la gravità dei danni provocati dal terremoto, ben di più degli attuali numeri ufficiali, che hanno segnalato 855 edifici danneggiati a livello nazionale, di cui 189 completamente crollati, con circa otto crolli su dieci concentrati nello Stato di La Guaira.
(Foto Ucab)
Danni per quasi 40 miliardi di dollari. “Come accade in tutti i disastri di grande entità, queste cifre iniziali tendono a sottostimare la reale entità del danno – commenta la docente –. Per questo motivo, sono importanti le analisi tecniche indipendenti basate sulla modellizzazione e sul telerilevamento. Un’analisi condotta dall’Ufficio delle Nazioni Unite per la Riduzione del rischio di disastri (Undrr) stima che la doppia scossa sismica del 24 giugno abbia causato danni diretti pari al 3% del valore del patrimonio edilizio e al 4% del valore delle infrastrutture del Paese, il che si traduce in circa 24 miliardi di dollari di danni per gli edifici sia privati che pubblici e circa 13 miliardi per le infrastrutture. È importante sottolineare che queste cifre si riferiscono ai danni fisici diretti ed escludono le perdite economiche indirette”.
Particolarmente grave, come è noto, il caso dello Stato costiero di La Guaira: uno studio condotto da Anova Policy Research, in collaborazione con il Microsoft AI for Good Research Lab, ha utilizzato immagini satellitari ad alta risoluzione e l’intelligenza artificiale per identificare i danni a livello di singolo edificio tra Catia La Mar e Caraballeda. In tale zona sono state individuate 38.798 strutture abitative, di cui 4.958 (12,8%) presentano un qualche livello di danno osservabile; all’interno di questo sottoinsieme, 2.654 strutture (6,8% del totale) sono risultate gravemente compromesse o distrutte. Lo stesso studio stima che circa 73.500 persone in quella fascia costiera risiedessero in edifici con un certo grado di danno e che circa 37.600 vivessero in edifici con danni gravi, strutturali o crollati.
I motivi del disastro. Su tale concentrazione di danni non sono mancate, nelle ultime settimane, considerazioni sui motivi per cui in un’area non vicinissima all’epicentro si sia verificato un disastro così grave. Secondo Narváez, “la concentrazione dei danni a La Guaira, Catia La Mar e Caraballeda non è spiegabile solo con la distanza dall’epicentro, ma con una combinazione di fattori”. Dal punto di vista sismologico, “il secondo evento della coppia, di magnitudo Mw 7,5 sulla faglia di San Sebastián, ha presentato una rottura insolitamente estesa, con una forte direttività da ovest a est, praticamente parallela alla linea di costa, e con la maggiore dislocazione concentrata al largo dello Stato di La Guaira. A ciò si aggiungono gli effetti del sito. Gran parte delle aree urbane di Catia La Mar, La Guaira e Caraballeda sorge su profondi coni alluvionali, con spessori da 50 a oltre 100 metri di depositi granulari parzialmente saturi, che amplificano significativamente la risposta sismica. Inoltre, questi depositi presentano un elevato potenziale di liquefazione, un processo coerente con i cedimenti, il ribaltamento degli edifici e i danni improvvisi osservati nella fascia costiera”.
Infine, incide il fatto che “il patrimonio edilizio costiero di La Guaira è datato, con molti edifici plurifamiliari costruiti tra gli anni ’50 e ’80, alcuni con tipologie strutturali note per la loro fragilità sismica. A ciò si aggiungono un prolungato deterioramento dovuto alla mancanza di manutenzione, un’applicazione disomogenea delle norme antisismiche e una densificazione spesso disordinata su terreni ad alto rischio”.
Ricostruzione, sfida impressionante. In questo scenario, prosegue la docente dell’Ucab, le sfide della ricostruzione sono molteplici: “Il ruolo della pianificazione urbana e del rispetto delle norme antisismiche è fondamentale, poiché ricostruire nello stesso luogo e con gli stessi criteri significherebbe riprodurre la vulnerabilità che il terremoto ha drammaticamente messo in evidenza”. Nel caso della fascia costiera, lo studio dell’Anova stima che la sola ricostruzione delle infrastrutture abitative danneggiate richiederebbe circa 2.370 milioni di dollari, pari al 2-3% del Pil nominale del Paese, senza contare i danni alle infrastrutture pubbliche, ai servizi di base, all’attività economica né i costi di demolizione e smaltimento delle macerie. A livello nazionale, la valutazione dell’Undrr stima un periodo di ritorno dell’ordine di 180 anni. Dal punto di vista tecnico, le sfide sono almeno quattro, e prevedono un reinsediamento pianificato e selettivo, il rinforzo del patrimonio edilizio sopravvissuto, un aggiornamento normativo, e, naturalmente, il finanziamento e la governance della ricostruzione, “poiché l’entità dei danni supera di gran lunga la capacità fiscale interna. Sarà indispensabile articolare meccanismi di finanziamento multilaterale, fondi specifici per la ricostruzione e schemi di cofinanziamento pubblico-privato”. Infine, “la ricostruzione dovrebbe essere concepita come un’opportunità per «ricostruire meglio», rivedendo le densità abitative”.
In questo contesto, conclude la docente, “nel contesto dei terremoti del 24 giugno, i gruppi di docenti e professionisti legati all’Ucab stanno già partecipando ad analisi e discussioni tecniche. Nella misura in cui il quadro istituzionale lo consenta, il team di ingegneria è disponibile a collaborare in diversi ambiti concreti. L’Ucab e i suoi team di ingegneri possono apportare sia conoscenze tecniche sia capacità di formazione e accompagnamento istituzionale, in collaborazione con altri attori nazionali e internazionali, affinché la ricostruzione post-terremoto non sia solo una sostituzione delle perdite, ma un salto di qualità verso città e territori più sicuri”.
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