Il mondo in un vagone

Scritto il 15/07/2026
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Una ragazza attira la mia attenzione. Nel vagone colmo di gente è l’unica che tiene tra le mani un libro. Non resisto alla tentazione di sbirciare la copertina: La giornata di uno scrutatore. Un classico, letteratura impegnata. Sotto al libro la ragazza tiene tra le mani anche lo smartphone, ma a differenza del 90 % degli altri passeggeri non ne guarda lo schermo. Lo sta usando per ascoltare della musica. Chissà, quale colonna sonora avrà scelto per Italo Calvino? Alle orecchie ha quelle cuffie senza fili che ti fanno assomigliare ad un androide. Ma sulla metropolitana di Roma a metà mattina molti passeggeri più che androidi sembrano zombies. Lo sguardo perso, o meglio fisso, sullo schermo del proprio telefono. E il pollice che “scrolla”, che fa cioè quel movimento dal basso verso l’alto, in modo meccanico, quasi febbrile, per scorrere le news, i post, i video del momento. Non sono molto diversi, a ben guardare, dal giocatore d’azzardo ammaliato dalla pallina sulla roulette, dalle combinazioni della slot machine o dalle caselle dell’ennesimo gratta e vinci. Tutti vicini, eppure lontanissimi, ciascuno concentrato, quasi ipnotizzato, su quel piccolo specchio palmare che ti risucchia in una realtà parallela e ti impedisce di vedere chi hai fisicamente accanto. Un divertissement potenzialmente infinito. Roba da rubarti l’anima. Immuni al sortilegio sembrano, nel vagone, solo una coppia di innamorati che si sorridono guardandosi negli occhi, un gruppetto di amici che scherzano con l’allegria chiassosa dell’adolescenza, due badanti che confabulano tra loro in una lingua sconosciuta, eppur familiare, che porta in sé tutta la dura malinconia dei Balcani. Quasi a ricordarci che il telefono alla fine è solo un surrogato e che forse gran parte del suo successo deriva dalla povertà delle nostre relazioni e dalla paura che abbiamo del silenzio, della solitudine, della fatica. Sulla stessa tratta della metropolitana a tarda sera lo spettacolo è ben diverso. Manca poco a mezzanotte. C’è qualche turista che approfitta delle ultime corse per tornare in hotel e intanto riguarda e condivide foto della giornata sull’immancabile e non ancora scarico telefonino. Ma soprattutto ci sono loro. Decine di lavoratori dalla camicia bianca e dalla pelle scura o ambrata che tornano a casa. È facile capire che si tratta soprattutto di camerieri, inservienti, lavapiatti, addetti alle pulizie di alberghi e ristoranti della capitale. Sono indiani, filippini, alcuni nordafricani. Nessuno di loro ha voglia di guardare il telefono. Si respira la loro stanchezza, eppure sorridono, scambiano qualche parola, aspettano solo di potersi togliere le scarpe. Salendo sul vagone ho pensato per un attimo di non trovarmi più a Roma, ma a Nuova Delhi. Ma a pensarci bene avremmo potuto essere in una qualunque delle grandi metropoli di questo mondo globalizzato. Magia della metropolitana che, senza uscire dal perimetro di una città, ti fa vedere il mondo intero, con la sua magnifica umanità.

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