Un giorno Eraldo Affinati riceve da una signora sconosciuta una fotografia che ritrae suo padre bambino, seduto insieme alla sorellina ai piedi di tre donne, fra cui la nonna, Elisa Affinati. L’immagine, struggente e inaspettata, è all’origine di un romanzo autobiografico “Nella palude del padre”, edito da Feltrinelli e in libreria dal 15 settembre. Nel 1930 Elisa muore di malattia a soli trentasei anni lasciando i due piccoli, entrambi non riconosciuti, privi di sostegno. Il libro racconta le loro vite sullo sfondo dell’Italia del Novecento. Eraldo Affinati, scrittore e fondatore con la moglie Anna Luce Lenzi nel 2008 della scuola Penny per l’insegnamento gratuito della lingua italiana agli immigrati, affronta ora in questo libro i temi di tutta la sua opera: la riflessione sul male umano, cosa significa essere padri e madri, il valore dell’istruzione, quale senso dobbiamo attribuire al nostro stare al mondo, come sia possibile vincere la solitudine e l’indifferenza. Lo abbiamo intervistato.
(Foto SIR)
Nel libro lei scopre progressivamente quanto la storia di suo padre – un bambino non riconosciuto, rimasto orfano, con poca istruzione e senza punti di riferimento – abbia inciso sulla sua formazione. Quanto della sua scelta di diventare insegnante nasce dal desiderio di dare ad altri ragazzi ciò che a suo padre è mancato?
C’è un rapporto profondo fra la condizione di figlio illegittimo di mio padre e il fatto che io sia diventato insegnante e scrittore: a ben pensare, queste due figure sono legate dal valore della responsabilità della parola, orale e scritta. Trovare le parole mancate ai propri genitori, dal momento che anche mia madre era orfana di padre, può spingerci a cercare di elaborarle al posto loro attraverso l’istruzione rivolta alle nuove generazioni.
Lei racconta di essere stato un ragazzo che ha sofferto profondamente la scuola e che non voleva rimanere “chiuso all’interno delle sue asfittiche mura”. Com’è possibile che proprio quella difficoltà l’abbia condotta verso l’insegnamento?
Proprio perché io sono stato inquieto come studente, appena entrai in un’aula da insegnante di lettere mi trovai nella condizione migliore per capire e interpretare la tensione adolescenziale presente nei miei studenti. Insomma
era come se nell’indisciplina di qualcuno di loro rivedessi un po’ me stesso e percepivo che anche il più ribelle si sentiva attratto verso di me.
Ecco perché ho sempre lavorato negli istituti professionali e, anche prima di andare in pensione, ho fondato la scuola Penny Wirton per insegnare l’italiano ai migranti.
Perché per lei la figura dell’insegnante ha rappresentato una movenza esistenziale? È diventato insegnante anche per provare a costruire la scuola che da studente avrebbe voluto incontrare?
Oggi posso dire che è andata così, ma all’inizio non me ne rendevo pienamente conto. Sentivo soltanto che in aula c’era un campo magnetico: agivano forze oscure dietro di noi, non soltanto mie, tali da spingerci verso un rapporto umano profondo di resistenza al male, verso una speranza vitale.
(Foto Feltrinelli)
A un certo punto lei scrive: “Per anni attraverso i miei studenti ho voluto bene a mio padre”. Quanto i suoi studenti hanno rappresentato, nel corso della sua esperienza di educatore, una possibilità di comprendere finalmente suo padre e, forse, di stabilire con lui quel dialogo che nella vita non è stato possibile?
Sono stati essenziali soprattutto i viaggi che ho fatto in Albania, Marocco e Gambia, guidato dai miei allievi della Città di Ragazzi di Roma dove per diversi anni ho insegnato italiano e storia. Furono questi ragazzetti a invitarmi nelle case da cui provenivano. Perché lo fecero? Evidentemente avvertivano, seppure in modo confuso, che il mio interesse nei loro confronti era autentico. Infatti mio padre, come racconto nel libro, a quindici anni si trovò da solo al mondo, proprio come molti di questi minorenni non accompagnati. Aiutare loro equivaleva a riparare un danno presente anche dentro di me. Voleva dire eseguire un compito irrisolto.
Quanto è stata importante la letteratura?
Moltissimo: quella italiana, quella russa e quella americana in particolare. Nel romanzo ci sono due capitoli intitolati “Letteratura come salvezza”. Se non avessi letto Hemingway e Conrad, Tolstoj e Dostoevskij, Verga e Fenoglio, non so che fine avrei fatto. Io sono, allo stesso tempo, un letterato di formazione e un operatore sociale: due condizioni che non è facile trovare nella stessa persona.
C’è qualche punto di contatto tra il ruolo di padre e quello di insegnante?
In un capitolo del libro, “La mano del padre”, rievocando l’attraversamento di una strada guidato da mio padre, quando ero piccolo, spiego questo rapporto:
impariamo a diventare adulti nel confronto anche difficile con chi ci ha messo al mondo.
Se ciò viene ostacolato si possono verificare traumi che travalicano le generazioni. Ogni insegnante, di fronte a un alunno problematico, si accorge subito che le cause di ogni comportamento sopra le righe affondano le radici nel passato.
Tuttavia, “Nella palude del padre” non è soltanto un album familiare…
C’è dietro la storia del Novecento, dalla Prima Guerra mondiale al fascismo, dalla Resistenza agli anni del boom industriale fino ai giorni nostri. Ho raccontato la storia dei miei genitori, entrambi orfani e venditori ambulanti in giro per l’Italia. Mia madre, dopo essere fuggita dal treno della deportazione, è stata staffetta partigiana in Friuli. Nel libro riporto alcuni brani dei suoi diari. Ho cercato di sciogliere certi grovigli non solo miei. Sono andato alla ricerca di risonanze sul tema della paternità in Russia, Ucraina e Africa dove, come il lettore scoprirà, ho trovato una singolare forma di risarcimento.
Nelle sue pagine filtra anche una forte sensibilità religiosa.
Non a caso ho pubblicato due libri su don Lorenzo Milani e uno su Dietrich Bonhoeffer, “Un teologo contro Hitler”, che verrà ristampato entro la fine di quest’anno nelle edizioni Paoline. Ne “Il vangelo degli angeli”, a partire dal testo di Luca, ho composto una mia storia di Gesù Cristo. Pur non provenendo da una famiglia praticante, sin da bambino mi sono interrogato sulla natura del bene e del male, sul valore della responsabilità, del libero arbitrio, sul senso del nostro stare al mondo. “Nella palude del padre” è la testimonianza, anche in tal senso, di uno speciale rendiconto.
La Penny Wirton sembra essere la risposta concreta alla sua storia: una scuola senza classi, voti e registri, fondata sul rapporto uno a uno e sull’idea dell’’istruzione come qualcosa da condividere. Quale dovrebbe essere, secondo lei, la sua funzione più profonda scuola tradizionale?
La scuola, come la letteratura, dovrebbe intensificare la vita. Per insegnare davvero le singole discipline è necessario prima formare le persone.
Non basta trasmettere i prontuari, bisogna aprire il cuore e la mente dei ragazzi. Mettere in relazione esperienze anche difformi. Non limitarsi a svolgere il mansionario. Essere cresciuto all’oscuro di ciò che era accaduto ai miei genitori mi ha spinto a voler curare negli altri una ferita che ho sentito prima di tutto dentro me stesso. Appena sono uscito dal cerchio incantato della mia solitudine ho imparato ad accogliere il sorriso degli studenti che mi venivano incontro.
The post Educazione e società. Affinati: “Impariamo a diventare adulti nel confronto con chi ci ha messo al mondo” first appeared on AgenSIR.
