Custodire la fertilità e curare l’infertilità. Card. Parolin: “Siamo frutti della fecondità”

Scritto il 17/10/2026
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“La nostra capacità di amare nasce da un amore che ci precede, cioè dall’amore di quel Dio che per primo ci ha amati e continua ad amarci per primo. Siamo frutti della fecondità”. Con queste parole il card. Pietro Parolin, segretario di Stato, ha aperto ieri pomeriggio, nella sede romana dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, i lavori del congresso internazionale “Lo splendore dell’umano: custodire la fertilità, curare l’infertilità”. L’appuntamento, che si chiude domani, celebra il 25° anniversario dell’Istituto scientifico internazionale Paolo VI di ricerca sulla fertilità e infertilità umana per una procreazione responsabile (Isi) e il 50° del Centro per la regolazione naturale della fertilità. Lo promuovono la Fondazione Isi-Paolo VI, l’Università Cattolica, l’Istituto Toniolo di Studi superiori e la Fondazione Policlinico universitario Agostino Gemelli.
L’amore come vocazione. Dopo i saluti istituzionali, il segretario di Stato ha illustrato le basi bibliche e teologiche del tema del congresso attraverso una densa rilettura dei documenti magisteriali. L’amore, ha ricordato citando l’esortazione apostolica “Familiaris consortio” (n. 11) di san Giovanni Paolo II, è la vocazione fondamentale e nativa di ogni essere umano. Nel disegno della creazione l’amore coniugale è donazione totale, interiore e volontaria, che rispecchia la comunione intima della Trinità e coinvolge la persona a livello fisico, psichico e spirituale. Un amore che si distingue per i quattro tratti indicati da san Paolo VI nell’enciclica “Humanae vitae”: umano, totale, fedele ed esclusivo, fecondo. “La fecondità, ci ha insegnato san Paolo VI – ha spiegato il cardinale –, non si aggiunge all’amore coniugale, ma è una dimensione essenziale e integrante. E questa apertura alla vita è iscritta nei gesti dell’amore”.
Di qui il rifiuto del riduzionismo biologico e delle manipolazioni tecniche che alterano la gratuità costitutiva dell’atto d’amore tra le persone. In continuità con il magistero di Paolo VI, ha osservato Parolin, Giovanni Paolo II e papa Francesco hanno sottolineato che la paternità e la maternità responsabili implicano il dialogo tra gli sposi, la valutazione ponderata delle decisioni familiari e il rispetto della dignità dell’altro. Per questo viene incoraggiato il ricorso ai metodi naturali di regolazione della fertilità, per “custodire, rivelare e comunicare l’amore”, come ribadisce l’esortazione apostolica “Amoris laetitia”, di cui è stato da poco celebrato il decimo anniversario.
Una fecondità che va oltre i legami di sangue. Dove manca la fecondità fisica o in contesti di disagio sociale, ha proseguito il cardinale, la maternità e la paternità si esprimono attraverso l’adozione, l’affido e le opere educative. Serve “un cuore che vede il bisogno dell’altro. Questa è la premessa per vivere la fecondità come accoglienza anche qualora non sia possibile avere un figlio proprio”. E ancora: “La verità dell’uomo si può riassumere con l’incipit di questo mio intervento: voluti per amore, creati per amare. Se questo è il punto di partenza, l’obiettivo primo sarà l’educazione del cuore”. Parolin ha concluso ringraziando quanti sostengono e diffondono l’insegnamento del magistero sulla bellezza della vita umana.
Un desiderio di famiglia “sempre più evanescente”. È poi intervenuto mons. Claudio Giuliodori, assistente ecclesiastico generale dell’Università Cattolica e presidente dell’Isi, che ha affrontato le principali sfide legate alla famiglia, alla fertilità e alla procreazione nella società contemporanea. “Il riconoscimento del progetto familiare per i giovani è un desiderio, ma è un desiderio sempre più lontano, sempre più evanescente al punto che rinunciano sostanzialmente a coltivare un progetto di famiglia e vivono affetti più epidermici, e quindi anche l’apertura alla vita è più complicata”, ha osservato. “Non si intende con questo svalutare dimensioni importanti dell’esistenza umana, quanto piuttosto evidenziare come le condizioni favorevoli per la generazione della vita dal punto di vista esistenziale, progettuale e biologico non sono considerate, anzi sono sottovalutate, al punto che quando poi ci si orienta ad avere un figlio, per età e per altri fattori, le potenzialità generative sono molto ridotte o compromesse”.
Al centro della relazione anche la procreazione medicalmente assistita, che solleva importanti questioni etiche sulla dignità dell’embrione e sul significato della generazione umana. Richiamando il magistero della Chiesa, mons. Giuliodori ha ribadito che “ciò che è tecnicamente possibile non è perciò stesso moralmente ammissibile”. Pur riconoscendo il legittimo desiderio di genitorialità, ha invitato a considerare anche i diritti del figlio: si parla molto del “diritto di avere un figlio in qualsiasi modo”, ma troppo poco del “diritto del figlio ad essere generato umanamente nell’ambito dell’amore coniugale”.
In conclusione, il presidente dell’Isi ha richiamato il contributo dell’Università Cattolica e dell’Istituto Paolo VI nella ricerca, nella diagnosi e nella cura dell’infertilità, con percorsi clinici rispettosi della dignità della persona e dei principi della morale cattolica. “L’obiettivo – ha sottolineato – è offrire alle coppie un sostegno scientificamente qualificato, umano e attento anche alle dimensioni psicologiche e relazionali. È necessario tutelare la dignità della vita in ogni sua fase, sostenere concretamente le coppie che affrontano problemi di fertilità e promuovere un’autentica cultura della vita attraverso la collaborazione tra Chiesa, università e professionisti della salute, affinché la scienza sia sempre al servizio della persona umana, della sua dignità e del bene della famiglia”.

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