Come vive un detenuto? Quali sono i sentimenti che prova? Quanto manca tutto quello di cui si è privati. Alessandro Ginotta, responsabile dell’Ufficio di Comunicazione della Federazione nazionale italiana Società di San Vincenzo De Paoli Odv, caporedattore della rivista “Le Conferenze di Ozanam” e presidente dell’Ucsi Piemonte, ha voluto vivere l’esperienza di dormire in un carcere per comprendere meglio questi vissuti e aiutare a gettare un ponte tra dentro e fuori. L’esperienza l’ha vissuta una notte e un giorno nel carcere di Porto Azzurro, sull’isola d’Elba. Lo abbiamo intervistato.
(Foto Società San Vincenzo De Paoli)
Com’è nata l’idea di dormire una notte in carcere?
È nata dal desiderio di avere più tempo per stare con i detenuti. Per ascoltare, lasciare che un incontro diventasse una confidenza, che una persona trovasse le parole e la fiducia per raccontarsi. Da dieci edizioni conduco le cerimonie del Premio Carlo Castelli, il concorso letterario della Società di San Vincenzo De Paoli rivolto alle persone detenute, compresi gli Istituti penali per minorenni. Fra preparazione, sopralluoghi e incontri, almeno una trentina di volte ho sentito cancelli chiudersi alle mie spalle. Quel fragore continua a colpirmi: rende concreto il confine tra il dentro e il fuori. Poi incontri gli occhi delle persone. Negli sguardi che mi cercavano ho letto curiosità, speranza, il desiderio di condividere qualcosa con qualcuno venuto da fuori. Ho conosciuto storie durissime, persone con responsabilità gravissime. Ricordo un ergastolano sul cui documento di fine pena compariva una data impossibile: 31 dicembre 9999. Ascoltandolo ho riconosciuto fragilità, sogni infranti, speranze custodite con fatica.
Nessun reato può cancellare la dignità di un essere umano.
Non domando mai perché siano in carcere: lascio che scelgano che cosa affidarmi. Il desiderio di restare è maturato così. Volevo offrire una conversazione senza fretta, orecchie disponibili, un abbraccio. Sapendo che un giorno e una notte non mi avrebbero fatto conoscere fino in fondo la loro condizione: io sapevo quando sarei uscito.
È stato difficile ottenere il permesso di restare a dormire nell’istituto?
Il mio ruolo nel Premio mi ha certamente aiutato, ma ogni accesso richiede tempo e passaggi burocratici. In un’altra edizione rimasi quasi un’ora davanti a una guardiola, sotto la pioggia battente, perché mancava un documento. Poi l’intoppo si risolse. Devo però ricordare con gratitudine la disponibilità di direttrici e direttori: hanno sostenuto le richieste presso l’Amministrazione penitenziaria e la magistratura di sorveglianza, aiutandomi a ottenere le autorizzazioni. Questa volta le verifiche sulla mia persona sono durate circa un mese. Ho accolto il permesso con gioia e responsabilità: qualcuno aveva compreso il valore di quel tempo da dedicare all’ascolto e si era impegnato per renderlo possibile.
Ha dormito in una cella?
No, anche se lo desideravo e forse proverò a chiederlo ancora. Avevo una stanza privata con bagno e doccia: spartana, ma più confortevole delle celle visitate. Soprattutto, potevo andarmene in qualsiasi momento, anche nel cuore della notte, presentandomi ai controlli con un documento. La mia permanenza era una scelta. È la differenza più profonda, che sento il dovere di ricordare: ho dormito dentro un carcere conservando la libertà di uscirne. Potevo pensare al ritorno a casa, alle persone che avrei riabbracciato. Per chi restava, l’attesa aveva un peso che potevo soltanto immaginare. Io contavo le ore. Loro gli anni.
Cosa è successo durante la notte?
Avevo ancora addosso l’adrenalina e le emozioni della giornata, ma sono riuscito a riposare. Con la chiusura serale delle celle termina il tempo degli incontri. La vita continua dentro quelle stanze: si legge, si scrive, si guarda la televisione, dove c’è, si ascolta la radio. Porto con me soprattutto un gesto: mi sorprendevo a toccarmi la tasca, cercando il peso rassicurante della chiave. Avevo chiuso io la porta. Potevo riaprirla. Attorno a me c’erano uomini che dovevano aspettare che qualcuno aprisse dall’esterno. Io avevo quella possibilità in tasca. Credo che questa certezza mi abbia aiutato a prendere sonno. Mi commuove quanto possa rassicurare un oggetto così piccolo, quando custodisce una libertà che fuori dimentichiamo di avere.
Come è stato accolto da agenti di Polizia penitenziaria e detenuti?
Con molta umanità. Gli agenti mi hanno accolto con disponibilità, affidandomi anche racconti dei quali rispetterò la riservatezza. Ho visto persone che ascoltavano, cercavano risposte, affrontavano con pazienza richieste insistenti. Dall’esterno fatichiamo a comprendere il loro lavoro: accanto alla sicurezza ci sono relazioni, tensioni da contenere, bisogni che ciascuno sente urgenti. Servono fermezza, equilibrio e ascolto. Anche i detenuti mi cercavano, tendevano la mano, volevano sapere della premiazione. Ricordo un uomo che ci ha mostrato del sedano fresco. Un gesto domestico, semplicissimo: mi stava mostrando un pezzo della sua giornata e io mi sono sentito meno estraneo. Poi arrivavano le confidenze. Sembrava che raccontarsi permettesse di posare, per un momento, un peso portato troppo a lungo da soli. La parola che più mi hanno ripetuto era “grazie”. Perché ero lì, perché li ascoltavo e li andavo a cercare. Per qualche ora di normalità, vissuta come con una persona incontrata fuori, al bar o in stazione. Come se avessimo potuto “evadere” insieme, con il cuore e la fantasia.
Cosa ha significato questa esperienza?
L’ho capito soprattutto andando via. Riconsegnando le chiavi ho provato una sensazione inattesa: nostalgia. Delle persone incontrate, delle mani strette, delle confidenze ricevute. Le loro vite mi avevano raggiunto e riempito. Sapevo già che chi ha sbagliato resta una persona. Ma ascoltare fragilità, contraddizioni e desideri appena sussurrati ha dato a questa convinzione una profondità diversa. Ripenso agli ergastolani e al mare che si vedeva dal cortile: così vicino agli occhi, così lontano dalla possibilità di raggiungerlo. Mi domandavo che cosa significasse guardarlo sapendo che forse non avrebbero più raggiunto la riva. Eppure sentivo ancora il desiderio di aprirsi, di condividere. Pensavo di andare a offrire ascolto e mi sono sentito accolto. Da qui nasceva la nostalgia: dalla gratitudine.
Sono uscito desiderando custodire quei volti e raccontarli con rispetto, perché qualcuno, fuori, possa accorgersi della loro umanità.
(Foto Società San Vincenzo De Paoli)
Cosa ha capito della vita dei detenuti?
Dobbiamo prenderci cura delle persone molto prima che arrivino in carcere. Mi sono chiesto quali bambini fossero stati, quali adulti avessero avuto accanto, chi li avesse aiutati a riconoscere una scelta capace di ferire gli altri e compromettere il proprio futuro. Credo che nessuno nasca cattivo. Accanto alla responsabilità personale esiste una responsabilità educativa che riguarda tutti. Dobbiamo chiederci dove siamo mancati come famiglie, scuola, società; se abbiamo riconosciuto una fragilità quando potevamo ancora accompagnarla. Le storie sono diverse, sarebbe ingiusto spiegarle tutte allo stesso modo. Ma non possiamo aspettare che una vittima porti già le ferite del male compiuto.
Serve un’alleanza fra famiglie, scuola, società civile, assistenti sociali, educatori e psicologi, capace di raggiungere i giovani anche in rete.
I valori diventano credibili quando qualcuno li vive davanti a te. Che cosa posso fare oggi perché qualcuno trovi una guida prima di smarrirsi? È una domanda rivolta anche a me. Perché il carcere si evita da fuori.
Cosa vuole trasmettere al mondo di fuori per avvicinarsi di più al carcere?
Una persona è sempre più grande del reato commesso. Nessuna vita può essere raccontata interamente attraverso la colpa.
Quando riduciamo qualcuno a un’etichetta, smettiamo di vedere anche ciò che sta cercando di cambiare. Ho incontrato persone pentite, impegnate a riconoscere il male provocato e ad assumersene la responsabilità. Alcune erano entrate in contatto con le vittime o i loro familiari. Mi ha colpito il coraggio di avvicinarsi al dolore causato, cercando parole che non fossero più giustificazioni. Il cambiamento può richiedere anni, attraversare fatiche e contraddizioni, ma può accadere. E fuori occorre qualcuno disposto a riconoscerlo, incoraggiarlo, offrire una possibilità concreta. Invito ad ascoltare queste storie, lasciando spazio alla sorpresa dell’incontro. Porto fuori questa fiducia: chi ha fatto del male può ancora scegliere di fare del bene. E quel bene possibile riguarda anche noi.
Qual è l’obiettivo del Premio Castelli?
Offrire alle persone detenute uno spazio per esprimersi, rileggere la propria storia e scoprire possibilità di cambiamento. Promosso dalla Federazione nazionale italiana Società di San Vincenzo De Paoli Odv, il Premio contribuisce attraverso la scrittura al percorso rieducativo e avvicina la società civile al carcere. Scrivere aiuta a dare un nome ai sentimenti, affrontare verità difficili, riconoscere responsabilità e domandarsi quale direzione dare alla vita. Attraverso pubblicazioni e incontri, quelle parole raggiungono noi che siamo fuori, facendoci conoscere persone delle quali sapremmo soltanto il reato. Ai premi si affiancano donazioni per sostenere formazione e inserimento lavorativo di altri detenuti. Con il proprio talento, qualcuno può contribuire al futuro di un altro. È profondamente vincenziano: scoprire di avere ancora qualcosa da offrire. Vorremmo far crescere insieme la fiducia di chi ricomincia e la disponibilità della comunità ad accompagnarlo.
Delle opere giunte per l’edizione 2026 da cosa è stato colpito?
Le storie colpiscono tutte. Alcune arrivano come un pugno allo stomaco, altre stringono l’anima. Quest’anno mi è rimasta dentro soprattutto una provocazione: un detenuto proponeva un “certificato di recupero”, di rinascita. Vi ho letto una richiesta profondamente umana: trovare qualcuno disposto a riconoscere il cambiamento. Si può lavorare a lungo su se stessi e continuare a sentirsi inchiodati al reato nello sguardo degli altri. La scrittura può rendere visibile questa trasformazione, portarla oltre le mura. Poi serve qualcuno disposto ad ascoltare. La dignità appartiene già a ogni persona; nessun certificato può conferirla. Ma lo stigma può impedirci di vederla e far dubitare del proprio valore persino chi lo subisce. La fatica di cambiare ha bisogno anche del coraggio di qualcuno che sappia accorgersene.
Quale appello si sente di fare?
Riprendo la proposta dell’amico Vincenzo Varagona, presidente nazionale dell’Ucsi e membro della Giuria: costruire un patto fra Amministrazione penitenziaria, educatori e società civile affinché tutti i detenuti possano partecipare al Premio Castelli. Il bando deve raggiungere ogni istituto, accompagnato da informazioni e strumenti. Dietro una mancata partecipazione potrebbe esserci una voce che avevamo bisogno di ascoltare.
Chiedo che istruzione, formazione e cultura abbiano uno spazio stabile nel percorso di ciascuno, con risorse, continuità, sostegno agli educatori e collaborazione del volontariato.
Questo riguarda anche la recidiva: formazione e lavoro possono ridurre il rischio di nuovi reati quando preparano un reinserimento effettivo. Investire nell’educazione significa prevenire nuove sofferenze e nuove vittime. L’accompagnamento deve proseguire dopo l’uscita, quando occorre trovare lavoro e ricostruire relazioni. Ho incontrato persone desiderose di cambiare: dobbiamo rispondere con presenza e opportunità reali. La speranza diventa credibile quando qualcuno ti aiuta a darle un seguito.
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