Nel Niger State, il rapimento di 265 persone dalla St. Mary’s School ha aperto una crisi che coinvolge non solo la diocesi di Kontagora ma l’intero contesto nazionale, segnato da insicurezza diffusa e fragilità istituzionali. Di fronte a questa situazione, Leone XIV ha richiamato l’urgenza del rilascio degli ostaggi, rivolgendo un appello all’Angelus del 23 novembre. Su quanto accaduto e sulle risposte in corso interviene il vescovo di Kontagora, mons. Bulus Dauwa Yohanna.
Eccellenza, come si è sviluppato l’attacco nelle prime ore?
Gli assalitori sono entrati nel complesso scolastico durante la notte, ferendo la guardia presente e muovendosi poi attraverso i dormitori. L’azione è durata quasi tre ore, durante le quali alunni e studenti sono stati prelevati dalle stanze e condotti sui veicoli. La scuola è rimasta in stato di shock: una situazione di confusione, oggetti abbandonati e persone disperse che ha richiesto tempo per essere ricostruita.
(Foto FB/Bulus Dauwa Yohanna)
Quanti sono gli ostaggi confermati?
La prima stima parlava di 315 dispersi. Verifiche successive, svolte insieme alle famiglie, hanno permesso di accertare che cinquanta erano fuggiti nella boscaglia e avevano fatto ritorno a casa senza avvisare la scuola.
Il numero effettivo degli ostaggi è quindi di 265 persone.
Si tratta di dati condivisi con i genitori, i tutori e la dirigenza scolastica, in un istituto che ospita oltre seicento giovani, molti dei quali convittori.
Come si sta completando il lavoro di identificazione con le famiglie?
Le prime ore sono state caratterizzate da confusione e movimenti disordinati. La diocesi ha lavorato con i genitori per evitare sovrapposizioni di nomi e verificare con precisione chi fosse effettivamente disperso. È stato un processo graduale, ma necessario per avere un quadro affidabile e per indirizzare in modo appropriato le comunicazioni con le autorità civili e militari.
Qual è oggi il rapporto operativo con le autorità statali e federali?
Il coordinamento è costante. L’elenco completo dei dispersi è stato consegnato al governo del Niger State e alle autorità federali, e gli investigatori hanno avuto pieno accesso a strutture e testimonianze. La condivisione delle informazioni è essenziale: un database comune evita fraintendimenti e permette di programmare le operazioni con maggiore coerenza.
Quali difficoltà state incontrando nella gestione dell’emergenza?
Alcune ricostruzioni pubbliche hanno messo in dubbio la reale dimensione della scuola o la correttezza dei numeri comunicati. Queste interpretazioni non trovano riscontro e creano solo incertezza. A complicare ulteriormente il quadro vi è
l’assenza totale di comunicazioni da parte dei rapitori, elemento che rende più difficile valutare i tempi e le possibilità di intervento.
Anche alcune dichiarazioni discordanti hanno contribuito a generare confusione in un momento in cui sarebbe preferibile un’informazione univoca.
Quali strade si stanno valutando per favorire il rilascio degli ostaggi?
Le risposte devono essere parallele. Gli appelli pubblici mantengono alta l’attenzione nazionale e internazionale; la diplomazia riservata permette di esplorare canali di contatto senza esporre gli ostaggi a rischi; le mediazioni locali, radicate nella conoscenza del territorio, possono risultare utili in contesti complessi come questo. Nessuna di queste vie, da sola, è sufficiente: è necessario un approccio congiunto e misurato.
La crisi nel Niger State
Il Niger State è una delle aree della Nigeria più colpite dall’instabilità interna. Negli ultimi anni gruppi armati hanno intensificato rapimenti, attacchi a comunità rurali e incursioni nei convitti scolastici, sfruttando la scarsa presenza delle forze di sicurezza nelle zone periferiche. Le vaste distese agricole, la conformazione del territorio e infrastrutture limitate rendono complessa la protezione delle scuole, spesso frequentate da centinaia di studenti convittori. La St. Mary’s School si inserisce in questo quadro strutturale di vulnerabilità, già emerso in altre aree del Paese.
Sono arrivati segnali o contatti dai rapitori?
No. Finora non è giunta alcuna comunicazione, né diretta né indiretta. Questo rappresenta una delle difficoltà principali per le famiglie e per chi coordina gli interventi.
Come valutate l’ipotesi del pagamento di un riscatto?
La diocesi non ritiene percorribile questa strada.
Il pagamento di riscatti alimenta le reti criminali e rende altre comunità più vulnerabili.
Comprendiamo la preoccupazione delle famiglie, ma la gestione della crisi deve rimanere affidata allo Stato, alle forze di sicurezza e a mediatori competenti.
Quali misure sarebbero necessarie per rafforzare la sicurezza delle scuole?
Servono presidi stabili, controlli più rigorosi sugli accessi, sistemi di sorveglianza e illuminazione adeguata. Tuttavia, la prevenzione richiede anche interventi sul tessuto sociale: contrasto al banditismo, investimenti nelle aree rurali, politiche giovanili che offrano opportunità reali. La sicurezza è un insieme di fattori, non solo un dispositivo strutturale.
Come interpreta un attacco mirato contro studenti cristiani?
È un atto che colpisce la dignità umana prima ancora dell’identità religiosa. Le famiglie vivono una sofferenza profonda e la diocesi è loro vicina sul piano pastorale e umano. Le comunità locali, indipendentemente dall’appartenenza religiosa, percepiscono l’impatto di una violenza che mette a rischio la stabilità educativa e sociale dell’intera regione.
Quali passi ritiene necessari sul piano ecclesiale, civile e interreligioso?
È fondamentale rafforzare la collaborazione tra istituzioni civili, comunità religiose e realtà ecclesiali. La Chiesa prosegue nel suo impegno educativo e di accompagnamento; lo Stato deve garantire condizioni minime di sicurezza; le diverse comunità religiose hanno il compito di mantenere canali di dialogo che contribuiscano a ridurre le tensioni e a prevenire derive estremiste.

