I flussi migratori verso l’Unione europea (Ue27), il Regno Unito, i Paesi balcanici costituiscono ormai un fenomeno strutturale. Conflitti (specialmente nell’area mediorientale, nell’Asia interna e nella regione centro e nordafricana), povertà, cambiamenti climatici spingono, da molti anni, ampie fasce di popolazione verso il continente europeo, ritenuto – a torto o a ragione – un approdo sicuro, in grado di tutelare i diritti, di fornire accoglienza, lavoro e opportunità di vita dignitosa e di benessere. In particolare, sono gli Stati mediterranei dell’Ue ad essere la prima meta dei flussi: i cosiddetti “Paesi di primo approdo” (Italia, Spagna, Grecia, Malta in particolare) che, secondo il diritto internazionale, sono responsabili dell’esame delle domande di protezione internazionale.
Patto sulla migrazione e l’asilo. Per provare a far fronte all’immigrazione, l’Unione europea ha introdotto una serie di norme per gestire più efficacemente i flussi, anche con l’intento – come si precisa dal Consiglio Ue – “di garantire procedure efficienti e uniformi, solidarietà ed equa ripartizione della responsabilità tra gli Stati membri”. Il Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, adottato nel 2024 ed entrato in vigore il 12 giugno 2026, dovrebbe, nelle intenzioni, fornire un “approccio globale”, riunendo le principali politiche dell’Ue in materia di migrazione, asilo, gestione delle frontiere e integrazione. Tra gli obiettivi espressi del Patto figurano: la gestione degli arrivi in modo ordinato; la creazione di procedure efficienti e uniformi; garantire un equilibrio tra solidarietà e responsabilità fra gli Stati membri. Uno dei problemi fondamentali che però ostacolano la gestione comune dei flussi si deve al fatto che, tuttora, le politiche migratorie sono principalmente di competenza nazionale.
Frontiere sicure, rimpatri, hub esterni. Il Patto dovrebbe assicurare: frontiere esterne “forti e sicure”; i diritti delle persone migranti; che nessun Paese dell’Ue “sia lasciato solo ad affrontare la pressione migratoria” (questo appare uno dei punti più deboli delle iniziative finora attuate. Del resto, i sovranismi politici tendono a dividere gli Stati, a creare conflitti di interessi tra i governi anziché rafforzare il principio e la pratica della solidarietà: è quanto sperimentato ancora di recente dopo la vicenda di Ceuta). Il Patto dovrebbe inoltre integrare la migrazione nei partenariati internazionali, “contribuendo a prevenire le partenze irregolari e a contrastare il traffico di migranti”. Molteplici sono i settori legislativi del Patto: gestione dell’asilo e della migrazione; controllo delle frontiere (l’agenzia Frontex sta ricevendo una crescente dotazione di fondi, mezzi e personale); gestione della Banca dati biometrica (Eurodac). Negli ultimi tempi, però, su pressione di diversi Paesi membri, tra cui l’Italia, i temi dell’asilo e dell’accoglienza dei migranti sono passati in secondo piano e ora si parla quasi esclusivamente di rafforzamento dei confini, di rimpatri e di hub esterni (modello Albania) per ricollocare i migranti: hub che secondo gli esperti non risponderebbero ai criteri del diritto umanitario internazionale, al controllo dei flussi migratori, sarebbero dispendiosi, mentre si basano sul labile concetto di “Paese terzo sicuro”.
La “Strategia” della Commissione. Occorre precisare, inoltre, che il 29 gennaio 2026 la Commissione ha presentato la prima Strategia europea per la gestione dell’asilo e della migrazione. Sulla base delle strategie nazionali, definisce, spiegano dall’Esecutivo, “l’orientamento strategico dell’Ue per la politica in materia di migrazione e asilo per il periodo 2026-2031”. Fra gli elementi della strategia appaiono, almeno sulla carta: lotta al traffico di migranti; cooperazione in materia di riammissione; promozione di percorsi legali per particolari categorie (es. studenti e ricercatori).
Qualche numero. Si calcola (dati Eurostat) che attualmente nell’Unione europea risiedano circa 27 milioni di cittadini extra-Ue, pari al il 6,1% della popolazione totale. I migranti sono giovani: l’età media è di 34,4 anni, circa 7 anni in meno dell’età media dei cittadini residenti. La maggioranza dei residenti stranieri si concentra in pochi grandi Paesi, soprattutto per motivi economici: i record di presenze “regolari” si registra in Germania, Spagna, Francia e Italia. Il Lussemburgo è il Paese con la percentuale più alta in rapporto alla popolazione locale, dove i cittadini stranieri sono quasi la metà del totale (43%). Si sostiene però che i migranti “irregolari” siano non meno di due milioni in tutta l’Ue: ma la “presenza invisibile” e i diversi criteri di calcolo non consentono una stima sicura.
Richiedenti asilo. Dopo aver raggiunto il picco di 1,2 milioni durante il periodo 2015-16 di flussi migratori eccezionalmente elevati, il numero di richiedenti asilo (persone che hanno lasciato il loro Paese d’origine, hanno inoltrato una richiesta d’asilo in un’altra nazione e aspettano la risposta sul riconoscimento dello status di rifugiato da parte delle autorità del Paese che li ospita) per la prima volta nell’Ue è sceso a meno di mezzo milione entro il 2020. Tuttavia, precisa Eurostat, il numero è aumentato ogni anno dal 2021 al 2023, raggiungendo 1 milione. Un calo più moderato è seguito nel 2024 (in calo del 13,1%) e un calo più marcato nel 2025 (in calo del 26,6%). Nel 2025, nell’Ue si contavano 669.400 richiedenti asilo (pari allo 0,15% della popolazione). Nel 2025, il maggior numero di richiedenti asilo nell’Ue proveniva dai venezuelani (89.500), seguiti dagli afghani (63.800). I Paesi dell’Ue in cui sono state presentate più domande di asilo sono stati, nell’ordine, Spagna, Italia, Francia e Germania.
Il caso-Ucraina: protezione temporanea. Al 30 giugno 2026, un totale di 4,41 milioni di cittadini extracomunitari fuggiti dall’Ucraina godevano di protezione temporanea nell’Ue. Rispetto alla fine di maggio 2026, il numero di persone provenienti dall’Ucraina sotto protezione temporanea è aumentato di 24.380 unità (+0,6%). Lo attesta un’indagine Eurostat diffusa l’11 agosto. I Paesi Ue che ospitavano il maggior numero di beneficiari di protezione temporanea provenienti dall’Ucraina erano la Germania (1.286.230 persone; 29,2% del totale Ue), la Polonia (961.170; 21,8%) e la Repubblica Ceca (390.810; 8,9%). In Italia sono circa 51mila. I rapporti più elevati di beneficiari di protezione temporanea ogni mille abitanti sono stati osservati nella Repubblica Ceca (35,8) e in Slovacchia (27,2), rispetto a 9,8 a livello Ue. Al 30 giugno 2026, i cittadini ucraini rappresentavano oltre il 98,5% dei beneficiari di protezione temporanea nell’Ue. Le donne adulte costituivano il 43,4% del totale, gli uomini adulti il 27% e i minori quasi un terzo (29,6%) di tutti i beneficiari. Occorre ricordare che il 13 giugno 2025, il Consiglio europeo ha adottato la decisione di prorogare la protezione temporanea per queste persone dal 4 marzo 2026 al 4 marzo 2027.

