Terrorismo: Rapporto #ReaCT2025 “in Europa cambia volto tra radicalizzazione, guerra cognitiva e fragilità sociali”

Scritto il 04/05/2026
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Il terrorismo in Europa non è scomparso, ma ha profondamente mutato natura, linguaggi e modalità operative. È il quadro che emerge dal VI Rapporto #ReaCT2025 sul terrorismo e la radicalizzazione in Europa, pubblicato il 29 aprile scorso dall’Osservatorio sul Radicalismo e il Contrasto al Terrorismo (ReaCT), diretto da Claudio Bertolotti e realizzato da Start InSight (Start Insight | Strategic Analyst and Research Team). Un testo che invita ad andare oltre una lettura esclusivamente securitaria del fenomeno poiché, spiega Bertolotti nell’introduzione, “il terrorismo non può più essere analizzato soltanto come fatto organizzativo o come espressione di strutture clandestine riconoscibili; esso va interpretato sempre più come manifestazione conflittuale inserita in un ecosistema composito, nel quale propaganda, traumi, tecnologia, mobilitazione emotiva e vulnerabilità sociali si intrecciano in modo profondo”.

Trasformazione della minaccia. Dal punto di vista quantitativo, #ReaCT2025 registra una relativa stabilità – con una lieve flessione – degli attacchi terroristici di matrice jihadista in Europa. I numeri restituiscono un andamento complessivamente lineare con una flessione recente: 99 attacchi nel periodo 2020–2025 (12 nel 2025), nei Paesi dell’Ue, nel Regno Unito e in Svizzera, lo stesso valore registrato nel 2014–2018. Tuttavia, il Rapporto avverte che questi dati non devono indurre a valutazioni rassicuranti:

la diminuzione numerica non equivale a una riduzione della pericolosità complessiva.

Il dato più significativo riguarda infatti la trasformazione della minaccia. Il terrorismo appare oggi sempre meno riconducibile a organizzazioni strutturate e sempre più caratterizzato da azioni individuali, spesso improvvisate o di tipo emulativo, messe in atto da soggetti radicalizzati al di fuori di circuiti gerarchici tradizionali. Una prevalenza dell’”attore solitario” che rende la prevenzione più complessa e mette in crisi i tradizionali strumenti di intelligence.

(Foto ANSA/SIR)

“Guerra cognitiva”. Il Rapporto dedica spazio al processo di radicalizzazione, descritto non come “evento improvviso” ma come “percorso graduale, alimentato da una combinazione di fragilità personali, marginalità sociali, traumi individuali e collettivi”. In questo contesto, sostiene Bertolotti, “l’ecosistema digitale gioca un ruolo decisivo: social network e piattaforme online diventano spazi di propaganda, di costruzione identitaria e di legittimazione della violenza”. A tale riguardo, uno dei dati più innovativi che emergono da #ReaCT2025 è l’attenzione alla “guerra cognitiva”. Il terrorismo contemporaneo, così come emerge dal rapporto, “non mira soltanto alla distruzione fisica, ma punta a colpire la percezione della realtà, memoria e fiducia, sfruttando emozioni, polarizzazione del linguaggio e manipolazione abilitata dall’IA delle informazioni per indebolire la coesione democratica. La propaganda assume così una funzione strategica, diventando parte integrante del conflitto”. In altri termini, rimarca Bertolotti, “la sicurezza contemporanea non riguarda più soltanto la protezione degli spazi fisici, ma investe la sfera cognitiva, simbolica e relazionale delle nostre società”. Accanto al jihadismo, che resta la forma di terrorismo più letale, il Rapporto analizza anche altre forme di estremismo violento e radicalismo antisistema, evidenziando fenomeni di “ibridazione ideologica e contaminazione tra narrazioni diverse”. Ne emerge una minaccia frammentata, fluida e meno visibile, capace di innestarsi su crisi geopolitiche, tensioni sociali e insicurezze identitarie diffuse.

Prevenzione e educazione. #ReaCT2025 sottolinea infine che il contrasto al terrorismo, alla radicalizzazione e a minacce ibride non può limitarsi alla dimensione repressiva e all’uso di strumenti esclusivamente reattivi. Per Bertolotti “occorre rafforzare la capacità di lettura anticipatoria, investire nella cooperazione informativa, sviluppare strumenti di prevenzione fondati sulla conoscenza dei processi sociali e culturali, e soprattutto riconoscere che resilienza democratica, alfabetizzazione mediatica, educazione critica e cura delle vulnerabilità sociali sono oggi parte integrante della sicurezza”. Serve, dunque, un approccio integrato, che affianchi alla sicurezza la prevenzione, l’educazione, la coesione sociale e la responsabilità del linguaggio pubblico. Perché comprendere il terrorismo oggi significa soprattutto capire l’ecosistema umano, sociale e simbolico in cui prende forma, prima ancora del passaggio all’azione violenta.

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