Giornata mondiale della Terra. Milano: “Non siamo spettatori impotenti, ma protagonisti”

Scritto il 22/04/2026
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La Giornata mondiale della Terra, che ricorre il 22 aprile, per il 2026 ha per tema “Our Power, Our Planet” (“Il Nostro Potere, Il Nostro Pianeta”), focalizzandosi sulla responsabilità individuale e il potere delle scelte quotidiane per la sostenibilità. Il tema, quindi, vuole sottolineare che la transizione ecologica dipende dalle azioni concrete di ognuno, non solo dalle istituzioni. Di come sta oggi la Terra parliamo con Giuseppe Milano, segretario generale di Greenaccord.

(Foto: Redazione)

Per salvare il nostro Pianeta le azioni individuali contano davvero?
Le azioni individuali contano, ma non tutte allo stesso modo. Le evidenze scientifiche mostrano che circa il 70% delle emissioni globali è legato a scelte industriali, infrastrutturali e politiche, mentre il restante 30% dipende dai consumi delle famiglie.

Dire che “ognuno può fare la differenza” è vero, solo se non diventa, però, un alibi per ridurre la responsabilità dei grandi inquinatori.

L’azione personale, quindi, è necessaria, ma non sufficiente: funziona quando si inserisce in un movimento collettivo e in scelte politiche coerenti.

“Our Power” può riferirsi sia al potere delle persone sia all’energia (energy). Come si può leggere questo doppio significato?
Secondo la Laudato si’, il potere non è dominio ma responsabilità reciproca. Quando una comunità produce energia rinnovabile, riduce emissioni, crea risparmio, rafforza legami sociali. È un potere che non si esercita contro qualcuno, ma con gli altri.

In che modo le comunità locali possono realmente influenzare la protezione dell’ambiente quando le politiche nazionali sembrano rallentare o cambiare?
Le comunità locali possono incidere molto più di quanto spesso immaginiamo. Anche quando le politiche nazionali sembrano rallentare o cambiare direzione, i territori hanno la capacità di attivare processi virtuosi che poi diventano esempi, modelli, persino pressioni positive verso i livelli istituzionali superiori. Quando un comune, una parrocchia, una scuola o un gruppo di cittadini avvia un progetto di rigenerazione urbana, di energia rinnovabile o di mobilità sostenibile, non sta solo riducendo emissioni: sta cambiando la cultura del territorio, sta mostrando che un altro modo di vivere è possibile e conveniente. Questo tipo di iniziative crea fiducia, genera competenze, attiva reti. E spesso anticipa ciò che poi diventa politica pubblica. In altre parole,

le comunità non sostituiscono lo Stato, ma possono guidarlo, stimolarlo e, in alcuni casi, persino correggerlo.

Ci sono esempi concreti di successo negli ultimi anni, dove le azioni di cittadini, scuole, imprese o famiglie hanno fatto la differenza?
Negli ultimi anni abbiamo visto moltissimi esempi di iniziative nate dal basso che hanno anticipato le politiche nazionali. Le comunità energetiche rinnovabili sono forse il caso più emblematico: decine di comuni, associazioni e gruppi di cittadini hanno iniziato a progettare e installare impianti condivisi prima ancora che il quadro normativo fosse completamente definito. Anche nel mondo agricolo si stanno diffondendo pratiche rigenerative che migliorano il suolo e la biodiversità, spesso promosse da reti di piccoli produttori. E molte città hanno adottato piani clima locali, con obiettivi più ambiziosi di quelli nazionali. Tutti questi esempi mostrano che il cambiamento non nasce solo dalle leggi, ma dalla creatività e dalla responsabilità delle persone.

Quali sono gli ostacoli più grandi che le comunità incontrano quando provano a “prendere il potere” sul proprio territorio?
Gli ostacoli principali non sono quasi mai la mancanza di volontà, ma la complessità dei processi. Molte comunità faticano ad accedere ai finanziamenti perché le procedure sono lunghe, tecniche, spesso pensate per soggetti più strutturati. A questo si aggiungono resistenze locali: la paura del nuovo, i conflitti tra interessi, la difficoltà di costruire fiducia. C’è poi un tema di competenze: progettare un impianto rinnovabile, gestire una comunità energetica, avviare un percorso di rigenerazione richiede conoscenze tecniche, amministrative e organizzative che non sempre sono disponibili.

L’ecologia integrale ci ricorda che la cura non riguarda solo l’ambiente, ma anche le relazioni e i processi: accompagnare, formare, facilitare è spesso la chiave per superare questi ostacoli.

Il tema della Giornata spinge ad accelerare la transizione verso le energie rinnovabili. Qual è lo stato attuale in Italia e in Europa?
In Europa la transizione energetica sta accelerando, mentre in Italia procede con grande lentezza e con molte contraddizioni. Da un lato affermiamo di voler puntare sulle rinnovabili, dall’altro continuiamo a investire nel gas, a cercare nuovi giacimenti e a rinviare la chiusura delle centrali a carbone. Questa ambiguità strategica si riflette nei risultati: ogni anno installiamo e colleghiamo alla rete meno impianti di quelli necessari, anche perché le infrastrutture elettriche non sono ancora adeguate a sostenere la crescita delle rinnovabili. A pesare è anche il deficit di competenze degli enti locali, che spesso non hanno personale formato per gestire autorizzazioni e progetti complessi. A questo si aggiungono le resistenze sociali verso i grandi impianti, percepiti come un rischio per il paesaggio, nella sensazione diffusa che la transizione sia un costo o un obbligo imposto dall’alto. Finché non affronteremo insieme questi nodi – infrastrutture, competenze, partecipazione e consenso – l’Italia continuerà a muoversi troppo lentamente rispetto all’urgenza climatica e agli obiettivi europei.

Quali tecnologie sono più promettenti per dare davvero “potere” alle persone e ai territori?
Le tecnologie che oggi danno davvero potere alle persone sono quelle che avvicinano la produzione energetica ai luoghi di vita. Il solare sui tetti e i sistemi di accumulo domestico o di quartiere permettono ai cittadini di diventare protagonisti, non semplici consumatori. Sono strumenti che non solo riducono le bollette, ma cambiano il modo in cui percepiamo l’energia: da costo inevitabile a risorsa condivisa. Accanto a queste soluzioni, si stanno consolidando tecnologie come le pompe di calore, l’agrivoltaico e il micro eolico, che possono integrarsi nei territori senza stravolgerli.

La vera innovazione, tuttavia, non è solo tecnica: è culturale. Quando una comunità gestisce insieme la propria energia, si rafforza il senso di appartenenza e si costruisce quella “ecologia delle relazioni” di cui parla Papa Francesco.

Come possiamo rendere la transizione energetica accessibile anche alle famiglie a basso reddito e alle aree più svantaggiate?
Rendere la transizione energetica accessibile alle famiglie più fragili è essenziale, perché oggi molti incentivi favoriscono soprattutto chi ha redditi medio alti. Strumenti come il Reddito energetico, quindi, rappresentano una svolta: permettono alle famiglie meno abbienti di installare gratuitamente un impianto fotovoltaico, riducendo in modo stabile la bolletta e creando autonomia, non dipendenza. Allo stesso modo, a livello europeo iniziative come Epah (Energy Poverty Advisory Hub) aiutano città e regioni a comprendere la povertà energetica e a costruire piani d’azione coerenti, integrando rinnovabili, efficienza e sostegno sociale. Accanto a questi strumenti servono, però, accompagnamento e prossimità: sportelli energia, enti locali, parrocchie e cooperative che aiutino le persone a orientarsi e a partecipare senza sentirsi escluse. La transizione è giusta solo se mette al centro gli ultimi: non può diventare un privilegio per chi può permetterselo, ma deve essere un’occasione di riscatto per chi oggi vive la povertà energetica in tutte le sue forme, economiche e culturali.

Quanto è importante aumentare l’alfabetizzazione ambientale tra i giovani e la popolazione generale?
L’alfabetizzazione ambientale è oggi una condizione indispensabile per affrontare la crisi ecologica. Senza una conoscenza minima dei fenomeni climatici, della biodiversità, dei cicli naturali e delle conseguenze delle nostre scelte quotidiane, la transizione resta un tema per esperti e non diventa un processo collettivo. Capire come funziona il mondo naturale non significa solo informarsi, ma sviluppare senso critico, riconoscere le false soluzioni, chiedere coerenza alle istituzioni e sentirsi parte attiva della comunità. Una società più consapevole è anche una società più libera, più capace di orientare il futuro e di non lasciarsi trascinare dalla paura o dalla disinformazione.

Quale ruolo possono giocare i media, i social e gli influencer nel trasformare la consapevolezza in azioni concrete?
I media e i social sono oggi luoghi decisivi per costruire immaginari e comportamenti. Possono rendere comprensibili temi complessi, raccontare storie positive, mostrare soluzioni concrete e contrastare la disinformazione. Possono, però, anche banalizzare, polarizzare o trasformare l’ambiente in una moda passeggera. La sfida è passare dalla visibilità alla responsabilità: non solo contenuti che emozionano, ma contenuti che orientano. Gli influencer che scelgono di parlare di sostenibilità con competenza e autenticità (oggi pochi!) possono diventare alleati preziosi, soprattutto per i più giovani. Serve, perciò, un linguaggio che non spaventi e non colpevolizzi, ma che accompagni e apra possibilità, perché la transizione ecologica non è un insieme di divieti, ma un percorso di libertà e di cura.

Quali sono le minacce ambientali più urgenti nel 2026 e come il tema “Our Power, Our Planet” può aiutarci ad affrontarle?
Le minacce più urgenti sono ormai evidenti: il cambiamento climatico, con eventi estremi sempre più frequenti; la perdita di biodiversità, che compromette la stabilità degli ecosistemi; l’inquinamento, che continua a colpire la salute umana e quella del pianeta.

Il tema “Our Power, Our Planet” ci ricorda che non siamo spettatori impotenti.

Abbiamo un potere reale: quello di cambiare stili di vita, di sostenere scelte politiche coraggiose, di costruire comunità resilienti. È un invito a riconoscere che la crisi non è solo ambientale, ma anche sociale e culturale e che la risposta deve essere integrale, capace di tenere insieme giustizia e cura.

Guardando al 2030 o al 2050, cosa sarebbe un successo concreto legato a questo approccio “dal basso”?
Un successo concreto sarebbe vedere comunità energetiche diffuse in ogni città e paese, capaci di produrre energia pulita e di ridurre le bollette delle famiglie. Ciò permetterebbe di registrare una riduzione significativa delle emissioni grazie a scelte collettive e territoriali, non solo a grandi impianti industriali. Ciò consentirebbe, inoltre, di affermare che la sostenibilità non è più percepita come un sacrificio, ma come un modo di vivere più giusto, più sano e più bello. E sarebbe, soprattutto, un cambiamento culturale: una società che si percepisce non come padrona della Terra, ma come parte di essa, come custode e non come proprietaria.

Quali azioni semplici ma efficaci possiamo consigliare?
Le azioni più efficaci sono spesso le più semplici: ridurre gli sprechi energetici e alimentari, scegliere forme di mobilità più sostenibili quando possibile, partecipare a una comunità energetica o a un progetto locale, sostenere imprese e prodotti responsabili, informarsi da fonti affidabili e condividere buone pratiche. Non sono gesti isolati: sono semi che, se piantati da molti, cambiano il mercato e orientano la politica. La forza del cambiamento non sta nella somma dei singoli atti, ma nella loro capacità di generare cultura.

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