(Foto Francesco Vignarca)
“Da un lato c’è una superficialità e, probabilmente, anche una conoscenza limitata della materia da parte di molti esponenti politici. Dall’altro, però, c’è anche la volontà di mantenere il confronto a un livello superficiale, perché così bastano gli slogan: “dobbiamo difenderci“, “il mondo si sta riarmando“, “viviamo in un contesto sempre più pericoloso“, “serve una difesa comune“. Sono formule generiche e semplificatrici che, non vengono mai tradotte in scelte concrete ma servono ad accumulare consenso”. Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne della Rete Italiana Pace e Disarmo, spiega così il “balletto” delle dichiarazioni e delle conseguenti “cifre” che stanno tenendo banco nel nostro Paese sulle spese militari. E’ stato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, ad annunciare la decisione del governo italiano di ricorrere al programma “Safe” per una disponibilità complessiva di 14,9 miliardi di euro. Ma al tg2, lo stesso Tajani precisa le sue stesse dichiarazioni e spiega che ”vista la situazione che si è creata con la crisi internazionale”, del fondo Safe ”non potranno essere utilizzati più di sei, sette, otto miliardi”. Per poi aggiungere che “tocca al Parlamento decidere”.
Vignarca, cosa sta succedendo? E perché tanta confusione?
Il balletto di dichiarazioni attorno ai fondi SAFE è, a mio avviso, emblematico del modo in cui la politica italiana, e non solo, stia affrontando il tema delle armi, del riarmo e della sicurezza militare. I fondi SAFE, infatti, sono prestiti a tasso agevolato, non contributi a fondo perduto.
Il dibattito si sviluppa con grande superficialità, fatto soprattutto di slogan, senza entrare mai nel merito della questione.
Si segue semplicemente l’onda che spinge verso l’aumento della spesa per gli armamenti e per l’industria militare, con tutti gli interessi economici che ne derivano. Anche in questo caso assistiamo al solito susseguirsi di annunci: abbiamo prenotato 14,9 miliardi, ne utilizzeremo meno, forse di più; si potrà sforare il Patto di stabilità, un vincolo che per anni ci ha impedito di aumentare la spesa pubblica e che ora, invece, sembra possa essere superato proprio per finanziare le spese militari. Per di più dietro tutto questo, non c’è mai un vero ragionamento, neanche di carattere militare. Nessuno spiega quali capacità sia necessario acquisire, quali sistemi d’arma servano realmente, quali programmi di formazione debbano essere rafforzati o quali strumenti militari vadano implementati. Questo dimostra che, in realtà, non c’è un autentico interesse a rafforzare la struttura militare, così come non c’è una reale volontà di costruire una difesa comune europea.
Ci può spiegare cosa sono i fondi europei Safe?
I fondi SAFE sono prestiti a tasso agevolato destinati a sostenere il finanziamento dell’industria della difesa per realizzare produzioni congiunte. Tuttavia, il regolamento prevede che soltanto il 65% della produzione debba essere realizzato da aziende europee, mentre il restante 35% può coinvolgere partner extraeuropei. È importante chiarire che questi fondi non sono contributi a fondo perduto: sono prestiti e, come tali, dovranno essere restituiti. Il SAFE si inserisce nella stessa logica di altri strumenti già sperimentati negli ultimi anni, come l’European Defence Fund (EDF), l’EDIRPA e l’ASAP, il programma dedicato all’aumento della produzione di munizioni. Si tratta, in sostanza, di ulteriori risorse destinate all’industria militare, che continuerà a fare profitti e a remunerare i propri azionisti, senza però produrre risultati concreti né sul piano della pace né su quello della costruzione di una vera difesa comune europea.
Che impatto hanno questi prestiti sulla vita delle persone e degli Stati?
Non è corretto sostenere, come hanno fatto alcuni esponenti del Governo, tra cui Giorgia Meloni, Guido Crosetto e Tommaso Foti, che destinare nuove risorse alla difesa non avrà conseguenze sui conti pubblici. Le conseguenze esistono, perché
ogni euro destinato agli armamenti è un euro che non può essere investito in altri settori come il welfare, la sanità, la scuola, la tutela dell’ambiente o le politiche sociali.
Ma c’è un ulteriore aspetto, spesso trascurato: gli investimenti militari rappresentano anche una scelta economicamente inefficiente. Non si tratta soltanto del fatto che sottraggono risorse ad altri settori, ma anche del fatto che producono ritorni economici molto inferiori rispetto agli investimenti civili.
Il dibattito italiano è sempre più in ostaggio alle spese militari…chi è realmente il nemico da cui difenderci?
È vero. Probabilmente questo accade perché, nonostante anni di martellamento mediatico, l’opinione pubblica italiana continua a nutrire forti perplessità rispetto alla corsa agli armamenti. Per questo si cerca di giustificare il riarmo non solo come scelta strategica, ma come presunto imperativo etico: “non ci si può non difendere“, “la pace si ottiene attraverso la forza“, “le armi sono necessarie“.
Nessuno spiega davvero quale risultato positivo deriverà dall’invio di nuove armi o dall’aumento della spesa militare.
Si ricorre continuamente a slogan generici, evitando di entrare nel merito delle conseguenze reali.
E chi invece propone analisi alternative riesce a farsi ascoltare?
Purtroppo no e fatica a trovare spazio. Le nostre ricerche sulle spese militari, sull’export di armamenti, sull’economia di guerra e sull’inefficacia del riarmo vengono raramente riprese nel dibattito pubblico. Allo stesso modo, trovano poco spazio anche le riflessioni culturali sul pacifismo, mentre il confronto è spesso dominato da un’unica narrazione favorevole al riarmo.
Quindi?
Un’alternativa esiste e la società civile può continuare a fare molto, sostenendo il lavoro per la pace, la giustizia sociale, la mediazione dei conflitti, la tutela delle persone più vulnerabili, dei migranti e di chi subisce gli effetti della crisi climatica.
Le vere emergenze sono altre e sono già davanti ai nostri occhi.
I promotori della campagna “Un’altra difesa è possibile!”
Avete una proposta concreta. Ce la può presentare?
Papa Leone XIV ricordava: “se vuoi la pace, prepara istituzioni di pace”. È proprio questa la direzione in cui vogliamo andare, promuovendo la proposta di una Difesa civile, non armata e nonviolenta. Per questo stiamo raccogliendo firme nell’ambito della campagna “Un’altra difesa è possibile” che propone un modello appunto di difesa fondato sulla prevenzione, sulla gestione nonviolenta dei conflitti e sulla costruzione di istituzioni di pace. Il primo risultato positivo della campagna è già visibile: si discute della proposta, se ne parla nei territori, nelle associazioni, nei giornali locali e nelle comunità. Questo dimostra che non ci limitiamo a criticare il sistema attuale, ma siamo in grado di costruire un’alternativa concreta, credibile e realizzabile. Ora chiediamo semplicemente che venga data la possibilità di metterla alla prova.
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