Sabato 14 novembre, alle 17.30, Leone XIV sarà nel santuario di Santo Toribio de Mogrovejo a Zaña, nella diocesi di Chiclayo, dove il santo arcivescovo di Lima morì nel 1606, per chiudere l’Anno giubilare a lui dedicato nel terzo centenario della canonizzazione. Ad attenderlo ci sarà il parroco, padre David Farfán Guerrero, che ha condiviso sette anni di lavoro pastorale con Robert Prevost vescovo di Chiclayo e li ha raccontati nel libro “Huellas de Pastor. Il Sir gli ha chiesto che cosa ricorda di lui.
Padre David, qual è il primo ricordo che le viene in mente quando pensa a Robert Prevost negli anni in cui era vescovo di Chiclayo?
Quando penso a Leone XIV, la prima cosa che mi viene in mente è un uomo che sa ascoltare. Quando era vescovo di Chiclayo, questa era una delle sue caratteristiche più conosciute da tutti noi del clero: siamo sempre stati ascoltati dal nostro pastore. È un uomo capace di sentire, di ascoltare, di parlare anche con chi la pensa diversamente. Non è uno che, prima ancora di parlare, ha già pronta la risposta per chi gli chiede un colloquio. In questo cerca la volontà di Dio, per mezzo dello Spirito Santo.
C’è stato un momento in cui Prevost l’ha sorpresa per una decisione, una parola o un gesto? Un episodio che allora poteva sembrare piccolo ma che oggi, sapendo che è diventato Papa, le sembra significativo?
C’è un episodio in cui la figura di Prevost mi è rimasta nel cuore, ed è questo che voglio condividere. Una volta sono stato invitato a un incontro di formazione per i laici. Sono arrivato e, come si usa, per i sacerdoti c’era sempre un posto libero davanti. Di solito il vescovo sedeva lì, di fronte a chi teneva la relazione. Ma quella volta sono rimasto sorpreso: ho visto il mio vescovo, Robert Prevost, seduto per terra, in fondo alla sala. Tutta la gente, soprattutto i laici, gli anziani e i malati, era davanti. Lui aveva lasciato il suo posto a chi ne aveva più bisogno. Per me è stato un grande esempio, e anch’io ho cercato di stare lì, vicino. E c’è un’altra cosa. Aveva con sé una borsetta di tanti colori, probabilmente di Cusco, del sud del Perù, e stando seduto la teneva stretta tra le braccia. È un segno molto bello della realtà peruviana: in queste borsette mettiamo la Bibbia e tutto quello che ci serve per andare agli incontri. Questa è l’immagine che mi è rimasta: un pastore, ma con tanta sensibilità sociale.
Lei ha condiviso con lui diversi anni di lavoro pastorale. Ci sono gesti o momenti che le sono rimasti particolarmente impressi?
Il gesto che mi ha aiutato ad andare avanti nella mia realtà pastorale è stato il suo aiuto nel portare avanti il progetto educativo di San Nicola da Tolentino, così si chiama la scuola, di cui lui è il gestore e io il fondatore. È stato un lavoro molto esigente, con tante domande, ma soprattutto con un cuore aperto. Ho capito quanto fosse necessario, in un posto così rurale e così lontano dalla grande città, andare avanti. Abbiamo portato avanti questo progetto in due, e adesso, dopo dieci anni, lui tornerà e potrà vedere tutto quello che abbiamo costruito, ma soprattutto come sono cresciuti i ragazzi, in una realtà così bisognosa ma con tanto futuro grazie all’educazione.

