“La fede cristiana invita a costruire ponti e a nutrire la speranza di una convivenza giusta e pacifica”. E’ quanto ricorda la Conferenza dei vescovi svizzeri in una nota diffusa sull’iniziativa referendaria “No a una Svizzera da 10 milioni! (Iniziativa per la sostenibilità)”, che sarà sottoposta a votazione domani, domenica 14 giugno. L’iniziativa – promossa dall’UDC, principale partito della destra svizzera – chiede di limitare la popolazione residente permanente nel Paese, stabilendo che non possa superare i dieci milioni di abitanti prima del 2050. Se la popolazione residente permanente superasse i 9,5 milioni di abitanti prima del 2050, il Consiglio federale e il Parlamento sarebbero obbligati a stringere drasticamente i criteri per il diritto d’asilo e il ricongiungimento familiare. E se queste misure non bastassero, la Svizzera dovrebbe disdire gli accordi internazionali che favoriscono la crescita demografica, mettendo a serio rischio sia l’Accordo sulla libera circolazione delle persone con l’Unione Europea, sia la partecipazione ai trattati di Schengen e Dublino. Tanto che alcuni hanno definito l’iniziativa una potenziale “Brexit svizzera”.
Nel presentare l’iniziativa popolare il Consiglio federale spiega che alla fine del 2025 la Svizzera contava circa 9,1 milioni di abitanti. Dall’introduzione della libera circolazione delle persone nel 2002 la popolazione è aumentata di circa 1,7 milioni di persone e l’aumento è dovuto soprattutto all’immigrazione. Il numero di immigrati dipende principalmente dal mercato del lavoro. In tempi di prosperità economica, le imprese ma anche strutture pubbliche come ospedali e case di cura, non trovano sufficiente personale in Svizzera e si rivolgono spesso all’area dell’Unione europea per reperire la manodopera specializzata mancante.
In vista del voto, la Conferenza dei vescovi svizzeri ha pubblicato un documento di orientamento intitolato “Sviluppo demografico, migrazione e bene comune”. Pur non dando un’indicazione di voto esplicita e diretta (come da tradizione per non violare la neutralità politica delle urne), i vescovi invitano i loro fedeli “a informarsi con attenzione, a discernere le argomentazioni e a mantenere uno dialogo rispettoso”. Ma soprattutto ricordano “i valori fondamentali della dottrina sociale della Chiesa, volti a promuovere il bene comune e una convivenza armoniosa”. I vescovi citano l’enciclica Fratelli tutti in cui “Papa Francesco invita in particolare ad affrontare le sfide sociali con spirito di solidarietà e di amicizia sociale, favorendo una vera cultura dell’incontro. Il fulcro di questo approccio – spiegano i vescovi – è la dignità inviolabile di ogni essere umano”.
“Le decisioni politiche e sociali devono sempre rispettare la persona, in particolare coloro che sono più vulnerabili, in cerca di protezione, o ancora troppo facilmente giudicati e condannati in modo generalizzato”.
Per “bene comune” si intende “accesso ad alloggi a prezzi accessibili, a infrastrutture sostenibili, all’istruzione, all’assistenza sanitaria, alla sicurezza e alla coesione sociale”. La nota della Conferenza episcopale svizzera fa riferimento in particolare alla tutela del matrimonio e della famiglia che “costituisce un bene prezioso” mentre “le separazioni familiari inutili contraddicono il senso di responsabilità sociale”.
Il documento invita a superare i timori legati all’esclusione, evidenziando che in un mondo interconnesso la solidarietà, lo Stato di diritto e la cooperazione internazionale con l’Europa e il resto del mondo sono fondamentali per la coesione sociale e il bene comune. “La solidarietà richiede un trattamento giusto e dignitoso delle persone in situazioni di vita difficili, nonché una cultura del dibattito che tenga conto con serietà delle preoccupazioni, senza tuttavia alimentare né legittimare l’esclusione”, scrive l’episcopato svizzero che aggiunge:
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