Aiuti internazionali, chi paga il conto? L’Europa diventa il primo donatore mentre gli Usa riducono gli investimenti

Scritto il 23/07/2026
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Chi finanzierà la cooperazione internazionale nei prossimi anni?La domanda è diventata centrale dopo la profonda revisione della politica estera statunitense e arriva mentre guerre, crisi climatiche e instabilità aumentano il fabbisogno di aiuti. I numeri mostrano come il sistema mondiale dell’assistenza allo sviluppo stia entrando in una fase di profonda trasformazione, con l’Unione europea chiamata a un ruolo sempre più decisivo. Secondo i dati Ocse-Dac, nel 2023 gli aiuti pubblici allo sviluppo (Official Development Assistance – Oda) hanno raggiunto il record di 223,7 miliardi di dollari. Di questi,
gli Stati Uniti hanno contribuito con 66 miliardi, confermandosi il principale donatore nazionale, mentre Team Europe (Commissione europea più Stati membri) ha mobilitato complessivamente oltre 95 miliardi di euro, pari a circa il 42% dell’intero aiuto pubblico mondiale, mantenendosi il maggiore donatore globale considerato come sistema.

(Foto Sir)

La differenza è sostanziale: Washington rappresenta il primo finanziatore come singolo Paese; Bruxelles, insieme ai Ventisette, costituisce il più grande blocco di cooperazione internazionale. L’architettura europea poggia soprattutto sul programma Ndici – Global Europe, lo strumento finanziario dell’Unione per il periodo 2021-2027, dotato di 79,5 miliardi di euro. Le risorse finanziano programmi in Africa, Medio Oriente, Asia, America Latina e vicinato orientale, sostenendo sanità, istruzione, sicurezza alimentare, diritti umani, governance democratica, clima e sviluppo economico. A questo si aggiungono gli interventi umanitari gestiti da Echo e gli investimenti del programma Global Gateway, che punta a mobilitare fino a 300 miliardi di euro tra fondi pubblici e privati entro il 2027 per infrastrutture sostenibili, energia, digitale, trasporti e salute. Sul fronte statunitense, invece, il quadro è radicalmente cambiato nel 2025. Dopo la sospensione temporanea degli aiuti esteri decisa dall’amministrazione Trump, la revisione dei programmi ha portato alla cancellazione dell’83% dei contratti UsAid, generando un vuoto stimato in circa 60 miliardi di dollari. Il Congresso ha inoltre approvato ulteriori riduzioni della spesa per la cooperazione internazionale. Le conseguenze si riflettono direttamente sui Paesi più fragili. Afghanistan, Sudan, Sahel, Yemen, Repubblica Democratica del Congo, Territori palestinesi e numerose altre aree dipendono dagli aiuti internazionali per mantenere aperti ospedali, scuole, programmi alimentari, reti idriche, campagne vaccinali e servizi di protezione per donne e bambini. Accanto all’assistenza umanitaria, una parte rilevante dei fondi finanzia anche giustizia, libertà di stampa, lotta alla corruzione, partecipazione democratica e rafforzamento della società civile. L’Ocse stima che, dopo un calo del 9% registrato nel 2024, l’aiuto pubblico mondiale possa diminuire di un ulteriore 9-17% nel 2025. Le riduzioni potrebbero colpire soprattutto i Paesi meno sviluppati dell’Africa subsahariana, con tagli compresi tra il 13% e il 25%, mentre i finanziamenti destinati alla salute potrebbero ridursi fino al 60% rispetto ai livelli raggiunti nel 2022.

(Foto Sir)

In questo scenario cresce il peso delle organizzazioni internazionali e delle reti della società civile. Un ruolo significativo continua a essere svolto anche dalle organizzazioni cattoliche – da Caritas Internationalis alle congregazioni religiose, fino a centinaia di ONG di ispirazione cristiana – che operano stabilmente in molti contesti di crisi, spesso garantendo la continuità di scuole, ospedali, centri nutrizionali e servizi sociali anche quando altri programmi vengono sospesi. La sfida, dunque, non riguarda soltanto la quantità delle risorse disponibili, ma il modello di cooperazione che la comunità internazionale intende perseguire.Con il progressivo ridimensionamento dell’impegno statunitense, l’Europa si trova davanti alla responsabilità di sostenere una parte crescente del sistema globale degli aiuti, pur dovendo fare i conti, a sua volta, con bilanci nazionali sempre più sotto pressione. Per milioni di persone, da Kabul a Khartoum, la posta in gioco non è soltanto l’equilibrio dei conti pubblici, ma la continuità di servizi essenziali e la tutela di diritti fondamentali.

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