In Italia 4 immigrati su 5 vivono in Italia da oltre dieci anni, segno che l’immigrazione è da tempo una componente strutturale e matura. Un dato significativo lo dimostra: il 67,4% degli immigrati esprime il desiderio di restare. È quanto emerge dal XXXV Rapporto Immigrazione 2026, presentato oggi a Roma, alla Pontificia Università Urbaniana, da Caritas Italiana e Fondazione Migrantes, intitolato “Meno confini e più frontiere per costruire la pace”. Al 1° gennaio 2026, i cittadini stranieri residenti in Italia, secondo l’Istat, sono 5.559.527, pari al 9,4% della popolazione totale. Ai primi posti come provenienze sempre Romania, Albania e Marocco, ma crescono le comunità asiatiche (Bangladesh, India, Pakistan, Filippine). In un solo anno la popolazione straniera è cresciuta di circa 188 mila unità (+3,5%), compensando quasi perfettamente il calo degli italiani (-189 mila). Lo scorso anno gli stranieri immigrati dall’estero sono stati oltre 383.000, ma circa 35.000 sono emigrati, con un saldo migratorio di oltre 348.000 persone. Il Rapporto, curato da Manuela De Marco e Simone Varisco, raccoglie in 360 pagine il contributo di 32 autrici e autori.
Mancano i dati e aumentano “le linee di separazione”. A fare da sfondo al Rapporto Caritas/Migrantes c’è una denuncia inedita: per la prima volta in 35 anni i curatori segnalano la mancata disponibilità di dati statistici importanti da parte delle amministrazioni pubbliche, in particolare dal Ministero dell’Interno sui permessi di soggiorno e dal Ministero dell’Istruzione sulle iscrizioni scolastiche, creando un preoccupante “vuoto conoscitivo”. “Viviamo in una stagione storica nella quale si moltiplicano i confini e si riducono le frontiere – evidenziano i due organismi ecclesiali -. Crescono le linee di separazione, mentre si respingono gli spazi dell’incontro. Aumentano i dispositivi di controllo, mentre si indebolisce la capacità di riconoscere l’altro come fratello e sorella”.
Crescita contenuta e divari significati rispetto ad altri Paesi Eu. La crescita dell’immigrazione nell’ultimo decennio (+13% tra il 2013 e il 2023) è stata quindi molto più contenuta rispetto a Germania (+51%), Spagna (+33%) e Francia (+18%). L’età media degli stranieri (con nove persone su dieci in età lavorativa) attutisce il drammatico invecchiamento della popolazione autoctona (dove gli over 65 rappresentano il 25,1%). In Italia ci sono però criticità e divari di integrazione significativi rispetto alla media dell’Unione europea. Tra i giovani con background migratorio, la percentuale di Neet (giovani che non studiano, non lavorano o non sono in formazione) sale al 30%, quasi il doppio della media europea del 17%.
In Italia il rischio di povertà ed esclusione per i cittadini non-Ue tocca il 48-49%, rispetto al 18,5% della popolazione nazionale.
Nell’Ue la percentuale è inferiore, pari al 43,8%.
Il paradosso italiano: lavoro elevato ma competenze “sprecate”. Se la partecipazione al mercato del lavoro è in linea con la media europea (tasso di occupazione al 65%), il contesto italiano evidenzia divari e penalizzazioni drammatiche:
il 64% dei migranti laureati in Italia svolge mansioni che non richiedono il loro titolo di studio,
a fronte di una media Ue del 40% e di valori sotto il 35% in Germania.
In calo i minori stranieri non accompagnati. I minori stranieri non accompagnati (Msna) si attestano a circa 17 mila a fine 2025, un numero in diminuzione rispetto al picco del 2023, quando erano 23 mila. Emblematico è il focus sui minori bangladesi: schiacciati tra le aspettative familiari di rimesse (1,4 miliardi inviati dall’Italia al Bangladesh nel 2024), viaggi traumatici attraverso la Libia e l’inserimento nel lavoro informale, questi adolescenti affrontano altissimi rischi di isolamento e disagio psicologico.
Perché restano in Italia? All’interno del report è contenuta anche una indagine che ha coinvolto circa 400 uffici Caritas e Migrantes sui fattori che determinano la propensione degli immigrati a restare. Il dato è molto significativo: il 67,4% degli immigrati intende rimanere “per sempre” in Italia. A trattenere le persone non sono tanto i fattori economico-materiali (che pesano per il 20%), quanto i fattori immateriali: il sentirsi bene nel Paese e l’accoglienza locale (50,9%), le scelte familiari (20,9%) e la presenza di reti di supporto informale e associativo (16,3%).
La vitalità delle comunità cattoliche etniche. Quasi 3.000 preti attivi nelle diocesi italiane. Il rapporto dedica, inoltre, uno sguardo alla dimensione religiosa: le comunità cattoliche etniche (filippine, ucraine, latinoamericane, africane) rappresentano “luoghi di socialità e oasi di speranza”, capaci di rivitalizzare quartieri e chiese dismesse. Una nuova rilevazione sul personale apostolico non italiano stima
circa 29.500 permessi di soggiorno per motivi religiosi (oltre il 61% a Roma) e 2.944 sacerdoti con cittadinanza straniera
attivi nelle diocesi italiane (il 36,8% dall’Africa e il 26,2% dall’Asia). Sono presenti in 216 circoscrizioni ecclesiastiche (diocesi) su 226 totali in Italia. La loro presenza copre la quasi totalità del territorio nazionale, con la concentrazione più elevata nella diocesi di Roma, che ne accoglie da sola 311 (pari al 10,6% del totale), seguita dalle diocesi di Firenze (76), dall’Esarcato apostolico per i fedeli ucraini (70), Milano (59), Napoli (58) e Torino (57).
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