Donald Trump “ordina”, gli elettori latinoamericani “eseguono”. Anche l’attesissimo ballottaggio che si è tenuto ieri in Colombia, stando ai numeri del cosiddetto “pre-conteo”, non si è discostato dal “copione” dell’ultimo anno, nel Continente. Il nuovo presidente, anche se di misura, dovrebbe essere l’avvocato e uomo d’affari di destra Abelardo de la Espriella (Defensores de la Patria), che ha goduto dell’endorsment di Donald Trump, nonostante quest’ultimo avesse promesso al presidente uscente di sinistra, Gustavo Petro, che non si sarebbe “intromesso” nella campagna elettorale. Stando ai numeri attuali, il vincitore ha prevalso sul candidato del Pacto Histórico, la coalizione progressista che sosteneva Iván Cepeda per poco meno di un punto percentuale: 49,6 per cento contro 48,7, mentre le schede bianche, che nel Paese sono conteggiate ufficialmente, ammontano all’1,6. Il vantaggio del candidato della destra si materializza, soprattutto, nei dipartimenti interni, lungo le cordigliere. La squadra di Cepeda, però, ha chiesto il riconteggio in 33 mila seggi, e il candidato della sinistra non ha, al momento, riconosciuto la vittoria del rivale. De la Espriella si aggiungerà, probabilmente, all’elenco, ormai lungo di leader di destra, spesso di estrema destra, che ha prevalso nelle recenti elezioni in America Latina: Daniel Noboa in Ecuador, Nasry Asfura in Honduras, Laura Fernández in Costa Rica, Rodrigo Paz in Bolivia (di profilo più centrista, ha, però, appena decretato lo stato d’eccezione in varie zone del Paese), José Antonio Kast in Cile, Keiko Fujimori in Perù, due settimane fa. All’album di famiglia, poi appartengono, quelli che De la Espriella ha più volte citato come modelli: l’iperliberista Javier Milei, presidente dell’Argentina, e Nayib Bukele, presidente dell’El Salvador. Il nuovo presidente, detto “El Tigre”, che possiede anche la cittadinanza italiana, oltre che quella statunitense (ha vissuto per lungo tempo a Miami), c’è da scommetterci, farà parlare il mondo di sé. Come i suoi punti di riferimento, propone un’agenda basata su retorica nazionalista, liberismo economico, poca attenzione alle politiche ambientali, con il ritorno a concessioni minerarie e alla tecnica del fracking per estrarre petrolio o gas, priorità alla sicurezza, con la promessa di usare “il pugno di ferro” contro i gruppi armati e le bande criminali; al netto di sue dichiarazioni di elogio ai paramilitari e la sua attività di avvocato di personaggi legati, appunto, al mondo del paramilitarismo e del narcotraffico. Il tutto, condito dall’ormai tipico linguaggio “anti-establishment”, caratterizzato da frasi a effetto, violenza verbale, demonizzazione dell’avversario. Ha, per esempio, promesso di “fare a pezzi” il suo predecessore Petro, frase quanto meno di dubbio gusto, nel Paese in cui gli avversari sono spesso, davvero, e letteralmente, “fatti a pezzi”, per decenni.
Campagna durissima. La campagna elettorale, del resto, è stata senza esclusione di colpi da parte di entrambi gli schieramenti, in un contesto di polarizzazione e attacchi incrociati. De la Espriella ha accusato Cepeda di collusione con i guerriglieri, quest’ultimo ha denunciato il suo avversario per associazione a delinquere, finanziamento del terrorismo e arricchimento illecito. Va detto che la sinistra, oggi al Governo, ci ha messo “del suo”, nella sconfitta. Petro, a proposito di violenza verbale, ha mostrato durante il suo mandato il suo carattere che definire “fumantino” è un eufemismo. Tante parole, tanto movimento, poche riforme radicali, qualche successo parziale a livello di riforme sociali, ma un fallimento enorme su quella che è stata la scommessa del suo mandato, la “pace sociale”, l’apertura di colloqui con tutti i gruppi armati ancora presenti nel Paese, per dare seguito all’accordo di pace siglato con le Farc nel 2016. Invece, nessun gruppo, dall’Esercito di liberazione nazionale alle varie fazioni dissidenti delle ex Farc, fino al Clan del Golfo erede dei paramilitari, ha raggiunto un qualche tipo di accordo. Anzi, il mandato di Petro si conclude con intere zone del Paese in preda a violenze, scontri, sfollamenti di civili, attentati continui. In ogni caso, Cepeda (che uno stile più austero e misurato rispetto al presidente uscente)non ha sfigurato, anzi, in termini assoluti, ha conquistato un milione e mezzo di voti in più rispetto a Petro, nel 2022.
Gli appelli della Chiesa. Oggi, si apre un futuro con tante incognite. Si sottovaluta che la Colombia, anche nel fragile contesto sudamericano, non è un Paese come gli altri. Ha vissuto un conflitto interno durato sessant’anni, e non ancora risolto. Proprio a dieci anni dallo storico accordo con la guerriglia delle Farc, scorciatoie demagogiche, un clima di continui scontri, antiche ricette, rischiano di riportare indietro le lancette della storia, Se n’è accorta la Chiesa colombiana, che in queste settimane ha fatto sentire la sua voce in numerose occasioni, sottolineando di non voler prendere posizione sulle candidature, ma con pronunciamenti sempre volti a chiedere la concordia civile, la rinuncia ad attacchi all’avversario, alla violenza verbale. “La Conferenza episcopale – spiega al Sir mons. Héctor Fabio Henao, referente dell’episcopato per i rapporti con il Governo – ha lanciato un appello affinché ogni persona voti in modo libero, consapevole, responsabile e informato. È questo che rafforza la democrazia. Aperte le urne, non devono aprirsi anche delle ferite. Ma devono invece aprire vie di incontro, vie di ricerca di un Paese in cui tutti possiamo convivere. La democrazia si rafforza quando acquisiamo rispetto per le istituzioni, per il voto e, soprattutto, rispetto per i risultati elettorali”. Unità viene chiesta anche da una delle figure storiche dell’impegno per la pace in Colombia, il gesuita Francisco De Roux: “Speriamo di avere la maturità necessaria per accettare il risultato con serenità e per ascoltare chi la pensa diversamente. Da oggi avremo la sfida di lavorare insieme per una nazione che ci meritiamo, e di cui tutti e tutte siamo responsabili”. Il religioso, poi, non rinuncia a esprimere la sua speranza: “Spero che il nuovo presidente, una volta insediato, affronti la sfida della sicurezza ponendo al centro la tutela di ogni singola persona, della vita cara e della fiducia; e non ricorrendo alle armi e alla paura. E che sia qualcuno disposto ad assumersi il rischio di impegnarsi a fondo per liberare il Paese dalla corruzione e dal traffico di droga”.
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