A sessantasei anni dall’indipendenza, la Repubblica Democratica del Congo continua a inseguire il sogno della pace. Nel Nord-Est del Paese, segnato da conflitti armati, povertà, sfollamenti ed emergenze sanitarie, la Chiesa è al fianco delle popolazioni più fragili, in particolare donne e bambini. Nella diocesi di Dungu-Doruma, l’impegno quotidiano di Caritas e comunità ecclesiali dimostra che anche nelle situazioni più difficili è possibile costruire percorsi di riconciliazione, dignità e sviluppo. La testimonianza di Thérèse Mema Mapenzi attivista per i diritti umani e la pace e consulente Caritas Dungu-Doruma.
Una pace ancora incompiuta
Sessantasei anni dopo l’indipendenza, le aspirazioni del popolo congolese alla pace e allo sviluppo continuano a scontrarsi con ostacoli profondi. Nonostante le immense ricchezze naturali e il grande potenziale umano del Paese, milioni di persone vivono ancora in condizioni di insicurezza, povertà e precarietà. Nel Nord-Est della Repubblica Democratica del Congo persistono conflitti armati legati al controllo delle risorse naturali, cui si aggiungono fenomeni di corruzione, cattiva governance ed emergenze sanitarie come HIV/AIDS, malaria ed Ebola. Sono soprattutto le comunità più vulnerabili a pagarne il prezzo. Il risultato è un circolo vizioso di violenza e impunità che mina la fiducia delle persone e compromette il futuro delle nuove generazioni. I bambini crescono nella paura, molte famiglie vengono separate dagli sfollamenti e i giovani vedono ridursi progressivamente le proprie opportunità. Le donne, spesso, sopportano il peso maggiore della sopravvivenza quotidiana e continuano a essere esposte a violenze sessuali e di genere, con conseguenze durature sul piano fisico, psicologico e sociale.
Il ruolo della Chiesa accanto alle popolazioni più fragili
In questo contesto la Chiesa rappresenta un punto di riferimento essenziale. La sua presenza non si limita all’assistenza materiale e spirituale, ma si traduce in un accompagnamento concreto delle comunità colpite dalle crisi, nella difesa della dignità umana e nella promozione della pace. Tra le necessità più urgenti emergono la protezione dei civili, l’accesso alle cure sanitarie e all’istruzione, il sostegno agli sfollati, la prevenzione delle violenze di genere, la riconciliazione tra le comunità e l’autonomia economica di donne e giovani. Nel territorio della diocesi di Dungu-Doruma, una zona isolata al confine con Repubblica Centrafricana, Uganda e Sud Sudan, questi bisogni assumono una dimensione ancora più drammatica. La scarsità di infrastrutture e la limitata presenza delle grandi organizzazioni umanitarie rendono spesso la Chiesa uno degli unici soggetti capaci di raggiungere le popolazioni più remote. Attraverso la Caritas locale, l’assistenza arriva alle persone colpite da conflitti e calamità, ma comprende anche attività di prevenzione, accompagnamento e sviluppo comunitario. In alcuni casi, lo stesso vescovo della diocesi, Emile Musoho, si reca personalmente nelle aree più isolate per ascoltare i bisogni della popolazione e coordinare gli interventi.
Donne al centro della ricostruzione
Una delle priorità del lavoro pastorale e sociale riguarda il sostegno alle donne, spesso le principali vittime delle conseguenze dei conflitti. La Caritas Dungu-Doruma promuove programmi di accompagnamento psicologico, formazione professionale e attività generatrici di reddito, nella convinzione che il rafforzamento del ruolo femminile sia una chiave fondamentale per la ricostruzione delle comunità. Le comunità cristiane diventano così luoghi di ascolto, accoglienza e solidarietà. L’obiettivo non è soltanto rispondere alle emergenze, ma aiutare le persone a ritrovare fiducia in sé stesse e nella possibilità di un futuro diverso.
Ebola, HIV e la lotta contro lo stigma
Accanto alle conseguenze della guerra, le popolazioni della regione devono affrontare difficili sfide sanitarie. HIV/AIDS ed Ebola continuano a rappresentare una seria minaccia, aggravata dalla mancanza di informazioni e dalla diffusione di false credenze che spesso alimentano discriminazione ed esclusione. In alcune comunità la malattia viene ancora associata alla stregoneria o a pratiche occulte, con il rischio di ritardare la diagnosi e le cure. Per questo la sensibilizzazione e il sostegno psicologico costituiscono strumenti fondamentali per contrastare la paura e favorire l’accesso ai servizi sanitari.
Le storie che alimentano la speranza
Nonostante le difficoltà, nelal diocesi di Dungu-Doruma non mancano segni concreti di speranza. Uno di questi è la storia di Clémentine, 43 anni, convivente con l’HIV dal 2009. Grazie all’accompagnamento offerto dalla Caritas attraverso il programma sanitario BDOM, ha accettato di intraprendere e proseguire il trattamento. Oggi testimonia apertamente la propria esperienza e contribuisce a sensibilizzare altre persone nella sua comunità. Per Soeur Marthe Momumangile, direttrice del BDOM della Caritas Dungu-Doruma, il crescente coinvolgimento di persone come Clémentine nella sensibilizzazione rappresenta un importante segno di cambiamento. La progressiva accettazione della malattia da parte della popolazione contribuisce infatti a favorire la prevenzione e l’accesso alle cure. Un’altra testimonianza significativa è quella di Edith Mwana Muke, che dopo aver subito le conseguenze dei conflitti armati ha partecipato a un programma di formazione agricola promosso dalla Caritas. Oggi produce e vende prodotti agricoli ai ristoranti della zona, riuscendo a sostenere economicamente la propria famiglia. Una rinascita che dimostra come il sostegno alle attività economiche possa trasformarsi in un percorso di dignità e resilienza. Come sottolinea il direttore della Caritas, Jean Claude Gingbiyo, dietro ogni piccola attività recuperata dopo una crisi si nasconde una grande vittoria: quella di ritrovare fiducia nel futuro.
Seminare pace ogni giorno
Per la Chiesa di Dungu-Doruma la pace non coincide semplicemente con l’assenza delle armi. Significa poter vivere senza paura, mandare i figli a scuola, lavorare, coltivare la propria terra e vedere rispettati i propri diritti. Per questo il lavoro ecclesiale punta anche alla riconciliazione tra gruppi e comunità. Accompagnare le vittime, favorire il dialogo e promuovere una cultura del perdono non significa dimenticare le ingiustizie, ma creare le condizioni perché le persone possano tornare a costruire insieme il proprio futuro. In occasione della Giornata nazionale per la pace, la democrazia e la convivenza civile, il messaggio che arriva da Dungu-Doruma è chiaro: il popolo congolese non chiede soltanto di sopravvivere alle crisi, ma di vivere con dignità. E la speranza nasce proprio da quei piccoli semi di pace che ogni giorno vengono coltivati nelle comunità: una donna che ritrova fiducia, un bambino che torna a scuola, una famiglia che riceve sostegno, due villaggi che riprendono a dialogare. Segni semplici, ma capaci di aprire la strada a un futuro diverso per il Congo.

