(da Assisi) “Non tacete! Quando il mondo è stanco di sentire parlare di guerra – non tacete! Quando le persone smettono di credere nel potere della preghiera – non tacete! Quando sembra che anche Dio taccia, non tacete!”. È l’accorato appello a non dimenticare l’Ucraina lanciato da mons. Vitaliy Krivitskiy, vescovo di Kyiv-Zytomyr, intervenendo ad Assisi al Forum su “La preghiera protegge il mondo”. Il vescovo ha mostrato ai presenti un fischietto. E ha raccontato: “Nel mio Paese, l’Ucraina, dove è in corso una guerra feroce, alcune persone se lo mettono al collo quando vanno a dormire. Perché di notte potrebbe arrivare un missile russo. La casa potrebbe crollare. E la persona potrebbe ritrovarsi sepolta sotto tonnellate di cemento. Quel piccolo fischietto potrebbe diventare l’ultima speranza per segnalare ai soccorritori dove ci si trova”. “Da qualche parte nel mio Paese – ha proseguito il vescovo –, stanotte una persona si addormenterà con questo fischietto al collo. Spera che, se dovesse accadere il peggio, qualcuno senta il suo debole segnale e accorra in suo aiuto. Siamo noi quelle persone. Coloro che ascoltano, che non smettono di pregare. Quelli che accorreranno in aiuto”. Il Sir lo ha intervistato.
Mons. Vitaliy Krivitskiy, vescovo di Kyiv, con alcuni partecipanti ucraini all’incontro per la pace di Assisi (Foto Sir)
Mons. Krivitskiy, com’è la situazione a Kyiv in questo momento?
La situazione è diventata ancora più difficile. Ci stiamo preparando ad affrontare un altro inverno molto duro. Alcune persone hanno scelto di trasferirsi altrove, o almeno di lasciare le grandi città. Allo stesso tempo, continuiamo a mantenere viva la nostra fiducia e la nostra speranza. Tutti ci rendiamo conto di essere stanchi, ma non siamo distrutti, scoraggiati o privi di speranza.
Abbiamo sentito parlare di alcuni casi di suicidio tra i ragazzi. È vero?
Non posso dire che si tratti di un fenomeno particolarmente diffuso. Penso che anche in altri Paesi si verifichino situazioni simili. Non posso affermare che da noi i casi siano più numerosi. Un’altra questione però riguarda i suicidi tra i veterani, cioè tra coloro che sono tornati dalla guerra. Anche questo non è un fenomeno nuovo, ma rappresenta una grande sfida per noi in questo momento. Molte sofferenze, infatti, possono emergere anche a distanza di anni, molto tempo dopo che una persona è tornata a casa.
Come vivete la quotidianità, le notti e gli attacchi?
Non possiamo dire che ci siamo abituati, ma abbiamo imparato a convivere con questa situazione. Ormai diciamo che i momenti in cui non suona l’allarme sono come le pause pubblicitarie di un film. Il tempo trascorso in stato di allerta è maggiore di quello in cui non ci sono gli allarmi. Le persone si sono convinte che dobbiamo andare avanti. Molti di coloro che vengono a trovarci rimangono sorpresi nel vedere come, dopo un bombardamento, tutto venga ricostruito rapidamente e la vita riprenda. Ma noi non vogliamo vivere tra le rovine.
Potremmo dire che, durante la guerra, noi ucraini non ci limitiamo a sopravvivere: continuiamo a vivere.
Si dice che una tregua sia vicina. Si parla della possibilità di un accordo per un cessate il fuoco. Lei ci crede?
Prima di tutto, io credo in Dio. Le Sacre Scritture ci insegnano che non possiamo confidare nell’uomo ma solo in Dio. Va detto che noi ucraini dobbiamo pensare a come sopravvivere dopo una tregua. Alcune delle proposte avanzate che si vorrebbero realizzare non sono in grado di assicurare la nostra sicurezza.
Comprendiamo che, prima o poi, la guerra dovrà finire attraverso il dialogo. Ma dobbiamo sottolineare che questo dialogo deve essere giusto.
Se noi lasciamo fare agli aggressori, domani continueranno ad agire nello stesso modo. La storia ce lo insegna e non c’è nulla di nuovo sotto il sole.
Che cosa significa, secondo lei, una pace giusta?
Se un conflitto si conclude a svantaggio del più debole, non c’è giustizia. È ciò che la Chiesa afferma da molti secoli. Per noi, una soluzione giusta è quella che rispetta le decisioni della comunità internazionale: non concedere vantaggi all’aggressore, ma fornire alla vittima l’aiuto necessario, nel nome della verità.
Come valuta le missioni umanitarie del card. Zuppi e di mons. Gallagher, sia a Kyiv sia a Mosca?
Sono molto orgoglioso che la nostra Chiesa non sia rimasta indifferente di fronte a questa situazione. Posso dire che non conosciamo tutti i dettagli di questi colloqui, ma conosco i frutti di questi incontri. Oggi possiamo cominciare a vederne i risultati e questo è sicuramente l’aspetto più importante.
La Santa Sede è l’unica istituzione che sta facendo qualcosa di concreto?
Non posso dire che sia l’unica, ma ci sono incontri che considero particolarmente importanti. Sappiamo che ognuno fa ciò che può, secondo le proprie possibilità.
Vuole lasciare un messaggio agli italiani e alla Chiesa che è in Italia, anche in vista del difficile inverno che vi attende?
Prima di tutto, voglio ringraziare tutti coloro che pregano e che dimostrano la loro solidarietà al popolo ucraino. Il fatto che i media parlino sempre meno della nostra guerra non significa che sia finita. Vorrei chiedere a tutti di continuare a impegnarsi, con le parole e con le azioni, per contribuire a porre fine a questa guerra.
The post Ucraina, il vescovo di Kyiv: “Solo una pace giusta può mettere fine alla guerra” first appeared on AgenSIR.Voglio ribadire che ogni guerra che si conclude in modo ingiusto diventa la causa di una guerra successiva. Per questo, chiedo di pregare insieme e invocare una pace giusta per l’Ucraina e per il mondo intero. Preghiamo anche per coloro che hanno la possibilità di contribuire concretamente al raggiungimento di questa pace.

