“Tutto è scritto”. È una delle frasi che più facilmente affiorano nel linguaggio comune. La si pronuncia quando accade qualcosa di inatteso o di inspiegabile, quasi a consegnare la propria vita a un destino già deciso. Da sempre l’uomo è tentato di conoscere in anticipo ciò che lo attende. Cambiano gli strumenti, ma non la tentazione. Un tempo si interrogavano gli indovini e gli auspici; oggi si sfogliano gli oroscopi, si rincorrono i segni del destino, si cercano risposte nelle tante forme di spiritualità fai da te. Vecchie e nuove religioni dell’uomo, accomunate dall’illusione di poter decifrare il futuro e, magari, controllarlo.
La Bibbia percorre una strada diversa.
Non nega il mistero della vita, ma lo sottrae al fatalismo. Tutto è scritto, sì, ma non nelle stelle. È scritto nella mano e nel cuore di Dio. Il profeta Isaia mette sulle labbra del Signore una delle immagini più commoventi della Scrittura: “Ti ho disegnato sulle palme delle mie mani”. Non un destino impersonale, dunque, ma una relazione. Non un copione già chiuso, ma una storia affidata alla libertà dell’uomo e alla fedeltà di Dio.
Questa immagine restituisce dignità alla nostra esistenza. Se siamo scritti nelle mani di Dio, allora nessuna vita è anonima, nessuna lacrima è inutile, nessun bene compiuto va perduto. La mano di Dio non stringe i fili di un burattinaio: sostiene, accompagna, rialza. È una presenza che custodisce senza annullare la libertà.
In questo orizzonte anche lo scrivere acquista un significato nuovo. Scrivere è memoria. È raccogliere ciò che il tempo rischia di disperdere. Dante, all’inizio della Vita nuova, parla della memoria come di un libro: “In quella parte del libro della mia memoria…”. È un’immagine straordinaria: ciascuno porta dentro di sé un libro fatto di incontri, ferite, gioie e attese. La scrittura ci aiuta a sfogliarlo con consapevolezza. E viene spontaneo pensare anche a Leopardi, che nello Zibaldone affidava alla pagina il dialogo più sincero con sé stesso.
Scrivere è anche ricondurre al cuore. È fermarsi, rileggere, dare un nome alle esperienze perché non rimangano soltanto emozioni fugaci. In un tempo che consuma tutto con velocità, la parola scritta diventa un esercizio di libertà e di verità.
Forse dovremmo scrivere di più: una pagina di diario, una lettera, una preghiera, un semplice grazie. Non per inseguire un destino già fissato, ma per riconoscere che la nostra storia si costruisce ogni giorno. E che il suo significato ultimo non è custodito negli oroscopi o nelle promesse del fato, ma nella mano e nel cuore di Dio, dove ciascuno di noi è conosciuto, amato e mai dimenticato.
(*) “Parola di Vita”
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