(Rimini) “L’odio uccide anzitutto chi odia”. È attorno a questa convinzione che il vescovo cattolico di Kharkiv-Zaporizhzhia, mons. Pavlo Honcharuk, ha costruito la sua testimonianza al Meeting di Rimini, ieri sera, offrendo uno sguardo sulla vita quotidiana di un popolo che da anni vive la guerra.
(Foto SIR)
Pur nella sofferenza e nella violenza del conflitto, il presule ha insistito su un punto: gli ucraini non possono permettere che l’odio entri nel loro cuore. “Abbiamo dolore, abbiamo rabbia, abbiamo la forza per combattere”, ha spiegato. “Ma non permettiamo all’odio di prendere il sopravvento. L’odio avvelena il pensiero, scaccia l’amore dal cuore e porta via la pace. Se gli ucraini avessero coltivato l’odio, avrebbero già perso da tempo”.
La vera forza. Per mons. Honcharuk, la vera forza del popolo ucraino nasce invece dall’amore. L’amore per i figli, per i genitori, per le mogli e per le famiglie. È questo sentimento, ha sostenuto, che spinge tante persone a difendere il proprio Paese.
“Difendiamo la nostra patria perché non vogliamo essere trasformati in uno strumento per uccidere altri popoli”.
“Noi non vogliamo combattere. Vogliamo la pace e siamo per la pace”. Il vescovo ha sottolineato che la resistenza ucraina non nasce da sentimenti di vendetta né dall’ostilità verso altri popoli. “Non abbiamo odio nei confronti di nessuno”, ha affermato. “Siamo stati educati secondo il Vangelo e i valori cristiani. Sono i valori della famiglia, della dignità della persona, delle relazioni tra genitori e figli. È questo patrimonio che cerchiamo di custodire”. Nel suo intervento ha poi richiamato il significato stesso della patria. “Per chi vive soltanto per conquistare altri Paesi, la patria finisce per perdere il suo significato. L’uomo non sarà mai veramente a casa propria se è sempre chiamato a combattere. Noi ci difendiamo perché vogliamo vivere e perché abbiamo il diritto di vivere. Nessuno può privarci di questo diritto”.
Bambini in tempo di guerra. Significativo il racconto dei bambini e dei giovani che stanno crescendo nel tempo della guerra. “I nostri bambini maturano molto in fretta”, ha osservato. “A volte, ascoltandoli parlare, si ha l’impressione di trovarsi davanti a persone che hanno già cinquant’anni di esperienza. La guerra li costringe a crescere prima del tempo”. Molto, ha spiegato, dipende dalla vicinanza alla linea del fronte. Chi vive a poche decine di chilometri dalle zone dei combattimenti sperimenta ogni giorno una realtà segnata dall’insicurezza e dalla paura. Ma in tutto il Paese la guerra entra nelle case attraverso l’assenza dei padri, dei fratelli, degli amici impegnati nell’esercito o caduti in battaglia.
L’incontro al cimitero. Mons. Honcharuk ha ricordato la visita a un cimitero militare, dove riposano centinaia di soldati. “Dietro ogni tomba c’è una famiglia, ci sono dei bambini, ci sono dei giovani”, ha detto. Poi ha raccontato un episodio che porta ancora nel cuore. “Vicino a una tomba era seduto un bambino. Ci siamo avvicinati e abbiamo scoperto che lì era sepolto suo padre. Gli abbiamo chiesto quanti anni avesse. ‘Dieci’, ci ha risposto. Poi ha aggiunto: ‘Vengo qui da mio papà per raccontargli come sto’”. Un’immagine che, secondo il vescovo, racconta il prezzo umano del conflitto più di qualsiasi statistica. Ci sono bambini che attendono il ritorno dei propri genitori dal fronte e altri che hanno già dovuto affrontarne la perdita. Una generazione intera sta crescendo con il peso della guerra sulle spalle”.
Disegni al fronte. Fin dal 2014, ha ricordato, molti alunni hanno realizzato disegni e messaggi destinati ai loro familiari impegnati nei combattimenti. “Portavo personalmente quei disegni ai soldati nelle trincee”, ha raccontato. “Li accoglievano con commozione e li conservavano con cura. Erano un segno concreto che qualcuno li stava aspettando e continuava a pensare a loro. Quei disegni scaldavano le trincee”.
(Foto ANSA/SIR)
L’impegno dei giovani. Tanti di quei bambini oggi sono diventati adulti. “Chi aveva dieci anni nel 2014 oggi ne ha ventidue”, ha osservato. “Sono cresciuti in anni di guerra”. Eppure, accanto alle ferite, il vescovo vede nascere una forte assunzione di responsabilità. Molti giovani sono impegnati nel volontariato, raccolgono materiali per il fronte, preparano reti mimetiche, sostengono numerosi progetti umanitari e sociali. Altri continuano a studiare, in Ucraina o all’estero, pensando al futuro del loro Paese.
“Quando guardo negli occhi i giovani”, ha affermato, “vedo la consapevolezza di chi si è già assunto una responsabilità verso la propria nazione. Pensano già a ciò che faranno quando la guerra sarà finita. Pensano a come ricostruire l’Ucraina”.
Cultura e amore. Alla fine della sua testimonianza, mons. Honcharuk ha richiamato anche il valore della cultura, definendola “un modo di essere e di esistere”. Ciò che rende davvero umana una persona, ha spiegato, è l’amore custodito nel cuore. Un amore che si manifesta nell’attenzione verso se stessi, nel rispetto degli altri e nella capacità di accogliere la libertà e la crescita di ogni persona. “Se non c’è amore”, ha avvertito, “il successo dell’altro diventa motivo di turbamento. Se invece c’è amore, la crescita dell’altro diventa anche la nostra gioia”. Una convinzione che, nel mezzo della guerra, continua a sostenere la speranza del popolo ucraino.
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