E’ stata avvertita anche in Venezuela l’onda lunga del terremoto di magnitudo 7,4 che ha colpito ieri mattina la Colombia. Il bilancio provvisorio è di almeno 132 morti e oltre 570 feriti, Pereira, Cali e Manizales le città più colpite, con decine di edifici crollati e l’operatività di sette aeroporti sospesa. I soccorritori stanno cercando tra le macerie i superstiti, come avvenuto settimane fa in Venezuela durante il sisma del 24 giugno. In Venezuela “non ci sono stime ufficiali dei dispersi ma la popolazione parla di almeno 20.000 persone”, dice al Sir don Marco Pagniello, direttore di Caritas italiana, durante il viaggio di ritorno da una missione in Venezuela per sostenere la Chiesa locale e definire un piano d’azione per i prossimi mesi. La delegazione ha visitato la diocesi di La Guaira, incontrando famiglie, parrocchie, volontari e comunità colpite dal sisma, oltre alla Conferenza episcopale venezuelana e a diverse realtà ecclesiali impegnate nel Paese. A Caracas è stata nel quartiere popolare di La Silsa, con profonde fragilità economiche e sociali. Proprio mentre si stavano imbarcando per tornare in Italia – l’aeroporto di Caracas è ancora chiuso e sono dovuti partire da Barcelona – la delegazione di Caritas italiana ha iniziato a ricevere telefonate e messaggi che annunciavano il terremoto in Colombia, sentito anche in Venezuela. Due grandi emergenze che si sommano, in terre già martoriate da povertà, crisi sociali, politiche, economiche. Una rappresentanza della Conferenza episcopale colombiana sarebbe dovuta andare in settimana a Caracas per portare la sua solidarietà alla Chiesa del Venezuela. Adesso si ritrovano nella stessa situazione. Caritas italiana interverrà anche in Colombia con il proprio stile: “Ci metteremo in ascolto della Chiesa locale e della Caritas locale – spiega don Pagniello –. Non vogliamo sostituirci né al Venezuela né alla Colombia. In base a quello che ci indicheranno, proveremo a fare la nostra parte”.
Terremoto in Venezuela (foto: Caritas italiana)
Dalle macerie del Venezuela a quelle della Colombia. Sulla base della vostra esperienza di interventi durante i terremoti, cosa farete?
Così come è stato per il Venezuela, se ci sarà bisogno — ma questo ce lo diranno loro —ci sarà una missione in Colombia. Andremo e cercheremo di capire cosa fare. In questo momento non possiamo ancora parlare di una nuova colletta nazionale, però credo che gli italiani, come sempre, saranno molto generosi. La cosa drammatica di queste emergenze, in quella parte del mondo, è che, come si suol dire, piove sempre sul bagnato. La Colombia vive già una situazione particolare, anche sul piano politico. Ultimamente ci sono stati anche nuovi episodi di violenza. Quindi la situazione in Venezuela, per l’estrema povertà, e in Colombia, per la questione della sicurezza, sono già complicate.
Terremoto in Venezuela (foto: Caritas italiana)
Le ferite del terremoto in Venezuela sono ancora molto evidenti?
Le ferite del terremoto sono ancora molto grandi e molto evidenti. La diocesi di La Guaira comprende due grandi quartieri. Assomiglia un po’ alla Liguria, ricorda quei passaggi, con la spiaggia e subito dopo la montagna. Le estremità di questa diocesi sono state praticamente rase al suolo. Ci sono palazzi crollati che adesso vengono completamente smantellati. C’è anche una grande emergenza sanitaria, legata al possibile rischio di epidemie. I famosi desaparecidos sono tanti e tutto lascia pensare che, forse, così come è accaduto in altre parti del mondo, molti cadaveri siano ancora lì, tra le macerie. Il governo nazionale aggiorna di volta in volta le stime,
la gente parla di 20mila dispersi, ma le stime ufficiali ne dichiarano molte meno.
Adesso il governo venezuelano ha chiesto aiuto alla comunità internazionale per cercare di arrivare a una stima il più attendibile possibile, perché una delle grandi mancanze di quel territorio è proprio la scarsità di dati ufficiali.
Terremoto in Venezuela (foto: Caritas italiana)
Avete incontrato i familiari delle vittime?
Sì, durante gli incontri con le comunità e le realtà caritative parrocchiali, che si stanno dando molto da fare.
Tra loro un volontario di una Caritas parrocchiale che ha perso 22 familiari. E un ragazzo di 20 anni che si stava dando da fare perché ha perso la madre e il fratello ed era già orfano di padre.
Ora il suo modo di reagire è fare qualcosa per gli altri. “Io non voglio pensare, non so cosa sarà della mia vita”, ci ha detto. Molti hanno un senso di colpa: “Non ho fatto abbastanza per aiutare, non ho fatto abbastanza, perché loro sì e io no?”
Terremoto in Venezuela (foto: Caritas italiana)
Quali sono le richieste della Caritas del Venezuela?
Tra qualche giorno la Caritas nazionale presenterà un piano d’azione strategico,
che deve fare i conti con una situazione politica e sociale non facilissima. Il piano cercherà di mettere insieme le emergenze, tenendo conto anche delle difficoltà che il Paese vive già da tempo. Penso al tema della sanità e alla nutrizione dei bambini. A Caracas e La Guaira era già attivo un programma di aiuto umanitario sulla salute. Bisogna tenere conto di tutto questo. Noi cercheremo di sostenere le attività che la Caritas del Venezuela ci indicherà.
Terremoto in Venezuela (foto: Caritas italiana)
C’è qualche priorità in particolare?
Come Caritas italiana mi piacerebbe lavorare su tre grandi settori, a partire dai minori, anche per evitare percorsi rischiosi, perché molti sono rimasti senza genitori e senza familiari. In Venezuela abbiamo diverse congregazioni italiane che lavorano su questo tema come i Salesiani, le Suore di Ravasco, le religiose del Sacro Cuore di Gesù e tante altre realtà. Poi c’è il problema della malnutrizione, anche in questo caso soprattutto dei minori e dei più piccoli. E il tema dell’inclusione socio-lavorativa. La Guaira era una zona turistica. La maggior parte delle persone povere che vivono nei barrios periferici, frutto di insediamenti informali, vivevano di turismo. Adesso non c’è più lavoro, non ci sono attività economiche. Per chi è rimasto, quindi, si tratta di reinventarsi e di affrontare nuovamente queste sfide. Insieme ai Salesiani e ai Gesuiti si sta pensando di organizzare piccoli corsi, della durata di tre-sei mesi, per dare nuove competenze a chi è rimasto. Perché adesso bisogna ricostruire.
Terremoto in Venezuela (foto: Caritas italiana)

