Nell’era del clickbait la vera sfida è imparare di nuovo a guardare

Scritto il 30/09/2026
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C’è una parola che attraversa il tema scelto da Leone XIV per la prossima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali e che rischia di essere fraintesa proprio nell’epoca della sua massima valorizzazione: “attenzione”.
Siamo abituati a pensare all’attenzione come a qualcosa da conquistare. Nell’economia digitale è diventata una risorsa scarsa, contesa tra piattaforme, contenuti, notifiche, immagini e microtesti. Più a lungo riusciamo a trattenerla, maggiore è il suo valore. Il clic ne rappresenta spesso la misura più immediata.
Il tema scelto dal Papa – “Uno sguardo nuovo: prestare attenzione nell’era del clickbait” – suggerisce però di cambiare prospettiva. La domanda non è soltanto come ottenere attenzione, ma che cosa facciamo dell’attenzione che riceviamo e che cosa accade a noi quando la nostra attenzione viene continuamente sollecitata.
È qui che la riflessione di Leone XIV si colloca, a mio avviso, nel solco aperto da “Magnifica humanitas”: la questione della comunicazione non può essere separata dalla questione dell’umano.
Il comunicato del Dicastero per la comunicazione osserva che “l’economia dell’attenzione con la sua lotta per pochi istanti di interesse nel flusso rapido e interminabile di contenuti”, oltre alle capacità cognitive, sta trasformando “anche la profondità della nostra comunicazione interpersonale”. È un’affermazione importante, perché evidenzia che i tempi e i modi con cui prestiamo attenzione possono cambiare anche il modo in cui incontriamo le persone. La questione diventa dunque antropologica e, di conseguenza, educativa.
Il problema, allora, non è soltanto che consumiamo contenuti troppo velocemente: è che potremmo finire per trattare le persone secondo la stessa logica con cui consumiamo i contenuti.
Il tema scelto da Leone XIV invita a guardare l’altro “come ci vede Cristo: chiamati per nome e amati”. Questa espressione sposta radicalmente il punto di osservazione. Prima di chiederci come comunicare, dobbiamo chiederci come guardiamo. Lo sguardo di Cristo non è uno sguardo che classifica. Non cerca un profilo da collocare, né una categoria a cui ricondurre qualcuno, né una reazione da provocare. Riconosce un volto, una persona. Chiama per nome. Ama. E questo, evidenzia il comunicato, ha effetti sulla nostra comunicazione: non si tratta di una considerazione spirituale aggiunta alla riflessione sui media, ne è il centro.
Se l’altro è una persona chiamata per nome e amata, allora comunicare non può ridursi a ottenere da lui un comportamento: non posso considerarlo semplicemente un destinatario da convincere, un utente da trattenere o un pubblico da mobilitare. La comunicazione diventa relazione, e ogni relazione esige rispetto.
In questo senso è particolarmente significativa un’altra espressione del comunicato: “Comunicare non è catturare l’attenzione, e neanche venderla, ma custodirla come risorsa preziosa di relazione”.
Custodire l’attenzione significa riconoscere che essa non è soltanto una risorsa economica. È una delicata facoltà della persona e, insieme, una forma di apertura all’altro e alla realtà. Chi presta attenzione si espone a ciò che incontra, lascia che qualcuno abbia accesso al proprio mondo interiore.
Per questo educare all’attenzione diventa una forma di educazione alla libertà. Non è casuale, allora, il riferimento a “Magnifica humanitas” 146 e alla necessità di “promuovere una vera igiene dell’attenzione”, attraverso la riscoperta di ritmi capaci di favorire la libertà interiore. L’espressione “igiene” potrebbe sembrare quasi domestica, ma rimanda a una questione centrale: quali condizioni permettono alla persona di rimanere libera davanti a ciò che continuamente reclama il suo sguardo? È una domanda che riguarda chiunque oggi abbia la possibilità di parlare pubblicamente a qualcuno.
Il tema della prossima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali interpella in modo particolare chi si occupa di educazione mediale: l’obiettivo non può essere solo mettere in guardia le persone dai rischi della manipolazione dell’attenzione, ma educare a un uso libero e responsabile della propria attenzione.
Non basta saper riconoscere un titolo ingannevole: bisogna imparare a domandarsi perché quel titolo vuole provocare in noi una determinata reazione. Non basta saper distinguere una notizia vera da una falsa: occorre recuperare il tempo per comprendere, verificare e contestualizzare. È necessario interrogarsi sugli effetti di un contenuto sulle relazioni. Ed è qui che la proposta dell’Aiart trova una responsabilità specifica: promuovere una cultura mediale che non consideri la persona soltanto come destinataria di messaggi, ma come soggetto capace di discernimento, relazione e responsabilità.
La questione posta da Leone XIV è semplice e radicale: che tipo di persone stiamo diventando attraverso il modo in cui prestiamo attenzione?
La risposta non può essere affidata soltanto alla tecnologia, né può consistere nella nostalgia per un mondo precedente al digitale. Si tratta piuttosto di recuperare uno sguardo capace di fermarsi, che non sia continuamente sequestrato dall’urgenza della reazione.
“Tornare a guardare, ascoltare e sentire”, scrive il Dicastero, “per poter rispondere alla chiamata che Cristo ci rivolge”: questa è la prospettiva che restituisce alla comunicazione la sua dignità più profonda, perché la comunicazione, prima di essere produzione e circolazione di contenuti, è sempre un incontro tra persone.
E forse la vera sfida nell’era del clickbait non è imparare a catturare meglio lo sguardo degli altri, ma imparare nuovamente a guardare.

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