La grande azienda siderurgica di Zaporizhzhia che di fatto garantiva lavoro e sostentamento a gran parte della città, è stata bombardata. Sei lavoratori hanno perso la vita e fino a ieri si contavano oltre venti feriti. “L’attacco – racconta al sir il vescovo Maksym Ryabukha – ha provocato danni tali alla fabbrica che probabilmente non riprenderà mai più la produzione. E questo rappresenta un ulteriore dramma al dramma della guerra, perché decine di migliaia di persone che vivevano grazie al lavoro generato da quell’azienda si trovano ora senza alcuna certezza. Alla fine, chi perde il lavoro perde tutto, anche il futuro. E non è certo possibile trovare in poco tempo un’occupazione per un numero così elevato di persone”. Mentre parla, mons. Maksym Ryabukha sta guidando la macchina. E’ in viaggio per Kryvyj Rih, “una delle città martiri” della sua diocesi. Anche lui è un vescovo “in esilio”. La sede dell’esarcato greco-cattolico (Ugcc) si trova a Donetsk, città occupata dai russi, come gran parte dei territori della diocesi. Ora vive a Zaporizhzhia. “Dall’altra parte con questa guerra, si sta consumando il dramma delle vittime civili”, dice. “In questi giorni sto pensando che la Russia sta cercando di consumare come un cancro il corpo dell’Europa, colpendo una sua parte, l’Ucraina”.
“Bisognerebbe riflettere su come guarire da questa malattia che è la guerra, non soltanto su come proteggere i luoghi che sta colpendo”.
Il presidente ucraino ha affermato che quello su Zaporizhzhia è stato “un attacco brutale, calcolato per infliggere il massimo danno”. E per questo, ha aggiunto, i russi hanno impiegato missili ipersonici Zircon, bombe aeree guidate e, vettori nordcoreani. Zelensky non ha fornito prove in proposito ma nei giorni scorsi aveva affermato che Pyongyang aveva dispiegato missili in Russia, dove si apprestava a trasferire tra i 30.000 e i 50.000 soldati.
Nell’attacco di ieri, 11 agosto, su Kramatorsk, altra città dell’esarcato di mons. Ryabukha , le truppe russe hanno dato fuoco ad una Chiesa. “Credo appartenga al Patriarcato di Mosca”, dice. E questo dimostra che l’aggressione militare russa non risparmia nemmeno le proprie chiese. “Sì, ed è proprio questo uno degli aspetti più drammatici”, osserva il vescovo che aggiunge: “Non conosco gli ultimi dati aggiornati sul numero delle chiese colpite, perché negli ultimi tempi è aumentato ulteriormente, ma già qualche tempo fa si parlava di quasi 700 edifici religiosi danneggiati o distrutti. Di questi, credo che più di cinquecento appartenessero proprio al Patriarcato di Mosca”.
“Questo dimostra l’assurdità della situazione: non ci si ferma davanti agli obiettivi civili e nemmeno davanti ai luoghi sacri”.
Il vescovo spiega perché ha deciso oggi di recarsi a Kryvyj Rih. “Voglio visitare i nostri centri e fare il punto della situazione, per capire come stanno andando le cose e cosa possiamo fare nei prossimi mesi”. Durante l’estate ci sono state numerose iniziative nei vari centri: incontri con le famiglie dei militari dispersi e dei soldati caduti, attività realizzate insieme alla Caritas di Kramatorsk e diversi appuntamenti diocesani. Tra questi ci sono stati anche gli incontri di preghiera organizzati dall’associazione “Madri in Preghiera”. Bisogna però valutare l’impatto dei bombardamenti subiti, perché inevitabilmente colpiscono tutti. È una realtà che riguarda ogni famiglia e che incide profondamente sulla vita quotidiana. Per questo dobbiamo capire come andare avanti, come reagire e quali passi compiere da ora in poi”. Ma la gente come sta? “È stanca. Vivere in una situazione del genere è estremamente difficile. La tensione interiore è molto forte, perché ci si sente impotenti di fronte a tanto male.
Noi, come Chiesa e come cristiani, cerchiamo di portare speranza alle persone, ricordando che il male non può mai essere più forte di Dio.
Cercare Dio, rimanere uniti a Lui e ricordare che anche noi possiamo essere le Sue mani, il Suo cuore e i Suoi occhi nella realtà in cui viviamo aiuta ad affrontare tutto questo. Sapere che Cristo stesso soffre insieme a noi dona almeno un po’ di sollievo”.
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