Un sentimento diffuso di scoraggiamento, la totale assenza di fiducia nel futuro e una precarietà che si somma a ferite mai rimarginate. È questa la fotografia del Libano oggi, un Paese sospeso tra i fragili annunci della diplomazia internazionale, l’Accordo Usa-Iran la cui firma, prevista per ieri è slittata a data da destinarsi, e la dura realtà di una guerra tra Israele e Hezbollah che continua a devastare il territorio. I due contendenti ancora ieri avevano raggiunto un nuovo cessate il fuoco, estremamente fragile e non pienamente confermato. Nelle ore successive all’accordo, infatti, si sono registrati raid e bombardamenti, con molte vittime, segno di violazioni immediate della tregua. Dall’inizio della nuova fase della guerra (2 marzo 2026) si stimano circa 4mila morti e oltre 11mila feriti Il fronte sud (Nabatiyeh, Tiro, Bekaa) resta il più colpito. Nonostante i tentativi di mediazione e i complessi negoziati tra Israele e Libano, in corso a Washington, la popolazione locale non nasconde il proprio scetticismo. A confermarlo è Silvia Zucconelli, rappresentante dell’ong Pro Terra Sancta (Pro Terra Sancta | Associazione no profit in Terra Santa), attiva in prima linea nel portare soccorso al Paese dei Cedri: “Le persone non stanno né più aspettando né più sperando. Tutti sono un po’ scoraggiati, non hanno fiducia. Pensano che qualcosa accadrà, ma che con Israele sarà difficile andare avanti in un accordo. Non vedo le persone molto speranzose”.
Foto ANSA/SIR
Grave situazione umanitaria. “La crisi umanitaria resta gravissima – conferma Zucconelli -. Gli sfollati dal sud, occupato dall’esercito israeliano, ed ospitati nei rifugi continuano a concentrarsi soprattutto tra Beirut e il Nord del Paese, mentre il loro ritorno nelle zone meridionali appare ancora lontano”. A pesare è anche l’incertezza sulle condizioni di sicurezza e sulla ricostruzione. “Ce ne sono tanti che stanno aspettando di ricevere una conferma di poter recarsi al sud perché vogliono controllare ciò che resta delle loro case, però sono ancora tutti praticamente nei rifugi”, spiega la rappresentante dell’Ong della Custodia di Terra Santa, aggiungendo che
“c’è molta sfiducia perché non credono che Israele si ritirerà dal Libano così facilmente, anzi. Secondo me questa cosa durerà anni”.
E adesso a complicare ulteriormente il quadro è il timore di un possibile coinvolgimento della Siria, in funzione anti-Hezbollah, auspicato dagli Usa. “Hanno forse più timore di questo”, osserva Zucconelli, spiegando che la presenza di più di 2 milioni di rifugiati siriani rappresenta una variabile delicata. “Perché sanno che Israele distrugge con le bombe come a Gaza, mentre tra i siriani, alcuni sono legati a movimenti islamisti e capaci di scatenare da un momento all’altro gravi tensioni interne. Libanesi e siriani non vanno molto d’accordo. Per questo la preoccupazione è alta”.
(Foto Pro Terra Sancta)
Sud del Libano. Nel Sud del Libano, dove l’esercito israeliano mantiene una presenza militare, la situazione resta particolarmente critica, soprattutto nei villaggi cristiani. Qui, grazie ai frati e al coinvolgimento diretto del nunzio apostolico mons. Paolo Borgia, si riescono a portare aiuti essenziali, ma con grandi difficoltà. “Si devono richiedere permessi alle autorità libanesi, alla missione Unifil e attendere la conferma da parte dell’esercito israeliano. Il permesso potrebbe essere di sole poche ore e in quel breve lasso di tempo si deve agire”. In questo contesto, la presenza delle organizzazioni italiane rappresenta un punto di riferimento.
“Io ho visto anche tante cooperazioni di altre nazioni che sono andate via ma gli italiani sono rimasti. Questa nostra presenza dona un po’ di speranza”,
racconta. L’impegno della ong Pro Terra Sancta si muove su due fronti: da un lato progetti di sviluppo nel Nord, dall’altro interventi di emergenza. “Continuiamo a fare anche attività emergenziali, distribuiamo medicine e beni di prima necessità perché i rifugi sono sempre affollati”. Il Libano, sottolinea Zucconelli, sta affrontando questa nuova emergenza con risorse limitate. Grave la situazione sanitaria: “I medici sono pochi, molti erano già andati via durante la crisi economica e finanziaria che pure non è finita; il settore sanitario lamenta forti carenze”. A ciò si aggiunge “la ferita ancora aperta” dell’esplosione del porto di Beirut del 4 agosto 2020. “In quel frangente i libanesi hanno avuto un crollo, forse ancora più grande della guerra, è stato uno shock”. Dopo tanti conflitti e crisi, annota la rappresentante dell’ong, anche “la percezione della guerra” che hanno i libanesi appare cambiata: “È come se si fossero ‘assuefatti’. I libanesi hanno visto molte guerre e oggi guardano le bombe dai balconi”. Un’immagine che restituisce tutta la drammaticità di un Paese stremato, dove l’emergenza rischia di diventare normalità.
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