La tregua di due settimane tra Stati Uniti e Iran apre uno spazio di de-escalation solo apparente in una crisi che resta altamente instabile. A sottolinearlo è l’analista geopolitico Claudio Bertolotti, direttore di Start Insight (Start Insight | Strategic Analyst and Research Team), che invita alla cautela. Secondo Bertolotti, la pausa nei combattimenti non va interpretata come l’inizio di un vero percorso negoziale, bensì come una mossa tattica legata soprattutto alle esigenze politiche interne statunitensi. “Leggo queste due settimane come un tentativo da parte di Trump di trovare un margine temporale per pensare una possibile uscita da questa guerra che possa consentirgli di dire di aver vinto”. Il nodo, spiega, è tutto nella costruzione della narrativa: “Il problema è dichiarare di aver vinto, aver raggiunto gli obiettivi che erano stati definiti”. Sul piano diplomatico, l’analista mette in guardia da letture superficiali delle aperture iraniane. “Si sta facendo un gran parlare sui dieci punti proposti dall’Iran ma non è così. Quella è la richiesta o imposizione da parte di Teheran per uscire da una situazione conflittuale”. Una posizione che, se accolta, comporterebbe un prezzo elevato per Washington: “Gli Stati Uniti sarebbero sconfitti su ogni fronte”. Da qui il suo scetticismo sulla possibilità di negoziati rapidi ed efficaci. D’altra parte, annota l’analista,
“con la sua intensa azione militare, Trump sperava che una leadership di nuova generazione, meno radicale e più pragmatica, potesse sostituire quella attuale guidando l’Iran verso posizioni meno ambiziose a livello regionale”.
(Foto ANSA/SIR)
Cosa che al momento non si è verificata. Sul piano militare, Bertolotti evidenzia errori di valutazione da parte statunitense: “C’è stata una sopravvalutazione della propria capacità militare e la sottovalutazione di quella iraniana. L’Iran, infatti, ha dimostrato di sapersi rigenerare nella leadership, di poter continuare a godere di un sistema difensivo offensivo mantenendo una capacità di risposta significativa anche sotto pressione e ben oltre l’area operativa mediorientale”.
Dinamiche globali e ruolo della Cina. Così a incidere sulla scelta della tregua sono stati soprattutto fattori esterni al campo di battaglia. “Credo che abbiano influito più le dinamiche globali che non quelle regionali”, osserva Bertolotti, indicando in particolare il peso sui mercati e le ricadute economiche della guerra sulle opinioni pubbliche anche in chiave di pressione politica. “Non dimentichiamo che fra qualche mese negli Usa si torna a votare per le elezioni di metà mandato” ricorda Bertolotti. Nel frattempo, nuovi equilibri si delineano sul piano internazionale. Il Pakistan emerge come mediatore dei prossimi colloqui di Islamabad ma dietro il suo ruolo si intravede quello della Cina:
“il Pakistan sta semplicemente portando avanti un’agenda utile a garantire alla Cina la tutela dei propri interessi. Pechino, infatti, ha investito moltissimo nel Paese e preme per la stabilità della regione e per il mantenimento della sua sfera di influenza in tutta l’area”.
Ma se la Cina agisce indirettamente, proteggendo i suoi interessi strategici ed economici, resta invece marginale il ruolo dell’Ue e dell’Onu. Il giudizio dell’analista è netto: “È completamente ai margini, perché l’Europa non ha capacità di comando e controllo di tipo militare ed è priva di una visione politica univoca. L’Ue non ha saputo costruirsi un proprio ruolo pure avendone le potenzialità”. Una debolezza che si traduce in scarsa incidenza politica e diplomatica. A complicare il quadro diplomatico è Israele che prosegue le operazioni militari in Libano. “Israele ha ormai avviato quella che è la guerra esistenziale – spiega l’analista – e agisce nella certezza che il problema si risolve adesso o non si risolverà mai più. Israele è convinto che ora c’è la possibilità di ridimensionare l’Iran, da dove nasce tutto, e i suoi proxy come Hezbollah”. Un elemento che mantiene alta la tensione regionale e riduce l’efficacia della tregua tra Washington e Teheran. Anche le prospettive economiche restano incerte. “I prezzi aumentano velocemente di fronte a auna minaccia ma poi scendono molto più lentamente”, sottolinea l’analista, lasciando intendere che la tregua potrà offrire solo un sollievo temporaneo. Il rischio di una nuova tragica escalation è concreto se non dovesse essere raggiunto un accordo a Islamabad questo fine settimana.
Negoziati di Islamabad. Ma il negoziato appare in salita. Per Bertolotti “entrambi si presenteranno molto forti di fronte all’opinione pubblica globale, ma, precisa “gli Stati Uniti sono in vantaggio dal punto di vista militare. L’Iran è stato fortemente indebolito e non è in grado di condurre una guerra sul lungo periodo tenuto conto anche delle sanzioni e dell’embargo vigente. A Islamabad sarà un gioco a tre, Iran, Cina e Stati Uniti. Non ci sarà spazio per altri attori. Se non si raggiunge un accordo la ripresa della guerra sarà molto più cruenta” conclude Bertolotti che tuttavia, esclude il ricorso all’arma nucleare. La tregua, dunque, più che un punto di svolta, appare come una pausa fragile, sospesa tra esigenze politiche e rischi di una nuova escalation.
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