Le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 non saranno soltanto un grande evento sportivo, ma un passaggio simbolico per lo sport italiano e per il Paese intero. I Giochi olimpici invernali tornano in Italia come un appuntamento capace di connettere territori diversi, generazioni lontane e linguaggi molteplici, unendo l’alta competizione internazionale allo sport quotidiano vissuto nelle palestre, negli oratori, nelle associazioni e nei quartieri. In questo scenario, la sfida più profonda non riguarda solo le medaglie o l’organizzazione, ma l’eredità culturale, educativa e sociale che le Olimpiadi sapranno lasciare. Un’eredità che interpella direttamente il mondo dello sport di base e dell’associazionismo, chiamato a trasformare l’eccezionalità dell’evento in un’occasione di crescita diffusa. Di questo orizzonte più ampio, che tiene insieme sport, valori e partecipazione, il Sir ne ha parlato con Vittorio Bosio, presidente nazionale del Centro sportivo italiano, una delle realtà più capillari del panorama sportivo italiano.
(foto Csi)
Presidente Bosio, che cosa rappresentano le Olimpiadi per il mondo dello sport e dell’associazionismo?
Le Olimpiadi rappresentano l’apice dell’attività sportiva. Offrono una visibilità enorme e finiscono per coinvolgere tante persone, anche avvicinandole a discipline magari meno conosciute. Gli atleti olimpici non nascono tali: partono dalla strada, dall’oratorio, dalla palestra. Tutti iniziano dallo sport di base. Questo è un messaggio importante anche per chi si avvicina allo sport, perché incentiva la partecipazione e il desiderio di fare attività fisica. Il mondo olimpico, inoltre, trasmette valori forti: pace, solidarietà, fratellanza. È un linguaggio universale che parla a tutti.
Il Csi è una realtà capillare sul territorio. Come può intercettare l’eredità che lasceranno le Olimpiadi, soprattutto per i giovani?
Il Csi è presente ovunque: dal piccolo paese di montagna alla grande metropoli, dai quartieri più fragili a quelli dove si vive meglio. Siamo una realtà a disposizione di tutti e proviamo a offrire lo sport come momento ludico, armonico, formativo, di socialità e di stare insieme.
Le Olimpiadi sono una grande vetrina e funzionano anche per lo spirito di emulazione. I campioni vengono imitati e hanno una grande responsabilità, perché i ragazzi li seguono e si riconoscono in loro. Lo abbiamo visto anche in altri sport, come il tennis: la crescita dei campioni ha portato a un aumento dei praticanti di base. Le Olimpiadi, inoltre, mettono in luce discipline che normalmente non hanno grande visibilità, e questo è un valore enorme.
Che messaggio sente di rilanciare come Csi rispetto allo sport praticato dai giovani?
Noi crediamo che i ragazzi debbano poter fare lo sport che sentono, quello che piace loro. Il messaggio olimpico è anche questo: dare la possibilità a tutti di avvicinarsi ad attività sportive meno conosciute, senza forzature. Lo sport deve essere prima di tutto una scelta libera e gioiosa.
Oggi lo sport, soprattutto quello più mediatico, rischia di essere ridotto a performance e business. È necessario rilanciare i valori fondativi?
Lo sport è fatto di valori. Purtroppo siamo spesso portati a guardare soprattutto ai disvalori, che emergono in alcuni sport più esposti mediaticamente, dove prevalgono gli aspetti economici e televisivi. Ma quello non è lo sport.
Lo sport è inclusione, socialità, convivenza.
Non sono certamente i comportamenti che a volte vediamo anche di recente sugli spalti o nei campi a rappresentarlo davvero. Le Olimpiadi, invece, trasmettono un messaggio completamente diverso: la mondialità, la capacità di stare insieme, di far convivere pacificamente culture e popoli diversi. È l’immagine autentica dello sport, che è strumento di gioia e di felicità.
Conta vincere?
Le medaglie ci sono e ci saranno sempre, ma non possono essere tutto. Ricordo una volta un sacerdote di un oratorio che mi disse di avere quindici squadre che giocavano, ma il problema era quella che stava prima in classifica. Questo fa riflettere: a volte i risultati diventano un problema più che una risorsa.
In questi giorni si parla molto dei costi elevati per assistere alle gare. Le Olimpiadi rischiano di perdere il loro carattere popolare?
Lo sport deve essere popolare e dovrebbe dare a tutti la possibilità di partecipare anche come spettatori. I costi stanno diventando un problema serio. Il mondo olimpico deve fare una riflessione. Organizzare eventi di questo livello ha costi enormi, ma ho visto prezzi che rischiano di far perdere il senso della popolarità delle Olimpiadi, che dovrebbe essere centrale anche per gli organizzatori.
Si rischia di sfruttare la passione della gente. La passione, invece, va custodita e resa accessibile, compatibilmente con le possibilità di tutti.
Un augurio finale agli atleti di Milano-Cortina?
Il gusto di partecipare. Le Olimpiadi nascono da un’idea semplice: l’importante è partecipare, non vincere. Arrivare alle Olimpiadi è già una vittoria. L’augurio è che possano divertirsi, vivere questa esperienza fino in fondo e, certo, anche provare a conquistare le medaglie.

