In Italia da anni si parla di emergenza educativa, i segnali di disagio tra i ragazzi e i giovani sono tanti e non si tratta solo di fenomeni come la dispersione scolastica e la conflittualità tra generazioni diverse che hanno difficoltà a comprendersi e dialogare. L’emergenza educativa agisce anche come un catalizzatore per la violenza giovanile perché, quando mancano valori, empatia, controllo degli impulsi, c’è una banalizzazione del male. Di queste tematiche si è parlato nel Seminario di formazione per i cappellani degli istituti minorili, intitolato “Emergenza o crisi educativa: una sfida per tutta la società” e promosso a Roma dal 9 all’11 febbraio dall’Ispettorato generale dei cappellani delle carceri italiane. A don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane, chiediamo un bilancio della tre giorni.
(Foto Ispettorato cappellani delle carceri italiane)
Come è stato affrontato il tema dell’emergenza educativa durante il Seminario?
In questi giorni ci siamo incontrati con 15 cappellani delle carceri minorili proprio per parlare di questa realtà che viviamo quotidianamente con i ragazzi. La crisi educativa non riguarda soltanto noi che ci confrontiamo ogni giorno con ragazzi dentro il carcere, ma è una crisi che sta investendo tutto il mondo giovanile. Il fatto, a mio avviso, che in questi anni il numero dei ragazzi ristretti sia aumentato dai 300/350 ai 630 attuali mostra proprio che un malessere sta investendo tutto il mondo giovanile: i ragazzi non hanno più riferimenti, luoghi d’incontro. Oggi ci si incontra sui social, che non aiutano però le persone a vivere veramente bene la condizione giovanile. I ragazzi, infatti, con i social pensano di avere il mondo tra le mani, ma alla fine è un mondo vuoto perché non c’è una vera relazione. Durante il Seminario abbiamo parlato di queste sfide, di come rapportarci con i giovani, di come vivere in modo particolare la missione di cappellani all’interno degli istituti. Ci sono stati tanti esperti che ci hanno aiutato a riflettere sull’emergenza educativa, che è una sfida per tutta la società, non soltanto per la Chiesa, ma anche per la politica, la scuola, la famiglia, perché tutti noi siamo coinvolti per rispondere a questa difficoltà sul fronte educativo. Gli esperti ci hanno anche aiutato a capire in che modo possiamo dare una mano a questi ragazzi, a capire le motivazioni di alcuni comportamenti. Molte volte la colpa ultima non è neanche del ragazzo, ma è di una società sbandata.
Come aiutate i ragazzi ristretti?
Quando arrivano nei nostri istituti, sono già ragazzi feriti, che vivono problematiche, quindi più che dare una risposta, cerchiamo di offrire loro una paternità. Ognuno di loro ha una storia di sofferenza e anche di violenza alle spalle, a causa anche degli ambienti di provenienza, in modo particolare della famiglia, dove, se manca l’armonia, i primi a risentirne sono i ragazzi. È difficile rispondere a questo disagio e risolvere i problemi, proprio per questo è importante un’opera preventiva come ci insegna San Giovanni Bosco, per aiutare i giovani a non fare scelte sbagliate. Un lavoro preventivo da affidare alla cura della famiglia, della scuola, della Chiesa, degli oratori, per aiutare tanti ragazzi a non andare oltre il limite. Purtroppo tanti giovani abbandonati a se stessi non hanno più un riferimento nella famiglia, non vanno a scuola, sono privi di cultura, frequentano ambienti malsani: tutto questo non aiuta il ragazzo ad affrontare la vita in un modo adeguato. I minori che troviamo nei nostri istituti rappresentano solo una parte del disagio giovanile, perché poi ci sono tante persone affidate alle comunità esterne. Certamente, all’interno degli istituti ci sono, in modo particolare, i ragazzi che sono più problematici, che hanno commesso violenze gravi e anche ammazzato.
Servono alleanze educative?
Sì,
le alleanze educative sono fondamentali, perché l’emergenza educativa precede quello che può portare i giovani in carcere.
Purtroppo tutte le agenzie educative, dalla famiglia alla scuola e alla parrocchia, stanno vivendo la difficoltà di relazionarsi ai ragazzi, proprio perché spesso c’è un rifiuto da parte loro. Durante il Seminario abbiamo parlato, in particolare, di come noi preti possiamo aiutare i giovani prima che possano arrivare a compiere reati. È importantissima l’opera preventiva dei sacerdoti nelle parrocchie, negli oratori, con varie attività, per far riassaporare ai giovani il gusto della vita si è perso.
Spesso anche negli Ipm si registrano episodi di violenza…
Nel mondo c’è molta violenza e di questo si vede anche un riflesso all’interno delle carceri. Tante volte nei nostri istituti penitenziari i ragazzi si ribellano, incendiano le celle, non si sentono ascoltati pienamente, anche se il supporto ci sta: ci sono educatori, poliziotti, cappellani, volontari, sono organizzate tante attività, perché sono state investite molte energie in più nei minorili rispetto agli istituti per adulti. Spesso il rapporto tra educatori e ristretti negli Ipm è uno a uno, proprio perché i ragazzi hanno bisogno di essere seguiti e aiutati in un modo diverso. Indubbiamente, i ragazzi che entrano nei nostri istituti non hanno regole, mentre in carcere ci sono regole e per questo fanno fatica, ma la sicurezza è fondamentale. Servono, però, anche il dialogo e la relazione con i ragazzi.
(Foto Ispettorato cappellani carceri)
Durante la tre giorni avete incontrato il segretario generale della Cei, mons. Giuseppe Baturi: cosa vi ha detto?
Mons. Baturi ci ha offerto delle indicazioni, ricordandoci innanzitutto l’importanza del nostro stare in carcere. Questo ci fa capire come la nostra presenza sia fondamentale soprattutto sul fronte educativo, perché sappiamo bene che oramai negli istituti la maggior parte dei ragazzi è straniera e non è cristiana: ciò significa che anche per noi cappellani adeguarci alle nuove realtà che viviamo. La nostra presenza in carcere non si limita più solo all’aspetto religioso, ma siamo dei punti di riferimento per i ragazzi per dialogare, senza essere giudicati.
Anche se sappiamo che alcuni ragazzi hanno commesso gravi crimini, infatti, non siamo chiamati a giudicare, ma a essere dei padri che accolgono specialmente le persone ferite, che hanno bisogno di essere sanate. Noi cappellani non entriamo in carcere per curare solo i cristiani, i cattolici, ma per curare la persona.
I ragazzi non vedono in noi dei preti, ma dei padri che si preoccupano dei loro figli, che li accompagnano, che li incoraggiano. Curiamo tutti, offrendo il nostro supporto non solo religioso ma umano.
(Foto Ispettorato cappellani carceri)
Durante la tre giorni avete visitato anche il pastificio “Futuro” presso il carcere minorile di Casal del Marmo, esempio di un possibile riscatto…
Il pastificio a Casal del Marmo è un esempio soprattutto di un impegno da parte della società esterna che vuole coinvolgere i ragazzi ristretti. È importante offrire possibilità di lavoro, oltre a percorsi scolastici e educativi: il pastificio a Casal del Marmo e altre attività in altri istituti penitenziari aiutano i ragazzi ad abbandonare i percorsi a rischio intrapresi precedentemente all’arresto, a prendere fiducia in se stessi, mostrando che anche per loro ci può essere, attraverso un lavoro onesto, una vita diversa e un futuro. Mostriamo concretamente, con queste iniziative lavorative, che un’altra strada c’è.
Cosa vi portate a casa da questo Seminario come cappellani?
Prima di tutto l’esperienza di aver vissuto questi giorni in comunione tra di noi, riflettendo su temi che ci interessano e affronteremo nei nostri istituti penitenziari. Ritorniamo nei nostri istituti incoraggiati e con idee chiare di come agire, quindi con uno sguardo molto più ampio e più sereno sulle attività che siamo chiamati a svolgere.
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