“Sessant’anni dopo la sua promulgazione, sono evidenti i frutti che Nostra aetate ha portato nei rapporti con l’ebraismo e nel dialogo con l’islam e le altre religioni”. E’ il bilancio di 60 anni di dialogo interreligioso, contenuto nella Nota “Un cammino di speranza”, pubblicata dai Dicasteri per la Dottrina della Fede, per la Promozione dell’Unità dei Cristiani e per il Dialogo Interreligioso. “Di fronte a chi fomenta divisioni e prepara conflitti, i credenti delle diverse tradizioni, e in primis i loro capi, consapevoli delle loro differenze irriducibili, sono chiamati a cercare, con lucidità e speranza, le condizioni di una convivenza pacifica”, l’appello del testo: “È il momento di promuovere una nuova etica del dialogo: una cultura della complessità, della flessibilità e dell’amicizia”.
Per una cultura dell’incontro. Grazie alla dichiarazione conciliare, “sono state instaurate relazioni durature di amicizia tra responsabili religiosi, sono stati avviati progetti educativi e sociali congiunti, sono state pubblicate dichiarazioni comuni di fronte a drammi umanitari, guerre o crisi ambientali”, il bilancio di questi sei decenni: “Dove un tempo regnavano il rifiuto, la diffidenza o l’ignoranza, questi gesti concreti hanno contribuito a costruire una cultura del dialogo e una cultura dell’incontro”.
No all’antisemitismo. “I conflitti che negli ultimi anni sono divampati in Medio Oriente hanno lasciato il loro segno anche sul dialogo ebraico-cristiano”, si fa presente nel documento, in cui si esorta a proseguire nella lotta all’antisemitismo. “Molti ponti di comunicazione hanno vacillato e continuano ad essere messi alla prova per la differente lettura degli eventi succedutisi, spesso non univoca anche all’interno delle rispettive comunità religiose”, l’analisi del testo: “Tuttavia i pilastri del dialogo credente, edificati in sessant’anni di lavoro comune, sono rimasti saldi. Su di essi è possibile e necessario costruire, traendo ancora ispirazione dalle raccomandazioni dei Padri conciliari a crescere nella mutua conoscenza e stima soprattutto con gli studi biblici e teologici e con un fraterno dialogo”.
Dialogare con i nuovi movimenti religiosi. In continuità con l’intuizione di Nostra aetate e con l’insegnamento del magistero recente, i Dicasteri della Santa Sede auspicano “la promozione, con rinnovato discernimento, di conversazioni e di forme di collaborazione anche con membri dei nuovi movimenti religiosi e con i rappresentanti di nuove esperienze religiose”. ”Tali incontri fraterni, che non possono essere intesi né come dialogo ecumenico né come dialogo tra religioni, fondati sulla chiarezza della propria identità e sul rispetto reciproco, possono offrire concrete opportunità per lavorare insieme alla promozione di valori condivisi e al perseguimento del bene comune”, la tesi contenuta nella documento: “Essi possono, inoltre, contribuire a una più attenta comprensione delle aspirazioni spirituali contemporanee, ampliando gli spazi di testimonianza, di reciproca conoscenza e di cooperazione a servizio della dignità umana, della pace sociale e della cura del creato”. Nella Nota si cita inoltre “la crescente consapevolezza critica di fronte alle manifestazioni di islamofobia, che non distinguono adeguatamente i casi di fondamentalismo e violenza dall’esistenza pacifica degli altri credenti musulmani che si integrano e lavorano nei paesi che li accolgono”.
Contrastare i fondamentalismi. “In alcune regioni, le relazioni tra credenti di religioni diverse sono storicamente conflittuali, e il ricordo delle ferite antiche rende difficile la fiducia reciproca”, nonostante l’esortazione della dichiarazione conciliare a “dimenticare il passato e a sforzarsi sinceramente per la comprensione reciproca, in particolare tra cristiani e musulmani”. Noi cristiani, invece, “dovremmo accogliere con affetto e rispetto gli immigrati dell’Islam che arrivano nei nostri Paesi, così come speriamo e preghiamo di essere accolti e rispettati nei Paesi di tradizione islamica”, la citazione di Papa Francesco, così come va assicurata “libertà ai cristiani affinché possano celebrare il loro culto e vivere la loro fede, tenendo conto della libertà che i credenti dell’Islam godono nei paesi occidentali”. In altri luoghi, si legge ancora nel documento, “la crescita dei fondamentalismi, il permanere dei pregiudizi, la manipolazione politica delle appartenenze religiose o le violenze in nome di Dio minano le stesse basi del dialogo”: “Nelle società secolarizzate, la parola religiosa viene talvolta marginalizzata o strumentalizzata, ridotta a folklore, a opinione soggettiva o del tutto offuscata”.
Costruire una società fraterna. “Ogni persecuzione per ragioni religiose è sempre una violazione della dignità umana”, si ribadisce nel testo, in cui si stigmatizzano “le persecuzioni che soffrono i cristiani, in varie parti del mondo, da parte di gruppi religiosi estremisti” e si afferma che “di fronte alle sfide contemporanee, la Chiesa è chiamata a rinnovare e intensificare la sua pedagogia del dialogo”, attraverso “una formazione approfondita nei seminari, negli istituti teologici e nei percorsi pastorali”. “Valorizzare le iniziative concrete portate avanti nelle Chiese locali, che sono in prima linea”, l’altra richiesta. “Le tensioni identitarie, le chiusure delle comunità, le ideologie fondamentalistiche, i conflitti a connotazione religiosa, la manipolazione politica del fatto religioso, ma anche l’indifferenza crescente in molti Paesi verso ogni forma di spiritualità, obbligano a rinnovare le modalità del dialogo in un mondo in rapida trasformazione”, l’indicazione di rotta: “non si tratta di fondare una grande religione mondiale in cui tutte le credenze vengano appiattite”, ma di “costruire una società fraterna capace di accettare le differenze”.
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