Dopo nove anni Trump torna a Pechino. Il rinvio della visita, programmata per aprile già dice molto: avendo dalla sua il colpo di mano in Venezuela, il Tycoon contava su un potere negoziale creduto irresistibile, se l’iniziativa contro l’Iran fosse andata in porto, sottraendo alla Cina due fornitori privilegiati di petrolio scambiato in yuan anziché in dollari. E invece il pasticcio di Hormuz rischia di vanificare i disegni Usa, volti a indebolire il Dragone in vista dello scenario multipolare, agendo soprattutto sul controllo delle rotte più strategiche: dal Golfo Persico a Malacca, passando per Panama e il Mar Cinese meridionale, con un occhio fisso sull’Artico (dunque la Groenlandia).
Ciò non significa che Washington non abbia carte da giocare nel bilaterale in corso. A Pechino infatti preme tutelare la propria economia votata all’export, mirando a prolungare la tregua nella guerra tariffaria già avviata da Biden ed esasperata da Trump, al momento sospesa a causa della rappresaglia cinese, ossia la stretta su terre rare e minerali critici. Probabile dunque uno scambio di concessioni: procrastinazione dei dazi a fronte di un incremento di importazioni di beni Usa, quali carne, soia, aerei civili. Più incerta la partita dei semiconduttori, server e data center, nella misura in cui lo sviluppo cinese nel settore risente di una dipendenza transizionale dai prodotti americani (al momento più efficienti), ma nella prospettiva di emanciparsi in un campo dove gli Usa non sembrano disposti a rinunce. Lo stesso dicasi per l’intelligenza artificiale: più che una cooperazione, si profila la definizione di un canale di dialogo per regolamentare la competizione. Ma è significativa la composizione delle delegazioni al seguito di Trump, corredata, tra gli altri, da Visa, BlackRock, Goldman Sachs: i gioielli di famiglia del capitalismo finanziarizzato degli States che, pur patendo la crisi industriale, puntano a fare leva con quel che hanno, per convincere la Cina a non erodere il monopolio del dollaro nel mercato globale, indispensabile a foraggiare un debito pubblico gigantesco. Ma resta da vedere se per Pechino, votata prevalentemente all’economia reale e refrattaria alle bolle speculative, saranno appetibili le offerte dei signori di Wall Street. Tanto più vista la capacità cinese di aprire mercati a ogni latitudine: il che significa continuare con passo lento ma costante, senza accettare quel che, alla distanza, potrebbe acquisire da sola.
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In ipotesi anche il capitolo Iran. Non mancano voci sulla richiesta a Xi di mediare con Teheran, per consentire agli Usa di sfilarsi dall’impasse salvando la faccia. E non è detto che la crisi energetica non dia un vantaggio a Trump: non tanto per le difficoltà di approvvigionamento della Cina, quanto per il rischio di deteriorare i rapporti di Pechino con le altre economie asiatiche, le quali paventano la concorrenza del Dragone sulla corsa ad accaparrarsi greggio e gas altrove. Eppure non sembra che su questo capitolo Washington e Pechino siano sintonizzate. Quest’ultima può contare su un’interdipendenza che rende strutturalmente inaggirabile il suo ruolo sia nel vicinato continentale sia negli addentellati di tutti gli attori del Golfo Persico. In secondo luogo, le garanzie securitarie pretese da Teheran possono essere soddisfatte soltanto da Washington, che pure le ritiene irricevibili, laddove includono una riduzione della sua presenza militare nella regione. D’altra parte, non sarebbe una grande mossa coinvolgere direttamente la Cina come agente risolutore della crisi in un’area di cui gli Usa reclamano un controllo egemonico esclusivo.
Infine la vertenza su Taiwan, per cui Xi chiede che gli Usa tornino a rispettare la dottrina della “One China” inaugurata da Nixon, interrompendo il contrasto alla riunificazione speso dagli ultimi inquilini della Casa Bianca. Non a caso la diplomazia cinese ha inteso porre la questione ai vertici dell’agenda del bilaterale: scelta inusuale, quella di anteporre in scaletta il dossier più arduo, se non si vuole condizionare negativamente il prosieguo negoziale. La recente sospensione di forniture militari a Taipei parrebbe un segnale distensivo, se non un indizio che preparerebbe l’isola a merce di scambio. Tuttavia la scelta può essere solo provvisoria, per fronteggiare l’assottigliamento delle scorte d’arsenale dovuto al pluriennale dispendio a favore di Ucraina e Israele, cui si aggiunge il formidabile consumo contro l’Iran. Del resto, sarebbe paradossale cedere alla Cina proprio sul quadrante del Pacifico, su cui gli Usa puntano da anni per arrestare la crescita del rivale. Piuttosto, ora la Casa Bianca considera l’opzione di ribaltare la strategia di Nixon: allora si trattò di strappare Pechino da Mosca, adesso vale lo sforzo in senso contrario. Senza sottostimare il deficit di credibilità che i giochi d’azzardo e i bluff messi in atto da Trump, di certo non ignorati da Xi.
Nel complesso, resta una divergenza fondamentale sul piano strategico-intenzionale. Da un lato, Xi ambisce da tempo ad accordi strutturali nella governance globale, in vista di un condominio egemonico da stabilizzare in chiave paritetica, ottenendo dagli Usa la rinuncia a pianificare una geopolitica condita da strappi eversivi, volti a guadagnare vantaggi posizionali e insieme ad azzoppare il Dragone. Il che non collima con l’inclinazione di Trump a trattare in modo segmentato e settoriale, per ottenere profitti transattivi immediati, utili a disciplinare provvisoriamente i rapporti con il rivale fondamentale: ovvio, visto che nei suoi riguardi Washington va misurando tutte le mosse antagonistiche degli ultimi vent’anni.
Ed è forse inevitabile che, in tale divergenza posturale, debba essere la Cina ad adeguarsi al registro dell’ospite di questi giorni, reso emblematico dal nome di “Board of Trade” che il Tycoon ha assegnato all’intera missione diplomatica. In vista non pare esserci alcuna svolta ordinativa, almeno compatibile con la più profonda esigenza di responsabilità cooperativa, la cui assenza spiega i travagli su scala mondiale di quest’epoca.
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