Ventinove Stati americani, una sola società sotto accusa. È entrato nel vivo martedì 18 agosto, con le dichiarazioni di apertura, il processo federale contro Meta. Tutti e 29 i procuratori generali contestano alla società di avere raccolto e utilizzato dati di minori di 13 anni senza il consenso dei genitori richiesto dalla legge; California, Colorado, Kentucky e New Jersey portano in aula anche le accuse sulla progettazione di Facebook e Instagram e sulle rassicurazioni fornite circa la loro sicurezza. Al centro c’è dunque il modo in cui le piattaforme sono state costruite, più ancora dei contenuti pubblicati dagli utenti. “È l’inizio di qualcosa di molto importante”, spiega Giovanni Vannini, consulente per l’innovazione etica e professore invitato allo Iusve di Venezia e all’Università pontificia salesiana di Roma.
(Foto SIR)
Il primo verdetto pilota e il modello tabacco
“È come se la spinta esercitata da almeno due decenni dalle associazioni che si occupano del benessere dei minori, dai distretti scolastici e da singoli individui stesse convergendo verso un punto di svolta”, rileva. Un primo verdetto pilota c’è già. Davanti a un tribunale statale della California una giuria ha riconosciuto sei milioni di dollari a Kaley G.M., ventenne che aveva iniziato a usare YouTube a sei anni e Instagram a nove, attribuendo a Meta il 70% del risarcimento e a Google, proprietaria di YouTube, il restante 30%. TikTok e Snap avevano raggiunto accordi riservati prima del dibattimento; le due società condannate hanno impugnato il verdetto. “Siamo di fronte a una diversa attribuzione della responsabilità – osserva Vannini -, che riguarda le forme di progettazione e i meccanismi con cui i proprietari delle piattaforme hanno operato per massimizzare il coinvolgimento”. Scorrimento infinito, notifiche push, sistemi di raccomandazione, filtri e strumenti per modificare la propria immagine: secondo le accuse, sono meccanismi pensati per prolungare il coinvolgimento. Gli studi associano l’uso problematico dei social a minore benessere, disturbi del sonno, ansia e problemi di immagine corporea, anche se i nessi causali restano complessi. “Si può discutere se ‘dipendenza’ sia sempre il termine clinicamente corretto – precisa -, ma esiste una progettazione orientata a trattenere le persone il più a lungo possibile”. Il confine resta sottile: “Il benessere non si trova sui social media”. Il parallelo evocato da Vannini è quello delle cause contro l’industria del tabacco, accusata di avere nascosto i rischi dei propri prodotti.
Dall’enciclica alle regole europee sull’età
La cornice è già tracciata. La Magnifica humanitas, prima enciclica di Leone XIV, annovera brevetti, algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture tecnologiche e dati tra le nuove forme di proprietà soggette alla destinazione universale dei beni, e chiede che non restino in mani esclusivamente private ma siano pensati come bene comune. “È una riperimetrazione di quanto sta accadendo nei social e con l’intelligenza artificiale”, sottolinea. Nel procedimento i procuratori sostengono che Meta abbia utilizzato informazioni personali di utenti con meno di 13 anni anche per addestrare sistemi di machine learning e di IA generativa. L’urgenza riguarda anche l’Europa e l’Italia, dove il dibattito si concentra sui divieti per età. “Le politiche che limitano l’accesso in base all’età sono mosse da buone intenzioni, ma da sole rischiano di non essere efficaci – avverte -. Se la verifica viene progettata male e richiede l’identificazione con un documento, per riconoscere il tredicenne bisogna chiedere anche al cinquantenne di dimostrare di avere cinquant’anni”. Raccogliere i dati di tutti per impedire l’ingresso ad alcuni sarebbe “un trattamento sproporzionato”. La Commissione europea ha sviluppato una soluzione tecnica open source per la verifica dell’età, pensata come modello da personalizzare e implementare negli Stati membri. Il sistema è progettato per consentire agli utenti di dimostrare di avere superato una determinata soglia di età senza comunicare alla piattaforma l’identità, la data di nascita o altre informazioni personali. Accanto alla norma, aggiunge, servono scuola e famiglia: media literacy nei curricoli e genitori responsabilizzati, per riconoscere i meccanismi che producono un utilizzo compulsivo. “Qualcuno ha avvelenato i pozzi, perché ha creduto che quella fosse la strada per aumentare il fatturato trimestrale. Adesso bisogna fare una grande pulizia e tornare a purificare l’acqua. Perché quell’acqua serve – conclude Vannini -: internet, le piattaforme e le intelligenze artificiali possono dare un contributo al bene comune e allo sviluppo umano integrale”.

