Fra le città che Papa Leone toccherà durante il suo viaggio in Francia dal 25 al 28 settembre ce n’è una che assume un particolare significato: Metz, capoluogo della Mosella, la città di Robert Schuman. Ne parliamo con Edoardo Zin (nella foto sotto), membro dell’“Istituto San Benedetto” postulante la causa di beatificazione del venerabile Robert Schuman, studioso e biografo di Schuman e “medaglia d’oro al merito europeo”.
(Foto Zin)
Dottor Zin, qual è, a suo avviso, il significato di questa tappa?
Metz è la capitale della Mosella, dipartimento francese che fino al 2015 si chiamava Lorena. È una città di confine attorniata da una terra il cui sottosuolo è ricco di ferro e di carbone, materie prime che fino alla Seconda guerra mondiale erano ricercate soprattutto dalle industrie belliche. Dal XVI secolo appartiene alla Francia, ma diviene tedesca dopo la guerra franco-prussiana del 1870, per ritornare francese dopo la Prima guerra mondiale, essere nuovamente annessa al terzo Reich nel 1939 con la Seconda guerra mondiale, per diventare definitivamente francese dopo il secondo conflitto mondiale. Basti pensare che nei dintorni si snodava la linea Maginot e qui si possono vedere i campi di battaglia di Verdun, teatro di una delle più atroci e sanguinose battaglie della Prima guerra mondiale durante la quale morirono 420mila soldati di entrambi gli schieramenti. Terra di guerre, di tensioni, dunque, di sacrifici.
In questa terra visse, operò nella vita ecclesiale e politica Robert Schuman,
“lussemburghese di nascita, mosellano perché francese, europeo perché francese, germanico e francese per cultura e latino nello spirito” – come amava definirsi egli stesso. È l’uomo disarmato che, ministro degli esteri di un Paese vincitore, tende la mano al cancelliere tedesco vinto e gli chiede perdono; è fermo, deciso nel volere disarmare la guerra togliendo di mezzo la causa che aveva provocato tre guerre “mettendo in comune” la produzione di ferro e carbone in un’Europa unita per assicurarle la pace. Penso che Papa Leone, scegliendo questa significativa città come tappa del suo viaggio in Francia, voglia affermare che la pace è possibile, che si possono superare le incomprensioni e le vendette, che l’Europa, prima di essere un mercato è una comunità culturale, spirituale, fondamenta di quella politica.
Nella stessa mattinata del 28 settembre il programma prevede due appuntamenti significativi: l’incontro interreligioso presso il Centro congressi “Robert Schuman” e, subito dopo, nella stessa sede, l’incontro sul tema “Alle radici dell’Europa per la pace e l’unità”. Due messaggi convergenti?
Sì, sono due strade parallele, ma che in effetti convergono verso un unico fine: l’Europa mira all’unità dei popoli europei, quasi come un elemento del riflesso universale, l’ecumenismo, fondato sulle radici del Vangelo, e all’unità delle chiese cristiane. Ambedue desiderano condurre popoli e fedi in un cammino di unificazione tra cuore e labbra, tra parola e azione. All’ecumenismo occorrerà aggiungere il dialogo con le altre religioni non cristiane e un doveroso rispetto della laicità degli Stati, ai quali non basta consegnare la moneta che appartiene a Cesare, ma quella che appartiene all’uomo.
Robert Schuman (foto Parlamento europeo)
A Robert Schuman si deve la “Dichiarazione” del 9 maggio 1950 che metteva le basi per il cammino d’integrazione economica e politica dell’Europa post-bellica. Cosa dicono all’Europa di oggi il pensiero e l’azione di Schuman?
Occorre ricordare la frase che Schuman ripeteva spesso: “L’Europa non è stata fatta e abbiamo avuto la guerra!”. La storia cammina sulle gambe degli uomini che devono scrutare i segni dei tempi, ma ciò non impedisce a loro di ricordare i valori perenni che sono alla base della Dichiarazione del 9 maggio. Anche allora era in corso la guerra in Corea, ma
Schuman osò guardare al futuro dei popoli:
assicurare la pace che è il bene più prezioso che ci sia. Per arrivare a ciò vede l’Europa fondata sulla sovra-nazionalità, che significa sentirsi partecipi di un comune destino che esiste e che oggi viene messo in pericolo da un nazionalismo tanto enfatizzato. La sovra-nazionalità è fondata sulla solidarietà che porta alla prosperità fino a condividere la sessa moneta senza la quale non c’è pane sulla tavola delle famiglie. Forse, oggi, manca in politica la profezia!
Dai suoi libri dedicati al venerabile Robert Schuman emergono una forte tensione spirituale e culturale che egli riversava nell’azione politica.
Dalle testimonianze emerse durante la fase diocesana del processo di canonizzazione e dai rari scritti spirituali di Schuman troviamo spesso espressioni come “mi abbandono a te, Signore”, “sempre sotto lo sguardo di Dio”, “tutto per il Signore”: concepisce l’impegno politico fondato su una fede salda e come cammino verso la santità, ma non santifica la politica né fa della politica un mezzo per conquistare il potere. Scrive anche: “Sono uno strumento imperfetto della Provvidenza”. Entra in politica non per ambizioni personali né per farne una professione – è un competente avvocato civilista –, sospinto solo dalle insistenze della gente che lo apprezza e lo conosce come un cristiano non solo di nome ma di fatto. È amico e frequenta Maritain, Bergson, Blondel. Da giovane studiò San Tommaso, lesse Guardini dai quali imparò a scrutare i segni della storia guidata da Dio.

