Bielorussia. Poczobut: “La fede mi ha aiutato a resistere durante cinque anni di prigione”

Scritto il 08/09/2026
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“La fede mi ha permesso di resistere durante questi cinque anni di prigione di Navapolack”. È da questa certezza che Andrzej Poczobut, giornalista bielorusso di origini polacche, ripercorre gli anni della detenzione e il ritorno alla libertà. Liberato pochi mesi fa, auspica tornare presto in Bielorussia. Nel 2025 il Parlamento Europeo gli ha assegnato il Premio Sakharov per la difesa dei diritti umani e della libertà di espressione. Arrestato nel marzo 2021 insieme ad altri membri dell’Unione dei polacchi, organizzazione che rappresenta la minoranza polacca nel Paese, nel 2023 Poczobut è stato condannato a otto anni di reclusione, con l’accusa di aver minacciato la sicurezza nazionale e di incitazione all’odio. Il Parlamento Europeo ha sempre giudicato pretestuose le accuse, considerando la condanna uno strumento di repressione del regime di Aleksandr Lukašenko nei confronti della minoranza polacca. Il 2 settembre, in occasione dell’udienza generale, Poczobut ha incontrato Papa Leone XIV, al quale ha chiesto la benedizione per la Bielorussia e per la sua famiglia. Ha inoltre avuto modo di parlare della situazione della società civile nel Paese con mons. Paul Richard Gallagher, reduce dal recente viaggio a Mosca, e con alcuni alti funzionari del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale italiano.

Cosa può raccontarci dell’incontro con il Leone XIV?
“Incontrare il Papa mi ha permesso di ritrovare una grande pace del cuore, nonostante la situazione di tensione in cui mi trovo, perché fra non molto tornerò in Bielorussia – ha raccontato Poczobut –. Penso che ogni credente, incontrando il Santo Padre, provi una forte emozione. Leone XIV ha ascoltato le mie parole e ha accolto l’effigie della Madonna che gli ho portato in dono. Ha inoltre benedetto una copia della famosa icona della Madonna Salus Populi Romani, custodita nella cattedrale di Grodno e considerata miracolosa da molti secoli. Riporterò questa immagine in Bielorussia come simbolo dell’attaccamento alla Chiesa dei polacchi che vivono nella regione”.

Quanto l’ha aiutata la fede durante il periodo di prigionia? Ha avuto qualche contatto con la Chiesa durante quegli anni?
“No, non ho avuto alcun contatto. Non mi era possibile incontrare un sacerdote né partecipare alla Messa. Ma la fede mi ha aiutato a resistere durante quei lunghi cinque anni. Quando si è soli, rivolgersi a Dio è qualcosa di naturale, di profondamente umano. Il credente sa che c’è qualcuno che lo guarda dall’alto e può così avere la certezza che la propria solitudine non sia mai totale”.

Com’era la vita in carcere?
“Sveglia alle 5 del mattino e alle 21 la giornata finiva. Nel mezzo, una passeggiata di un quarto d’ora, tre pasti e due appelli. Le guardie si accorsero molto presto che parlavo volentieri con gli altri prigionieri e così mi misero in una cella singola, dove non avevo più diritto ai 15 minuti d’aria e nemmeno a un materasso. Diversamente da tante altre persone, non sono stato sottoposto a torture fisiche, ma dal punto di vista psicologico quei cinque anni sono stati molto difficili. Aspettavo con trepidazione le lettere dei familiari, che le autorità carcerarie facevano arrivare molto raramente, per sapere come stessero mia moglie, i miei figli e i miei amici”.

Non ha paura di tornare in Bielorussia? Non teme di essere arrestato di nuovo?
Molte persone in Bielorussia hanno paura. Anch’io ho paura, ma penso che non si debba cedere e lasciarsi spaventare. È necessario, invece, nonostante tutto, continuare a lavorare per il rispetto dei diritti fondamentali, per la democrazia e per un futuro migliore della Bielorussia. Poco dopo il mio arresto, le autorità hanno proposto di rilasciarmi in cambio di una domanda scritta contenente l’impegno a espatriare. Non ho potuto accettare, poiché mi sentivo responsabile davanti ai bambini che frequentavano le scuole polacche e davanti ai loro genitori. Se mi fossi trovato a organizzare tali scuole, avrei dovuto prendermi la responsabilità e andare avanti. Non potevo andare via lasciandoli soli con tutti i problemi. E anche oggi la penso così.

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