Povertà: partire dal welfare, andare oltre

Scritto il 17/10/2026
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La prima urgenza è una misura di sostegno economico per chi ha bisogno, con una regia dell’accompagnamento. Ma per uscire davvero dalla povertà occorre andare oltre il welfare: predistribuzione, cittadinanza, attenzione agli effetti di tutte le politiche pubbliche.
Cosa si può fare, concretamente, per uscire dalla povertà? La domanda non riguarda solo chi è povero. Prendersi cura delle persone in povertà è un investimento per il futuro di tutti, e la sicurezza si costruisce solo creando le condizioni per una società che accoglie, integra e promuove. Il primo terreno è quello delle politiche di welfare, cioè le misure di contrasto alla povertà. Da lì occorre partire, perché oggi nel nostro Paese sono deboli e incomplete. Da un certo punto di vista, anzi, l’insieme delle politiche esistenti, invece di risolvere la povertà, sta creando nuove sacche di povertà e di esclusione. Ma il ragionamento non può fermarsi lì.
Sul piano della povertà economica, l’urgenza maggiore è tornare a una misura di sostegno universale per tutte le fasce della popolazione, senza i troppi vincoli di oggi. Non sarà risolutiva: deve essere un salvagente. Ma occorre prendere atto di una realtà in cui la povertà è cronica e trasversale, e non è ‘curata’ automaticamente con il lavoro, come dimostra la realtà sempre più diffusa dei working poor.
Il sostegno economico da solo però non basta. Serve la parte relazionale, l’accompagnamento: una vicinanza costante alle persone e alle famiglie nella fase di difficoltà. Vuol dire in primis servizi sociali, e poi la possibilità di attivare concretamente gli altri soggetti del territorio: agenzie per il lavoro, ASL, scuola. E il terzo settore, il cui ruolo deve essere di connessione, non di supplenza. Va affermato con chiarezza che la povertà richiama la responsabilità di tutta la comunità civile, e che è necessario promuovere politiche pubbliche efficaci ed opportunamente finanziate.
Allo stesso tempo però è necessario andare oltre il solo welfare. Non siamo più nell’emergenza Covid: salari bassi da anni e un potere d’acquisto eroso dall’inflazione sono ormai una condizione stabile, e anche le misure tampone vanno stabilizzate. Le misure contro la povertà, però, sono redistributive: sono necessarie, ma agiscono dopo, quando la povertà si è già prodotta. Per certi aspetti è come svuotare il mare con il secchiello.
Occorre allora una dimensione più sistemica. Il primo nodo è la disuguaglianza: non possiamo risolvere il problema dei poveri se non pensiamo al sistema nel suo complesso. Questo vuol dire redistribuzione, ma anche “predistribuzione”, che è la lezione di Anthony Atkinson. Predistribuire vuol dire intervenire prima che le disuguaglianze si formino: su salari, lavoro, istruzione, accesso alle opportunità. Non basta correggerle dopo con tasse e trasferimenti, che pure restano necessari. Ed occorre costruire consenso politico intorno a questi obiettivi, spesso vittima di narrazioni strumentali. Il secondo nodo è la cittadinanza, intesa come diritti e responsabilità. Si tratta di ampliare il coinvolgimento in termini di cittadinanza formale, ma anche di cittadinanza sostanziale, come scrive Maurizio Ambrosini in una recente ricerca con Caritas Italiana.
Infine, molte politiche che non associamo direttamente alla povertà hanno su di essa impatti forti. Scuola, sanità, trasporti e casa non dipendono direttamente dal welfare, ma hanno un impatto particolarmente significativo proprio sulle persone più fragili, generando disuguaglianze nell’accesso ai servizi che mettono a rischio la coesione sociale. Lo stesso vale per la transizione ecologica ed energetica, con impatti rapidi sulle comunità più vulnerabili. È il tema della coerenza delle politiche. Ma non puoi integrare le politiche se le politiche non ci sono: occorre quindi rivendicare politiche pubbliche attente a questi impatti, che accompagnino i poveri invece di lasciarli indietro.

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