(New York) – “Un atto di barbarie”, “ripugnante”, “una promozione della cultura della morte”. Sono alcune delle reazioni che attraversano gli Stati Uniti dopo l’annuncio del segretario alla Difesa Pete Hegseth di voler trasmettere in diretta streaming la fucilazione di Nidal Hasan, ex maggiore e psichiatra dell’esercito americano, condannato per aver ucciso 13 persone e ferito altre 32 nella base militare di Fort Hood, in Texas, nel 2009. L’esecuzione è prevista per il 3 dicembre. “Se riempi il governo di barbari, ottieni un governo barbaro”, ha dichiarato George F. Will un editorialista del Washington Post, domenica, dando voce a un’indignazione che supera gli schieramenti politici e accende gli animi degli statunitensi online e offline, dentro il Congresso e fuori.
Donald Trump ha autorizzato il 2 ottobre l’esecuzione di Hasan, mediante fucilazione, su raccomandazione di Hegseth. Sarebbe la prima esecuzione di un militare americano dal 1961. Ma
a dividere il Paese non è soltanto la condanna capitale: è soprattutto la decisione di trasformare la morte di un uomo, per quanto responsabile di un massacro, in uno spettacolo accessibile a milioni di persone.
Hegseth sostiene che l’esecuzione debba essere pubblica affinché tutti comprendano le gravi conseguenze di simili crimini. Una motivazione che solleva interrogativi sull’efficacia educativa della violenza esibita. Lo stesso Hasan aveva espresso il desiderio di diventare un martire: offrirgli una platea mondiale potrebbe finire per alimentare proprio quella propaganda estremista che si vorrebbe contrastare.
Anche tra i repubblicani non mancano le critiche. Alcuni parlamentari temono che gli Stati Uniti finiscano per adottare modalità di esposizione della violenza associate ai regimi autoritari e ai gruppi jihadisti. Il vicepresidente JD Vance ha manifestato perplessità sulla diretta, aggiungendo che, qualora venisse trasmessa, non la guarderebbe. Trump, pur confermando la condanna, ha precisato che la trasmissione è ancora oggetto di valutazione.
Resta inoltre irrisolto il problema della piattaforma di trasmissione. YouTube, Facebook, TikTok e altri social impongono restrizioni e rimozioni alle immagini di violenza estrema, mentre le norme militari vietano ai minori di 18 anni di assistere fisicamente alle esecuzioni. Una diretta online renderebbe assai difficile applicare tale limite.
Il dibattito esplode mentre un altro caso riporta alla luce le contraddizioni della pena capitale. In Tennessee, Christa Pike, condannata per l’omicidio di Colleen Slemmer, è sopravvissuta il 30 settembre a un’iniezione letale. Dopo due somministrazioni del farmaco, la donna continuava a respirare.
Ricoverata in gravi condizioni, è stata successivamente riportata in carcere e ne esclude l’esecuzione fino alla fine dell’anno, lasciando valida la condanna. Il paradosso è evidente: curare e mantenere in vita una persona per poterla, eventualmente, mettere nuovamente a morte.
Gli americani restano profondamente divisi.
Secondo un sondaggio del Pew Research Center dello scorso luglio, il 68% considera moralmente giustificata la pena capitale per un omicidio, ma il 59% ritiene che non abbia alcun effetto deterrente e il 73% riconosce il rischio di giustiziare persone innocenti, ad anni di distanza dal delitto.
La vicenda di Hasan, come quella di Christa, interroga non soltanto il sistema giudiziario, ma l’identità morale dell’America. In un Paese ancora segnato dalle stragi provocate da armi da fuoco incontrollabili, l’esibizione pubblica di una fucilazione viene proposta come lezione di civiltà. Ma
quale messaggio trasmette uno Stato quando trasforma la morte in un evento da guardare sullo schermo? E dove passa il confine tra giustizia, vendetta e spettacolarizzazione della violenza?
È su questo terreno, prima ancora che nelle aule dei tribunali, che si misura la distanza tra la forza reclamata dal capo del Pentagono e i valori che una democrazia dichiara di voler difendere.
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