“La guerra è solo un pretesto per giustificare atti cattivi e criminali. Tutta questa situazione, sia in Libano sia in Medio Oriente, non è giustificabile. Se esiste la possibilità di parlare, di dialogare e di trovare soluzioni diplomatiche perché rinunciarvi? Per un metro di terra in più? Per un litro di petrolio in più? Nulla giustifica la guerra”. A parlare è Sua Beatitudine Raphaël Bedros XXI Minassian, Patriarca cattolico armeno di Cilicia. È arrivato a Roma da Beirut. Gli chiediamo subito se ha notizie della comunità armena cattolica di Teheran. Risponde: “Purtroppo no, abbiamo cercato di metterci in contatto con loro ma non ci siamo riusciti. Non c’è contatto”.
Ma sono usciti dal Paese?
No, anche il vescovo è rimasto lì.
È preoccupato per questo silenzio?
Certo.
Ci descriva la situazione che ha lasciato a Beirut?
Purtroppo, c’è il caos. Si sta ingannando la popolazione. Dicono: “Noi bombarderemo questa zona, quindi lasciate le vostre case e andate via”. Ma questo avvertimento diventa indirettamente un’occupazione del territorio. La gente, per paura, si allontana; loro distruggono tutto e poi prendono la terra e gli sfollati a quel punto non possono più tornare indietro e riprendersi le loro case.
È un inganno. Non basta il crimine della guerra: c’è anche l’inganno morale.
E la popolazione cristiana del Paese come sta reagendo?
Hanno accolto e continuano ad accogliere i loro fratelli e sorelle cristiani e non cristiani. Si vede davvero il vero carattere libanese: ci sono differenze ma quando c’è un pericolo, stanno tutti insieme.
Se l’aspettava questa situazione?
Non me l’aspettavo. Però c’è un proverbio che dice che chi è stato morso da un serpente, ha paura anche di una corda. Una volta che hai subito un attacco, quando poi vedi un tentativo di incontro o una speranza di accordo, temi sempre che succeda qualcosa che dà un colpo e rovina tutto. È quello che sta accadendo. Anche quando sembravano quasi vicini a un accordo — pensiamo agli Stati Uniti e all’Iran — succede qualcosa che distrugge tutto.
Beatitudine, quale eredità ha lasciato il Papa a questa terra libanese, attraversata da tante culture e religioni?
Una speranza. Una grande speranza. Ma ha lasciato anche qualcosa di più: il sentimento che noi non siamo soli, che la Chiesa e il capo della Chiesa pensano ai loro figli in questa terra. Non siamo dimenticati.
Vuole lanciare un appello ai leader mondiali coinvolti in questa crisi?
Ripeto le parole di Papa Leone: “La pace è sacra, non la guerra”.
Questa è la nostra missione su questa terra: lavorare per la pace. Questo è divino, è santo, è sacro. Non la guerra.
Il 13 marzo la Conferenza Episcopale Italiana ha indetto una giornata di preghiera per la pace, in particolare per il Medio Oriente. Ha un appello da fare alle Chiese in Italia e in Europa?
Chiederei, innanzitutto, di pregare. La preghiera è essenziale. È l’arma più forte, invincibile. Ma allo stesso tempo abbiamo anche un dovere verso i nostri governi, in Europa, nelle Americhe e in tutto il mondo:
appellarsi alla coscienza di ciascuno e incoraggiare le leadership mondiali a intraprendere sempre e solo la via della pace.
La preghiera contribuisce per metà al cammino verso la pace. L’altra metà sta nel cercare di non incoraggiare né partecipare alle guerre. Per questo dobbiamo pregare anche per i responsabili politici, affinché il Signore doni la sua carità e la sua misericordia e li aiuti a liberarsi da ogni sentimento di rivalità e di violenza.
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