Lwena (Angola) – Una Chiesa giovane, nata in un territorio segnato dalla guerra civile ma ricco di energie e speranza. È la diocesi di Lwena, nell’est dell’Angola, guidata dal salesiano uruguaiano Martin Lasarte. Missionario in Angola dal 1990, nel pieno del conflitto, è vescovo di Lwena dal settembre 2023. Al Sir racconta sfide e prospettive di una Chiesa “profondamente missionaria”, dove – dice – “si può soffrire, ma non si può essere tristi”.
Dall’Uruguay all’Angola, “terra promessa”
Originario dell’Uruguay, cresciuto in una famiglia cristiana e formatosi tra i Fratelli Maristi e i Salesiani, Lasarte sognava di studiare ingegneria. “Quando i salesiani avviarono il progetto Africa cercavano missionari. Pensavo al volontariato, non alla missione. Ma Dio ci prende per mano e poi si prende tutto”, racconta. Arrivato in Angola nel 1990, durante la guerra civile, non ha più lasciato il Paese: “Oggi l’Angola è la mia terra promessa”. Dopo i primi anni a Lwena e la specializzazione in Sacra Scrittura a Roma, ha insegnato nel Seminario maggiore di Luanda, accompagnando giovani, comunità periferiche e la pastorale giovanile e biblica. Tornato a Lwena come parroco e direttore della comunità salesiana, ha coordinato una rete di alfabetizzazione, scuole, ambulatori, un centro di formazione professionale e progetti per profughi e rimpatriati, oltre al reinserimento di ex militari della guerriglia. Nel 2015 è stato chiamato a Roma per il dicastero missionario salesiano; nel 2020 è rientrato in Angola come provinciale e nel 2023 ha iniziato il ministero episcopale.
Una diocesi immensa e missionaria
La diocesi di Lwena si estende su oltre 223 mila chilometri quadrati, la più grande dell’Africa subsahariana, con 500 villaggi e una presenza cattolica tra le più basse del Paese. L’evangelizzazione è iniziata solo nel 1933, ed è stata duramente provata dalla guerra (1975-2002). “In questi primi due anni e mezzo ho visitato tutte le missioni. È commovente vedere la fede delle comunità e dei catechisti in zone lontane e dimenticate”, afferma il vescovo. Recentemente è stato organizzato un grande congresso dei catechisti: alcuni non avevano mai visto la città né l’asfalto; altri hanno percorso a piedi oltre cento chilometri per partecipare. Tra le priorità pastorali, Lasarte indica le “tre C”: catecumenato, comunità e matrimonio (“cassamento”). “Servono itinerari solidi di educazione alla fede, comunità ben formate e famiglie cristiane capaci di testimoniare il Vangelo, anche dove persistono inerzie culturali da illuminare”. Attualmente la diocesi conta circa 130 seminaristi nelle diverse fasi formative ed è stato avviato un nuovo seminario propedeutico.
“Non abbiamo fame solo nello stomaco, ma nel cuore”
Tra le esperienze che lo hanno segnato, il vescovo ricorda la resilienza delle donne angolane, la fede di tanti catechisti martiri e il sorriso dei bambini. E racconta un episodio vissuto in un campo profughi durante la guerra: al termine della distribuzione di cibo, un anziano capo villaggio disse ai missionari: “Non abbiamo solo fame qui”, toccandosi la pancia, “ma anche qui”, indicando il cuore. “Quando venite a celebrare la Messa?”. “Il nostro popolo ha bisogno di tutto – scuole, sanità, case, progetti agricoli – ma soprattutto ha bisogno di Dio. Se non trasmettiamo Dio, abbiamo fatto poco o nulla”.
Giovani, scuola e riscatto sociale
L’educazione è una priorità assoluta: nella diocesi si contano circa 200 mila bambini e adolescenti fuori dal sistema scolastico. La Chiesa gestisce 22 scuole che accolgono almeno 20 mila studenti e promuove programmi di alfabetizzazione per circa 8 mila giovani e adulti, anche grazie al sostegno della Conferenza Episcopale Italiana con il progetto “Katuka Wende” (“alzati e cammina”). Molte le storie di riscatto: giovani formati nei centri professionali oggi imprenditori nel settore edilizio; ragazze provenienti da zone rurali oggi impiegate nella pubblica amministrazione; ex bambini di strada reinseriti nel mondo del lavoro; centinaia di ex combattenti accompagnati in percorsi di reintegrazione; malati di lebbra o tubercolosi curati nei centri diocesani; oltre 20 mila minori che grazie alle scuole popolari hanno accesso all’istruzione; quasi 200 comunità raggiunte da progetti per l’acqua potabile. Sul fronte culturale, la diocesi è presente nei social media con una commissione per le comunicazioni sociali, promuove scuole di musica e volontariato giovanile. “Cerchiamo di educare a un sano senso critico e a un maggiore impegno nella comunità”, spiega Lasarte.
Custodia del creato e foreste di miombo
Forte anche l’impegno ambientale. La diocesi promuove un grande progetto agroforestale per un’agricoltura sostenibile e la tutela delle foreste di “miombo”, con un piano trentennale che coinvolge 145 comunità agricole su un’area iniziale di 45 mila ettari, tra riforestazione e formazione.
Pace, riconciliazione e partecipazione
Dopo aver contribuito alla mediazione durante la guerra civile, oggi la Chiesa continua a lavorare per giustizia e pace. Permangono tensioni tra gruppi etnici e forme di esclusione sociale e politica. “La nostra preoccupazione è costruire una società più tollerante e inclusiva, nell’unità della diversità”, afferma il vescovo, che richiama anche la necessità di una maggiore valorizzazione delle autonomie locali.
Gratitudine alla Chiesa italiana
Ai fedeli italiani che sostengono la diocesi, Lasarte rivolge “una parola di gratitudine”: “Il vostro aiuto raggiunge migliaia di fratelli e sorelle: bambini vulnerabili, donne analfabete, malati, esclusi dallo sviluppo. Continuano a confidare nella vostra solidarietà”. Infine, uno sguardo alla possibile visita di Papa Leone XIV, attesa in occasione del giubileo per i 450 anni della città di Luanda. “Il Paese si prepara con entusiasmo. Sarà un’occasione per confermare la fede del popolo cristiano e rafforzare l’impegno nella costruzione della nazione”. E ai giovani angolani il vescovo affida un messaggio di speranza: “L’Africa resti se stessa, ricca del suo senso religioso e comunitario, aperta al mondo senza perdere la propria identità. Cristo è la via della fraternità, della dignità e della custodia della casa comune”.
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