Gesù che, fino ad allora, mai si era manifestato in un simile sfolgorio di luce.
Illumina o acceca?
Luce e stupore si intersecano per far assaporare un qualche cosa che, alla prima percezione, sfugge.
Lo stupore degli evangelisti non può che diventare luce che dal Tabor si irradia.
‘Adam, tramanda la tradizione ebraica, era stato creato con una veste di luce.
Gesù, nuovo ‘Adam, è rivestito di luce.
Girolamo ha scritto: “Colui che sale con Gesù sul monte, che abbandona sensatamente la terra di quaggiù, simboleggiando così l’elevazione verso le vette e i valori celesti, può rendere i suoi vestiti così bianchi come nessuna lavandaia potrebbe fare sulla terra”.
Ognuno dei presenti sul monte Tabor in quel momento culminante, Mosè ed Elia e Pietro, Giacomo, Giovanni, ha la sua missione, quella che può portare a termine per la gloria di Dio.
Missione che, trapassata dalla Luce del Tabor, diventa scia luminosa perché avvolga tutti e insieme si possa procedere con gioia e sicurezza.
Nel nostro pellegrinaggio verso il Volto del Padre, riceviamo, se lo desideriamo, il dono di questa illuminazione che trasfigura il nostro vissuto quotidiano, per quanto banale possa essere: dal Volto illuminato di Gesù, il nostro sguardo viene guidato al Volto del Padre.
La luce che, con la sua sola presenza, Cristo porta con sé illumina non solo la Sua identità, ma la Sua essenza: è luce trasfiguratrice, in cui Mosè ed Elia fanno una cosa sola con Gesù. Ed è anche la grande festa ebraica, la grande festa in cui noi tutti, ebrei e cristiani, già ci vediamo così come il Padre ci vede. Ora siamo ancora nell’attesa trepida. Come il ritorno alla condizione normale di Gesù, senza quella meravigliosa luce e lo sguardo ormai rivolto alla Sua Passione.
Solo una sosta silente e silenziosa può far entrare in questo mistero: dal Sinai al Tabor. Montagne di dono di luce.
Inizia allora un viaggio tutto interiore in cui l’Altissimo e ‘Adam, il terrigno, ogni persona, inizia a conoscersi, a guardarsi non nella luce della propria mente, della propria cultura, dei propri desideri, ma in quella Luce che fora ogni resistenza per poter donare quella Luce taborica che riscalda e fa sussultare il cuore.
Ogni ‘Adam è ricco di questa vocazione intrisa di stupore.
Una luce che si cerca, ma quando ormai se ne è colpiti: la Luce cerca per prima, per prima colpisce e illumina.
La nube che, nel Primo Testamento, palesa la presenza dell’Altissimo, ora è nube luminosa che rivedremo alla fine dei tempi. Immerso nella luce, Gesù si consegna totalmente al Padre.
Nel mosaico del Monte Tabor risplende il mistero che avvolge la chiamata di Israele come popolo eletto, la Shekinah, la Presenza dell’Altissimo.
Chi vi si riporta con la mente non può non vedere ai lati del mosaico due pavoni.
Ecco una rivoluzione di pensiero: per noi, nel linguaggio corrente, il pavone riporta a un’immagine negativa, di supremazia; chi vuole emergere, apparire, viene tacciato negativamente: si pavoneggia.
I pavoni, invece, sul Tabor mostrano la loro identità: la loro bellezza ci spalanca una dimensione nuova in cui possiamo essere tutti liberi dai giudizi e ci porta nella sfera dell’eterno, del sublime: la Luce del Risorto.
Ognuno può lasciarsi afferrare dallo splendore del pavone e assaporare quello splendore, la cui Luce mai tramonterà quando ognuno e tutti, ormai trasfigurati, saremo giunti a contemplare l’Amore Trinitario.
Trasfigurazione, la luce del Tabor che cambia lo sguardo
Scritto il 06/08/2026
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