Un lumino di speranza

Scritto il 07/10/2026
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A fine ottobre saranno 109 anni dalla Rivoluzione d’ottobre e la cacciata degli zar, eppure a tenere testa al mondo è ancora un uomo del Cremlino: accade dal 24 febbraio 2022, quando Putin ha mandato i carrarmati contro Kiev. Le prime reazioni dell’Europa e dell’America sono state nell’ottica dell’incredulità, fattasi presto ricerca attiva della pace. Ora questa ricerca pare stantia: l’America pensa volentieri ad altro e si concentra anche militarmente in Medio Oriente, lasciando ampiezza di manovra a Putin; l’Europa resta fedele all’impegno di sostenere l’aggredita nazione Ucraina, ma l’Unione scricchiola per la non piena adesione sia alla spesa sia al sostegno in sé. In politica e tra la gente non mancano i ‘filorussi’ e si vanno ingrossando le fila di coloro che, fatto forse il callo al conflitto, oscillano tra la rassegnazione al suo persistere – alimentata dal pensiero ‘tanto fermarlo è impossibile’ –, e la tentazione di lasciar vincere l’aggressore nel timore di ritorsioni atomiche che lo stesso Putin non si esime dall’alimentare (nei giorni scorsi ha inviato una lettera alla Nato minacciando le capitali europee). Nello stallo le morti e i lutti crescono, le popolazioni soffrono l’indicibile, la pace si fa chimera.
Quanto chimera lo hanno raccontato i protagonisti di uno degli incontri portati in Pordenone dalla rassegna Ascoltare Leggere Crescere, che ha offerto l’opportunità di ascoltare tre testimoni diretti: don Voldymiyr Misterman dell’Esarcato apostolico dei cattolici ucraini di rito bizantino, in Italia dallo scoppio della guerra; Taras Antoshevskyy direttore di un’Agenzia di informazioni religiose dell’Ucraina, arrivato per l’occasione da Leopoli; Andrii Yurash, ambasciatore straordinario e plenipotenziario presso la Santa Sede da aprile 2022. Nelle parole dell’ambasciatore come in quelle del giornalista è emersa senza filtri la denuncia della volontà soverchiante della Russia di avere l’Ucraina: gli ultimi attacchi non fanno che confermarlo.
“La pace agli occhi dei russi è che noi dobbiamo arrenderci e diventare tutti russi” ha affermato il giornalista, mettendo in luce due aspetti poco noti. Da una parte, che la Russia di oggi persegue – fin anche nella scelta del nome che si è data dopo la disgregazione dell’Unione sovietica – l’espansione di un mitico stato medioevale chiamato Rus’ o Rus’ di Kiev. Sorto alla fine del IX secolo, si estendeva su una zona comprendente le attuali Ucraina, Russia Europea, Bielorussia, Moldavia, Polonia, Lituania Lettonia, Finlandia ed Estonia orientali. Ambizione credibile, poiché Putin ha sempre apertamente definito il tramonto dell’Urss “la più grave catastrofe geopolitica del XX secolo”. Dall’altra parte, ha rivelato che l’azione dell’invasione è stata preceduta da una massiccia propaganda di stato, diffusa tramite i media russi, secondo la quale esistevano quattro categorie di ucraini: quelli che avrebbero accettato subito i russi, quelli indecisi ma facilmente convincibili, quelli contrari alla Russia ma convincibili applicando certi metodi di controllo ed infine quelli che non si sarebbero convinti e pertanto andavano eliminati. Alla quarta categoria appartenevano capi della Chiesa ucraina e i professori universitari (documento intercettato e reso noto dal think thank britannico Rusi a fine 2022). “Secondo la versione russa – ha ribadito Taras Antoshevskyy – la pace arriva quando gli ucraini diventano russi”: fino a che non accade si continua a morire per strada e nelle stesse case, colpiti da droni fin dentro gli ospedali e le università.
La guerra dei missili uccide i corpi ma logora pure la mente: sfinisce, sfianca, fa ritenere sempre più difficile la fine della guerra, fino a farla ritenere impossibile se non accettando quanto l’invasore vuole. E come ha chiosato don Volodymir: “Più si muove la propaganda, più i russi stanno preparando le armi”. Però, ha continuato lo stesso: “Io sono un ucraino ma sono anche un uomo di Chiesa, per questo non posso spegnere la speranza. Papa Francesco ha parlato di terza guerra mondiale a pezzi. Sono tornato in Ucraina due anni fa, ho visto la paura delle bombe nei pianti dei bambini dentro ai rifugi durante gli attacchi; poi ho visto come tra le braccia delle mamme che li cullavano riuscivano a prendere sonno. Così in loro ho visto anche la pace a pezzi, tante piccole paci che ci sono già. Per questo non posso spegnere la speranza”. Dalle parole ai fatti: all’inizio dell’incontro ha acceso un mozzicone di candela gialla ucraina sul tavolino con una preghiera silenziosa: che per un’ora nessuno venisse ucciso da un drone o una bomba. Un piccolo lumino di speranza acceso nella notte scura dei lutti e dei tentennamenti. Perché, come ha detto il giornalista Taras, prima delle bombe è la propaganda che entra nelle teste delle persone dalle tv e dai media. L’aggressore, prima ruba la libertà di pensiero, poi completa l’opera. E questo deve far meditare: in ogni angolo d’Europa.

(*) direttrice de “Il Popolo” (Concordia-Pordenone)

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