Il soprannome la dice lunga e lui era “il boia di Srebrenica” o “il macellaio della Bosnia”. Per l’anagrafe e per la storia era Ratko Mladić (1942–2026), comandante dell’Esercito della Repubblica Serba di Bosnia, morto il 27 agosto per un ictus a 84 anni nel Centro di detenzione del Tribunale internazionale dell’Aia, dove scontava l’ergastolo a seguito della condanna per crimini contro l’umanità. Eppure, arrestato nel 2011 dopo ben sedici anni di latitanza nel suo paese – protetto dai serbi ultranazionalisti -, non si è mai detto colpevole se non di aver difeso il suo paese e il suo popolo dall’islam. E tuttora, una parte di serbi lo piange da eroe.
Il suo nome resta indissolubilmente legato all’orrore di Srebrenica, riconosciuto genocidio dalla sentenza del Tribunale Internazionale.
I fatti: nel luglio del 1995, Mladić pianificò e diresse l’operazione più spietata della guerra nell’ex Jugoslavia. Nonostante Srebrenica fosse una zona protetta dalle Nazioni Unite, le truppe serbo-bosniache riuscirono ad entrarvi facilmente in pochi giorni: l’11 luglio Mladić si mostrò a favore delle telecamere mentre rassicurava i civili spaventati e distribuiva caramelle ai bambini. Ma il piano era un altro ed era pronto: circa 40 mila civili furono radunati; donne, bambini e anziani bosgnacchi (bosniaci musulmani) vennero deportati con autobus verso territori musulmani, mentre i maschi a partire dai 12-14 anni furono allontanati. Condotti in luoghi chiusi dei dintorni (come le scuole, vuote per le ferie estive), furono fucilati e sepolti in fosse comuni. La lista delle persone scomparse o uccise a Srebrenica, compilata dalla Commissione Bosniaca delle Persone Scomparse, porta 8.372 nomi. In una grande fossa comune, scoperta nel 2015 poco fuori dal villaggio di Potočari, sono state ha ritrovate quasi settemila salme (6.939); ma tante sepolture restano sconosciute, perché – questo il metodo – i corpi ne furono successivamente estratti per essere dispersi in tanti luoghi diversi. Di fronte a tale tragedia e tante complicità silenti, nel maggio del 2024, le Nazioni Unite hanno stabilito che l’11 luglio sia la Giornata internazionale di riflessione e commemorazione del genocidio di Srebrenica.
Sebbene assolto da un secondo capo d’accusa di genocidio, relativo a quanto compiuto in altre sei cittadine bosniache, Mladić è stato riconosciuto colpevole di persecuzione politica e religiosa, sterminio, omicidio di massa, deportazione forzata, stupri e torture contro le popolazioni non serbe: efferatezze riemerse nella loro brutalità dalle cronache pubblicate nei giorni successivi alla sua morte.
Ma non ci fu solo Srebrenica: su Mladić pesano anche i 1.425 giorni (3 anni e 10 mesi, dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996) di sanguinoso assedio a Sarajevo, con 11mila i morti civili – senza discrimine di età – causati dai cecchini e dall’artiglieria. Il generale non si fermò neppure davanti alle divise: sequestrò 200 caschi blu dell’Onu per farne scudi contro i bombardamenti messi in atto dalla Nato pur di porre fine alla guerra.
A Sarajevo è legata la figura di Giovanni Paolo II. Il papa avrebbe voluto recarsi nella città assediata fin dal 1994, ma i leader serbo bosniaci non ne garantirono l’incolumità. Così nel giorno del mancato viaggio, l’8 settembre, il papa polacco lesse da Roma l’omelia scritta per la città martire. Poté poi raggiungerla, ormai provato, soltanto tre anni dopo, nell’aprile 1997: poche ore prima del suo arrivo fu sventato un attentato contro il suo convoglio (era stato minato un ponte lungo il tragitto). Nonostante ciò, restò nei cuori dei 50mila presenti (cattolici, musulmani bosniaci, ebrei) come le sue parole su perdono reciproco e riconciliazione, tanto che nel 2014, quando fu canonizzato, venne eretta davanti alla cattedrale di Sarajevo una statua che lo raffigura.
Anche “il macellaio” Mladić ebbe un suo dramma: l’amata figlia Ana nel 1994, a 23 anni e con la guerra in corso, si suicidò in casa, usando la pistola del padre. Secondo gli storici, il gesto fu conseguente alla scoperta – durante un viaggio in Russia – dell’entità dei crimini e dei massacri ordinati dal padre. Mladić non accettò mai questa versione e parlò di omicidio, probabilmente legato al fatto che il fidanzato musulmano della figlia era stato ucciso. C’è stato chi ha preteso di leggere nell’efferatezza dei fatti di Srebrenica il gesto di un padre accecato dal dolore.
Intanto, una cosa è certa: anche di fronte alla sua morte le opinioni e i Balcani si dividono. Una parte di serbi ha parlato di funerali di stato, altre nazioni sono inorridite all’idea degli onori da tributare al boia. L’Unione europea ha prontamente fatto sapere che gli omaggi ai criminali di guerra non sono in linea con i suoi principi fondativi e questo è da ritenersi valido sia gli stati aderenti che per gli aspiranti tali, come è la Serbia dal 2009.
Srebrenica divide ancora
Scritto il 02/09/2026
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