L’abbassamento del tasso di fecondità, con il progressivo invecchiamento della popolazione, non è più soltanto un “problema” dei Paesi più ricchi e, in particolare. Il subcontinente di America Latina e Caraibi è, ormai, sceso sotto il cosiddetto “tasso di sostituzione”, fissato a una media di due figli per donna. In America Latina, l’indicatore è 1,8 figli. Molto più bassi i numeri di quei Paesi che presentano una maggiore ricchezza media, o anche un più alto livello di secolarizzazione. In America Latina, i tassi più bassi sono presentati da Cile (1,14 figli per donna), Costa Rica (1,32), Uruguay (1,4), Cuba (1,45) e Argentina (1,5). Ma in rapido calo sono anche il Brasile (1,61), e Paesi di grande tradizione cattolica, come Colombia (1,63), Messico (1,89), Perù (1,96). All’estremo opposto, si trovano Haiti (2,63 figli per donna), Bolivia (2,52), Honduras (2,48), Paraguay (2,42) e Guatemala (2,29).
In calo le madri adolescenti. A rivelarlo, nei mesi scorsi, il rapporto “America Latina e Caraibi di fronte al calo della fecondità. Tendenze e dinamiche emergenti”, pubblicato dalla Cepal, la Commissione Onu per l’America Latina, attraverso il proprio Centro di studi demografici, il Celade. Le cause del fenomeno sono variegate e complesse, non tutte negative, se si considera per esempio, che una delle spiegazioni è l’abbassamento dei parti di adolescenti e donne molto giovani. A registrarlo, nell’introduzione al rapporto, il direttore del Celade, il demografo italiano Simone Cecchini: “Principalmente a partire dal 2014, si è resa evidente la riduzione della fecondità nell’adolescenza tra i 15 e i 19 anni”. I dati portano ad affermare che “il calo significativo della fecondità in America Latina e nei Caraibi negli ultimi anni è fortemente correlato alla diminuzione della fecondità delle donne adolescenti e giovani”. Sempre restando ai numeri, la fecondità delle adolescenti è scesa del 38,8% in dieci anni (da 69,9 a 50,3 nati vivi per 1.000 donne tra i 15 e i 19 anni tra il 2014 e il 2024). L’età media alla maternità è salita a 27,6 anni nel 2024 (rispetto ai 26,9 del 2010).
Molte cause, ancora poche risposte. Il fenomeno, tuttavia, specialmente in Paesi come Cile, Uruguay, Costa Rica e Argentina, non può essere minimizzato. Spiega al Sir il professor André Ricardo Salata, sociologo della Pontificia Università Cattolica del Rio Grande do Sul, con sede a Porto Alegre, in Brasile: “Il calo della fertilità in America Latina fa parte di un processo più ampio, generalmente associato a fattori quali l’urbanizzazione, l’espansione dell’istruzione, l’aumento della partecipazione femminile al mercato del lavoro e la maggiore diffusione dei metodi contraccettivi. Ragioni, in larga misura, simili a quelle osservate in molti Paesi europei e in altre società occidentali”. Allo stesso tempo, prosegue il docente, “l’America Latina presenta alcune particolarità. In diversi Paesi, il calo della fertilità si è verificato in modo piuttosto rapido, e in contesti ancora caratterizzati da forti disuguaglianze sociali. Inoltre, la transizione verso livelli di fertilità molto bassi è avvenuta prima che molti di questi Paesi raggiungessero livelli elevati di reddito, o sistemi di protezione sociale più consolidati”. Un dato, in ogni caso, per molti aspetti strutturale, che può conoscere una leggera ripresa o stabilizzazione solo in presenza di specifiche politiche familiari, come in qualche caso è accaduto in Europa. Tuttavia, prosegue Salata: “In America Latina, questa discussione ha iniziato ad acquisire maggiore visibilità solo di recente. Per molto tempo, la principale preoccupazione demografica nella regione era legata alla crescita demografica, e non al calo della fertilità. Esistono alcune iniziative volte alla conciliazione tra lavoro e famiglia, come l’espansione degli asili nido o le politiche di congedo parentale, ma, in generale, il tema non occupa ancora un posto così centrale nell’agenda pubblica, come, invece, in molti Paesi europei”. Il calo della fecondità, in molti casi, coincide con rapidi processi di secolarizzazione, come è evidente nel caso del Cile. “La diminuzione dell’influenza istituzionale della Chiesa nella regione – spiega il sociologo – ha, probabilmente, contribuito ai cambiamenti nelle norme sociali relative alla famiglia, alla sessualità e alla riproduzione. Tuttavia, questo è solo uno degli elementi coinvolti”.
Rapidi mutamenti valoriali. I profondi cambiamenti culturali avvenuti, soprattutto nelle realtà urbane e più economicamente avanzate del subcontinente, sono anche al centro della riflessione di Marta Lagos, direttrice esecutiva di Latinobarómetro, la società, con sede a Santiago del Cile, che effettua costanti rilevamenti di tipo statistico e sociologico sulla società latinoamericana. “Non abbiamo, nelle nostre indagini, un indicatore specifico sulla fecondità – spiega al Sir – ma i dati che stanno emergendo non sorprendono, e sono coerenti con l’emergere di una cultura individualista e materialista, che sono particolarmente evidenti nelle giovani generazioni. La realizzazione personale, la ricchezza, sono spesso in cima alle aspettative, anche se con intensità diverse, tra Paese e Paese. Non si tratta solo di un tema economico. Ci troviamo di fronte a un cambiamento della scala di valori molto forte, è difficile stabilire in che misura questo dipenda dal calo dell’influenza della Chiesa cattolica”. Lagos non si aspetta scelte strutturate da parte dei governi, per affrontare il problema: “In America Latina si vive sempre in emergenza, difficile che ci siano provvedimenti di lunga durata”.
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